Milano-Sanremo, a ognuno la sua

Per mio papà è quella del 1949, con Coppi, uomo solo al comando che passa diciannove minuti prima del gruppo.
Mia madre invece preferisce quella del 1984. Me la ricordo anch’io: facevano il plumosus e in TV c’era Moser che se ne andava tra le serre sul Poggio e volava giù in picchiata in via Roma.
Quando sono nato invece, Eddie Merckx trionfava di nuovo, ed era solo la sesta volta (vinse sette volte, anche l’anno dopo, nel ‘76). Ma ce n’è per tutti i gusti, ognuno ha la sua, di Milano – Sanremo. Cento edizioni: solo le guerre sono riuscite a fermarla (1916, 1944, 1945).

Ormai la Milano-Sanremo è per noi come una festa comandata. E il sabato più vicino a San Giuseppe, l’Aurelia ne diventa il santuario, l’altare.
Lo sappia, chi ancora strombazza e insulta la domenica mattina il ciclista che santifica pedalando quella strada: l’Aurelia è nostra, ce la siamo conquistata con il sangue e il sudore.
Sì, perché questa litoranea che porta il nome del console romano, quel giorno diventa il vero black carpet che conduce le star del ciclismo mondiale nella Città dei Fiori. È una signora un po’ attempata ma ancora attraente e generosa, cui tutti rifanno un po’ il trucco: i cantonieri dell’Anas, risvegliatisi dal letargo invernale, s’adoperano a potare gli spuntoni delle agavi o dei ligusti, rattoppano con un tocco di bitume le sue zampe di gallina; ogni amministrazione, ogni comune provvede a rifilare spartitraffico e aiuole.
Ad Arma di Taggia s’addobba la rotonda di Quadrivio Rossat: e il maquillage la trasforma da triste eliporto a torta nuziale.

E noi ciclisti santifichiamo la nostra festa. Impossibile per un amante delle due ruote a fiato non cercare di ripetere le imprese dei campioni: bisogna scattare sul Berta come aveva fatto Pantani, tuffarsi negli ulivi di Costarainera come Colombo, dipingere ad una ad una le curve del Poggio come Savoldelli, perché “la Cipressa piega e il Poggio spezza”, dicono i veneti e i bergamaschi asserragliati davanti ai 15 pollici nei camper alla Madonna della Guardia. È lì che stanno i veri maniaci, i melomani della bicicletta: pensionati paffuti che vestono ancora magliette di lana della Bianchi, della Ganna o i primi acrilici dell’Ariostea; mastodonti ultrasessantenni che sgambettano con la divisa da Campione del Mondo che fu di Bugno.

È un crescendo d’agitazione per tutti quando la corsa arriva in Riviera. Anche chi si disinteressa della gara, si mette davanti alla TV per vedere casa sua inquadrata dall’alto, come nei telefilm americani (e, puntualmente, non la riconosce, persa in mezzo a decine di condomini e villette). E che belle e strane le palme dall’elicottero: sembrano anemoni in fondo al mare.

Chi è sul Poggio o per strada, invece, ha le palpitazioni: l’elicottero s’avvicina, passano decine, migliaia di apripista, moto, macchine della Polizia, della stradale, della Finanza, dei Carabinieri, dell’UCI, della Rai, della Gazzetta, poi silenzio, un buco di qualche secondo ed eccolo, il primo, Chi e? Chi è? Pozzato! No! Rebellin!, No! Di Luca! Pantani! Argentin! Indurain! Lemond! De Vlaeminck! Bartali! Binda! È un attimo. Si applaude, si scalpita, si urla.
Si corre poi davanti alla 15″ del camper, si orientano le radioline: i primi sono già in discesa, ma dove? Puntuali arrivano fruscii, interruzioni, interferenze, finiscono le batterie.

Ormai sono a Sanremo. Chi è il primo?, non si capisce, partono improperi in lumbard, veneto, in bergamasco, in francese, in basco, in spagnolo. C’è l’arrivo, via Roma, no, corso Cavallotti, no, lungomare Calvino, Chi vince? Chi ha vinto? Le voci si rincorrono, primo Petacchi, Petascì, no, Bettini, no, Freire, Boonen, no, Pozzato, Bugno, Fignon, Jalabert, Poblet, Coppi!

Impossibile capirlo per almeno mezz’ora. Io, di solito, me la spasso ad applaudire gli ultimi: gente che magari è caduta o s’è staccata e arriva mezz’ora dopo con la faccia nera di polvere e le ossa rotte. Che invidia.

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1 Commento

Archiviato in Cronache del Sol Ponente

Una risposta a “Milano-Sanremo, a ognuno la sua

  1. pia

    Sì, è nostra.
    Tifavo per Gimondi, Motta era il suo antagonista ed era venuto a Vallebona e nel bar spiccava il suo ritratto con tanto di autografo.
    Ma mi ha lasciato una ferita, la classicissima…
    Nel ’90 papà era ammalato, sarebbe morto un mese dopo. Quella mattina eravamo andati a Nizza per una visita e si era stancato molto. Tornando mi disse: “Ancòi gh’è a Milan-Sanremu, agagnerà Bugno”. Gli piacevano i pronostici, solitamente ci azzeccava. Ma appena mangiato la stanchezza lo vinse, andò a dormire e si svegliò a corsa finita: sarebbe stata la sua ultima Milano-Sanremo, ci teneva, ma se la perse.
    Povero pà, gli piaceva il ciclismo, gli piacevano gli sport faticosi perchè in essi si riconosceva.
    Ciao Giacomo.

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