Città di Sopra e Città di Sotto

Taggia e Arma sono la stessa cosa o due cose diverse? Dove finisce l’una e dove comincia l’altra? La questione è di quelle che dividono e non basterà un post a risolverla.
Gioverebbe un nuovo nome a unire il tutto? Un volantino (eccolo qui) diffuso in questi giorni solo (e prudentemente ) ad Arma, propone l’acrostico “Armataggia”.
Ma la cose, viste da un altro punto di vista, hanno tutt’altro aspetto.

Da sempre la città ha avuto due facce, due volti diretti in direzioni opposte. C’è la Città di sopra, con il borgo arroccato tra gli ulivi, con le vecchie case, il ponte, i campanili e le chiese, aperta alle vie dei monti e circondata di mura per difendersi dal mare. E c’è la Città di sotto, località di Riviera, con quell’aria satura d’olio solare e di idiomi padani nei mesi d’estate; terra desolata, sanatorio piemontese nella letargia dell’inverno.

La città è dimezzata: da una parte un largo triangolo fazzolettato d’orti e di serre, tappato a tramontana dalle pendici dei monti, dall’altra la skyline aitante di grattacieli appartamenti hotel, fin sulla battigia. E, ancora, a monte, genti con le unghie nere di terra e le dita spaccate dai maxèi, l’aria stanca, gli occhi lucidi e la parlata tonica. A valle, invece, signori distinti, famiglie borghesi, risme di geometri e dentisti, schiere d’albergatori, commercianti, banchieri, farmacisti. Api gli uni, cicale gli altri. E se l’una la regolano ancora effemeridi e lunari, non si muove foglia che Dio non voglia, l’altra, invece, la disciplinano gli orari delle banche e delle petineuses.

Ogni cosa, a seconda che la si prenda da sopra o da sotto, ha un aspetto diverso. Avara e tenace la Città di sopra, affabile e compiaciuta quella di sotto. Costretta in viuzze e sentieri contesi tra gli orti la prima, stipata nei parcheggi o incolonnata sull’Aurelia la seconda.

Di tutto tentarono, negli anni, sindaci, urbanisti, amministratori, architetti, ma le due città, per quanto vicine e legate dallo stesso stretto cordone, non ne hanno mai saputo d’unirsi, e ciò che è di una guai a darlo all’altra e, tuttora, agli abitanti della Città di sopra, guai a dirgli “Ma tu sei della Città di sotto!”, è per loro l’offesa più grave, oppure, quando a primavera per un attimo passa la corsa delle biciclette, se la TV parla solo della Città di sopra, qualcuno, di sotto, dalla rabbia, spegne l’apparecchio senza neanche vedere chi ha vinto.

Ci provarono col municipio. Costruiamo il comune a metà: per forza, si disse, di due città ne faremo una sola. E le scartoffie, e i pigri impiegati, e i timbri, e gli assessori li spostarono più giù, ma, alla fine, quelli della Città di sotto dovevano comunque salire, e quelli di sopra avevano da scendere: non si contentò nessuno.

Ci provarono con la ferrovia. Ecco! La stazione, pensarono, spostiamola più su, togliamola dal mare, mettiamola a metà. E così presero quei treni, (ah!) che tornavi e ti baciavano le onde, partivi e avevi ancora l’arena nelle scarpe e li mossero più su, dal Municipio. Ma alla fine, partire non è più partire bensì andarsene e tornare, ah, ma tornare dove? Sulle prime non seppero neppure come chiamarla, la nuova stazione: “Città di sopra”? No!, “Città di sotto?”? neppure. Ora il capostazione dice “SottoSopra, stazione di SottoSopra”.

E per l’Autostrada? Medesima cosa. Il casello era di sopra, ma c’era scritto “Città di sotto”. Lo stesso accadeva per le poste, gli elenchi del telefono, le partite del pallone: insomma, una gran confusione.

Finché non è arrivata Shoptown.
Shoptown, il grande centro commerciale. Per i nuovi sindaci, urbanisti, amministratori e architetti, era l’ultima  possibilità per riuscire in ciò in cui i loro antenati avevano sempre fallito: unire i due volti della città. Decidere dove costruirlo non fu difficile: di nuovo a metà. Pensarono: questa volta andrà meglio, non è che tutti i giorni si vada all’Ufficio Anagrafe o si prenda il treno, ma il pane, invece, quello sì, dovranno venire a comprarlo qui.

Per innalzarla non si badò a spese. Shoptown s’allargava tra le altre due come una macchia d’olio, inglobando tutto, orti, case, cantieri. Durante la sua costruzione accaddero prodigi straordinari: i terreni nei dintorni, fasce malmesse d’articiocche, di livido ruscus e serre dai candidi vetri sbeccati, divennero edificabili e gli agricoltori, stanchi di avere tra le mani il magaglio, preferirono metterle sul portafoglio.
Le ruspe ebbero ragione della fragile campagna: dove svettavano guglie di vetro s’erigono ora i nuovi templi del commercio, dove crescevano file di garofani, ora si stendono pettini tratteggiati di parcheggi, alle tavole puntute di sementi s’avvicendarono presto gli espositori degli ipermercati.

Ma ora accade qualcosa di strano. Tutte le strade, i viali, i marciapiedi o i viadotti cominciano a non portare più alla Città di sopra nè a quella di sotto. Tutto converge, in un modo o nell’altro, a Shoptown. “Shoptown, da questa parte!”, “Shoptown, 500 metri!”, “Shoptown 400 metri!”, “300 metri!”, “200!”, “100!”, “50!”, “Siete arrivati!”: infine, eccola, preziosa come Eldorado, celeste come l’Eden, vagheggiata Città dei balocchi, mitica Atlantide, torbida Gomorra, lontana Samarcanda o ricca Timbuctù, eccola, la nuova Shoptown.

La valle, in pochi anni, ha cambiato aspetto. Dall’alto della Città di sopra, la nuova Shoptown prende il sopravvento. Dove, nelle notti di luna, si coglieva il riflesso del sole e il baleno degli ulivi, ora arriva il blu elettrico delle insegne al neon. La Città di sotto, invece, vive in ostaggio, turista-cliente di sé stessa: orde d’automobilisti la invadono il sabato pomeriggio, saccheggi o diaspore arrivano a seconda dei saldi di fine stagione.

Shoptown non è una vera e propria città. Non ha un municipio, non ha una stazione, non è segnata sulle cartine e negli almanacchi, ma solo sui volantini promozionali. E, volendo, non ha neppure abitanti, cittadini o residenti: alle 20.30 battuti gli ultimi scontrini, dentro non rimane nessuno.
Alcuni, però, sono convinti che la vera città sia questa e che l’una e l’altra, la Città di sopra, medievale, con il campanile e il ponte ad arcate, e quella moderna, la Città di sotto, svettante di grattacieli e odorosa di salino, siano state costruite come un suo ideale contorno, tanto per renderla più vera.

Nessuno è di Shoptown e tutti veniamo da lì. Nessuno c’è mai andato e ne siamo appena tornati. Ci si va solo per fare la spesa. Eppure, non ne siamo ancora usciti.

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