Tempu da lumaze

Era di queste mattine, quando mi svegliavo e sentivo la grondaia canticchiare e dagli orti salivano in casa gli odori dell’erba umida, che arrivava la telefonata di mia nonna Bianca: ancöi andamu per lumaze.
Era un diktat. Difficile dire di no a una donna tanto sottile, nella figura e nella mente: nel mio caso, tutte le volte che lo facevo poi mi pungeva una vespa o cadevo nel valùn o mi graffiava il gatto. Mia nonna Bianca conosceva la natura. Se diceva, Andamu per lumaze, potevi star sicuro che la sottile pioggierellina che ancora infestava la campagna in mattinata, poi l’asciugava il sole, come nelle poesie di Leopardi.

Mio papà obbediva a bacchetta, come se fosse ancora sotto le armi. Taciturno, finiva il caffè e inforcava i gambali di gomma, prendeva il cavagnu. Mia madre badava a noi, ci vestiva con la cerata e gli stivali. Poi ci avventuravamo per gli orti. Noi non capivamo: eppure pioveva, ma niente scuola per me, niente asilo per mio fratello.
In famiglia siamo sempre stati cacciatori-raccoglitori, fin dal paleolitico. Cosa volete che conti l’aritmetica quando c’è da andare per lumache.

La nonna Bianca comandava il plotone. Piano piano arrivavano tutti. Zii, zie, cugini. Era lei a dire quale direzione prendere, come se conoscesse perfettamente le vie argentine delle lumache. A dir la verità non ci voleva poi molto: le trovavamo ovunque, sui maixei sbeccati, sulle orecchie di cane, sui cardi, sulle borragini, sull’indivia, pure la più amara. Se ne stavano lì a mangiucchiare, oppure a fare l’amore. Alcune le raccoglievamo avvinghiate, ancora impegnate nei loro Kamasurtra, ignare della fine che stavano per fare. Ma guai se provavo a separarle, la nonna non voleva, potevano morire.
Una grossa medaglia invece spettava a chi trovava un ciuìn. Ancora adesso non ho presente che animale fosse: si trattava di una lumachina marroncina, la più pregiata e la più gustosa. Ma, ahilei, anche la più sensibile agli anticrittogamici. Ogni tanto qualcuno sollevava il braccio in alto e urlava, In ciuìn! La nonna lo elogiava.

Le uniche che non raccoglievamo erano quelle bavose. C’era, devo dirlo, un po’ di apartheid per le lumache senza chiocciola. Quelle bavose le mangiano solo i francesi, diceva la zia. Ma la discriminazione forse era dovuta al fatto che privano il consumatore del piacere di succhiare il sugo dalla chiocciola.

La battuta si concludeva verso le 11, quando, appunto, usciva il primo sole oppure al raggiungimento delle 5 centinaia di unità. Ma le lumache no, non le si poteva mangiare subito. Papà le chiudeva in cantina, in una gabbia di legno e fil di ferro 50 x 60 cm. Dava loro abbondante crusca per due settimane.
La nonna scendeva giù ogni giorno a vedere che non ci fossero fughe. Segnava i giorni sul calendario, spuntava le settimane fino al sabato delle lumache.
Anche noi andavamo spesso a vedere la gabbia delle lumache. Era un cubo da cui uscivano antenne. Con le dita le toccavamo e si ritraevano, ma rispuntavano dall’altra parte.
Salivamo su in casa e protestavamo. Poverine! Ma perchè le trattate così?
Non conoscevamo ancora la convenzione di Ginevra. Ma nemmeno alle lumache importava molto: se ne stavano tutte appiccicate una all’altra, chi a mangiare chi, imperterrito a fare l’amore, si ricoprivano del loro stesso sterco senza protestare.

La nostra protesta continuava il sabato prestabilito. Non le mangiavamo. Ovvero, da bambino le mangiavo e ne ero ghiotto, ma poi ho cominciato a farmi scrupoli morali. E contesto ancora oggi i miei quando succhiano goduti le chiocciole vuote.
Finchè c’è stata la nonna Bianca, le lumache degli orti non hanno avuto scampo. Quando se ne andò, però, arrivarono i diserbanti a sterminarle.

Ma a mio padre, questa cosa delle lumache è rimasta a lungo. Anni fa trovò un libro sulla fiera: “L’allevamento moderno delle lumache”. E’ l’unico libro che gli ho mai visto leggere dall’inizio alla fine. Non lo fa nemmeno con Telesette. Temevamo la sua decisione, ma alla fine arrivò: sarebbe stato il primo elicicultore a Taggia.
In regione Licheo, proprio vicino alla chiesetta del San Benedetto, dietro alla serra, sopra le verdure, nello spazio che riuscì a ricavare disboscando la collina e litigando con mia madre, allestì il primo grande lager per gasteropodi della vallata.

