La sindrome Bussana

E’ difficile scrivere di quanto è accaduto in Abruzzo. Da liguri si rischia di essere non avvoltoi, ma quanto meno corvi, visto che Richter e Mercalli si danno spesso appuntamento anche qui in Riviera.
Come voi, cari abbruzzesi, ci rendiamo conto sempre troppo tardi del fatto che la nostra terra cammina sotto i nostri passi e quasi mai di come cambia il suo sottosuolo. Con voi condividiamo una densità abitativa elevata in spazi ristretti tra i monti, come voi abbiamo case antiche che amiamo, come voi pilastri moderni nati un po’ dappertutto di cui non ci fidiamo.
E come è accaduto a voi anche da noi accadde un “big one”. Inevitabile fare un confronto. Ma vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare.

Ieri sera appena rientrato a casa ho acceso la TV e mi sono trovato davanti la solita faccia del nostro premier (ormai è come un omino Lego, togli il berretto da ferroviere e metti quello da astronauta, ieri l’aveva da pompiere) che parlava di ricostruzione. Una frase mi è rimasta impressa: per L’Aquila è ora di pensare a una “new town”. Così mi sono messo davanti a Wikipedia e ho digitato “Bussana”.

Questa è la pagina, ma riporto il testo per comodità:

“Il mercoledì delle Ceneri del 1887, un 23 febbraio, alle 6:21 [a Bussana] si verifica la scossa di terremoto che segnerà per sempre il destino del paese. A quell’ora buona parte della religiosa popolazione si trova in chiesa per seguire la messa. In soli venti secondi il sisma provoca morti e danni ingentissimi: fa crollare la volta della gremita chiesa, e la quasi totalità delle abitazioni della parte alta del villaggio vengono distrutte, seppellendo centinaia di persone.

I sopravvissuti decidono dapprima di accamparsi nella zona bassa del paese, in attesa di capire se sia possibile recuperare in qualche modo le costruzioni meno lesionate e ricostruire le abitazioni crollate. Tuttavia un’apposita commissione istituita per verificare la fattibilità della ricostruzione stabilisce che sia molto più sicuro abbandonare il borgo per ricostruirlo più a valle, anche perché viene presentata la situazione molto più tragica di quanto in realtà non sia, probabilmente per fini legati a speculazioni immobiliari. La maggior parte della popolazione è contraria a questa scelta, in quanto vorrebbe ampliare il borgo originario e sostituire le costruzioni più malandate, tuttavia il vivo ricordo del terremoto e le imposizioni delle autorità convincono la popolazione a fondare il paese di Bussana Nuova, nell’area già nota come Capo Marine.

Nel 1889 viene posta la prima pietra del municipio di Bussana Nuova, e nel 1894 i bussanesi abbandonano definitivamente il borgo originario, celebrando l’ultima messa della Domenica delle Palme. Il paese, da quel momento, verrà chiamato “Bussana Vecchia”.”

A questo punto, per tornare sulla metafora, penso che esistano varie specie di avvoltoi. Ci sono quelli che si buttano subito sulla vittima agonizzante e quelli che preferiscono spolparne la carcassa, addirittura le ossa.

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1 Commento

Archiviato in Centroterra, Cronache del Sol Ponente

Una risposta a “La sindrome Bussana

  1. pia

    Ma porca puttana, ma non cambia mai niente in questo mondo?
    Allora come ora e come sempre in mano agli speculatori?
    Accidenti, era la domenica delle palme l’ultima messa a Bussana vecchia e la notte del terremoto in Abruzzo era appena trascorsa quella festa lì, trasformandola in domenica della salme… Ma questa è un’altra storia ancora…

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