Era una struttura spaventosa. Una striscia di due metri in cui le lumache potevano circolare tra piatti di mangime. (Due metri per il manuale, bastano, viste le distanze che riescono a coprire). In mezzo c’era un pesco su cui a loro era vietato salire. Un’altra pianta, una calla, imprudentemente lasciata sola, venne divorata senza pietà. Attorno al lager correvano cavetti alimentati da una batteria a 9 volt. Le lumache che avvicinavano le antenne sentivano la scossa e tornavano indietro.

Papà andava ogni giorno a controllare. E tornava a casa con tanto di cifre: a semu a quatruzentu! Ancua pocu! Telefonava alla zia. Alla mamma si accendeva un sorriso d’acquolina.
Cercammo di opporci con tutte le nostre forze. Ma il sabato si avvicinava. Una mattina di queste papà sarebbe andato all’allevamento per raccoglierle.

Gli prendemmo il libro. C’erano scritte cose abominevoli: “Le lumache sono molluschi ermaphroditi e dunque animali incompleti. Anche se hanno organi riproduttivi sia maschili che femminili, non hanno l’abilità della auto-riproduzione.” Secondo il libro di papà le lumache non fanno all’amore, il loro atto sessuale si chiama “corrispondersi”. Il “corrispondersi si presenta da marzo a giugno. A volte c’è un secondo corrispondersi in autunno in anticipo”.
Un vero e proprio indottrinamento.

Eravamo rassegnati. Saremmo andati a salutarle in cantina, a visitarle mentre erano chiuse nella gabbia per farle spurgare. Invece accadde qualcosa di incredibile. Papà tornò a mani vuote. Il viso livido, il tremore alle mani. Si sedette in cucina. U cinghiale, disse, u cinghiale!

Nella notte un cinghiale era arrivato nel lager. Non restava in piedi nulla: la rete elettrificata gli aveva fatto un baffo. Le lumache erano scappate tutte. Dovette ricredersi sulle distanze. Date due ore ad una lumaca e vi spaventerete di quanta strada riesce a fare. Il guaio è che di strada fecero poca: scesero, saltarono una fascia, giù c’erano le verdure. Un disastro. Un’ecatombe di lattughe, spinaci e
insalate. Mangiarono anche la peluria delle carote. Così, vendicarono anni di olocausti.

Da quel giorno papà non alleva più lumache. Ma oggi, lo so, sarà uscito a raccoglierle.

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9 commenti

Archiviato in ZirichilTaggia

9 risposte a “Tempu da lumaze

  1. pia

    …e non si raccoglievano neanche quella con la “sorcia” tenera, saggiandola facendo una leggera pressione con il dito indice.
    Adoravo mangiarle, un rito che consumavo con mio padre mentre mia sorella e mia madre ci guardavano inorridite.
    Hanno subìto uno sterminio più per colpa delle falciatrici che per i diserbanti.
    Prima dell’arrivo dei diserbanti erano quasi sparite: in effetti con il filo di nylon se ne spappolavano tantissime.
    Dal diserbante si difendono col guscio e, anche se le erbe seccano, sanno procurarsi altro cibo.
    Dove do il diserbante e c’è pulito, mattinate come questa ce ne sono tantissime.
    Sempre belli i tuoi post, grazie.

  2. Bello il tuo post, come sempre….
    Ti segnalo una pagina “monografica” sui ciui scritta da Alberto
    http://albertocane.blogspot.com/2007/05/chiocciole-particolari-i-ciui.html

  3. giarevel

    I “ciui” sono un po’ come le lucciole di Pasolini.
    Tempo fa, quando studiavo, i “ciui” avevano sollevato una diatriba tra dialettologi: a Imperia li chiamano “ciui” a Porto Maurizio “ciön”.
    Sarebbe bello sapere se ne esistono ancora!

  4. pia

    Esistono sì!
    A Vallebona si chiamano “fuìn”, sono più piccoli delle lumache, hanno la chiocciola marroncina a righe e sono migliori come gusto, come già hai detto tu.

  5. giarevel

    Uh! Pia! Ma come fai a mangiarle! Non ci riuscirò mai… 😉

  6. pia

    Adesso le mangio molto raramente, molto più spesso da piccola…
    I fuìn non ricordo di averli mangiati… secoli fa, forse!

  7. gianni

    Bel post Giacomo: diventeremo noiosi a farti sempre i complimenti ma li meriti tutti.
    Mi è venuto in mente quando alle elementari, in un pensierino, descrissi con dovizia di paragoni funerei l’odore originato dalla cottura delle lumache a casa di mia nonna. La mia maestra aveva le lacrime agli occhi dal ridere.
    È uno dei motivi per cui non ho mai mangiato lumache.

  8. giarevel

    Gianni, ce l’hai ancora quel tema delle elementari? perchè allora abbiamo vissuto due vite parallele: anche io non sopporto tuttora l’odore della cottura delle lumache è davvero nauseabondo!
    In casa mia c’è l’embargo: quando mia madre le cuoce deve avvisarci almeno 12 ore prima e nè io nè mio fratello ci facciamo vivi per tutta la giornata!

  9. gianni

    non so più dove sia finito: non so se lo avesse la mia maestra (che è mancata due o tre anni fa) oppure se lo abbia ancora mia nonna chiuso in qualche cassetto.

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