Alla fiera del Tempo perduto

Non c’è un’occasione migliore di una fiera per conoscere un paese.
Di solito ci vado per ritrovare il tempo perduto. Sì, sembrerà strano, ma le fiere di Taggia, in particolare quelle di Santa Lucia a dicembre e quella di San Benedetto a febbraio, mi rendono particolarmente nostalgico. Quasi mi commuovono.
Da bambino l’aspettavo per tutta la settimana. Nonne e nonni, zie e zii continuavano a parlarmene. S’accumulavano le mille lire nel mio salvadanaio. A scuola la maestra ci faceva fare il tema sulla fiera (prima e dopo, del tipo “Cosa comprerò alla fiera” e “Cosa ho comprato” due svolgimenti completamente diversi). Io mi credevo chissà cosa e, puntualmente, i miei sogni non si realizzavano: un banco pieno di Lego e Uforobot a cui mi strappavano con la forza, leccornie che non mi compravano perchè cominciavo ad essere paffutello, e che noia quando mia madre e mia nonna si fermavano a parlare con qualcuno o rigiravano una ad una tutte le paia di calze in un banco per il Pantan: a me piacevano i ferramenta.

La fiera ti permette di fotografare una comunità dall’interno. E’ meglio di Facebook. Ogni anno incontri le facce che avevi perduto e ti accorgi dei segni che il tempo ci ha scavato sopra. Alcuni, addirittura, li incontro incredibilmente nello stesso punto. Il mio compagno di banco di seconda elementare davanti al bar della Posta vecchia. La cuoca delle scuole, un po’ più in su. Quell’amico dei miei sempre lì dalla chiesa di San Sebastiano. Mi chiedo come possa accadere una cosa del genere. Ci siamo tutti in quel catino di paese, ognuno a rincorrere i suoi guai, e ci incontriamo sempre nello stesso punto. Se qualcuno riuscisse a spiegarmelo sarebbe un’ottima alternativa alla teoria del caos.

Domenica scorsa, alla fiera di San Benedetto, le cose non sono andate diversamente. E dire che mi sono impegnato per cambiare il destino. Per la prima volta non visitavo soltanto la fiera ma ne ero parte. Tutto il pomeriggio me lo sono passato in piazza Eroi al gazebo del Comitato pro Valle Oxentina a raccogliere firme. Ma, avendone l’occasione, mi sono messo lì a fare un po’ l’antologia di questo piccolo Spoon River che è Taggia.

Non so, penso che tutti prima o poi debbano fare un’esperienza del genere: trasformarsi per un giorno da convinto a incaricato di convincere, da pesciolino a pescatore, da passante ad ambulante (nel senso di venditore di strada). Passare dall’altra parte, insomma. Si imparano un sacco di cose.

La prima: mai avvicinare le vecchiette con la pelliccia e il carrello della spesa.
Ci ho provato: “Signora, ci mette una firma contro la discarica in Valle Oxentina?” “Non mi interessano i vostri problemi, arrangiatevi” “Beh, non mi sembra un bel modo di vedere le cose il suo… se tutti facessimo così…” “Io pago per avere la discarica, di voi non me ne frega niente”. Poi fraintende un mio gesto e mi insulta apertamente in piazza.

Regola due: guardatevi dai simpatici contadini con gli occhi stanchi.
Ne arriva uno. Ha gli occhi aperti appena un filo, si capisce che è cresciuto al sole del meridione. Lo fermo, gli parlo della nostra proposta. Non firma perchè non sa scrivere. Però mi dice che è assolutamente d’accordo: ha una campagna dove dei maleducati buttano di tutto. Per lui è colpa degli immigrati. Se ne parte così con una filippica contro albanesi, moldavi e romeni. Che rubano, che violentano, che devono tornarsene a casa. Pure il calabrese leghista mi ci voleva, questa mi mancava. Gli dico che anche noi italiani siamo stati migranti e che la mafia e la camorra in America ce l’abbiamo portata noi. Risposta: “Erano altri tempi”. “E allora la strage di Duisburg in Germania? Due anni fa?”, gli dico. “Beh, però almeno quelli erano italiani”, mi risponde. Ora lo so: i delinquenti italiani sono meglio.

Per fortuna si fanno anche incontri più simpatici. Arriva gente della Val di Susa. Hanno fatto la lotta contro la TAV. Di battaglie, petizioni, raccolta firme e informazione se ne intendono. “Sarà düra!”, dicono.

Arriva uno che scherza sul gambero che abbiamo scelto come mascotte: “il gambero porta sfiga”, “perchè?”, “ah, qualche anno fa tra un po’ ci restavo nel Vallone dei morti… la forestale ci ha beccato mentre pescavamo di frodo. Sono scappato nel bosco e mi sono scorticato fino alle ascelle…”

Passano ex giocatori di pallone elastico, campioni di petanque e anche il grande libero della taggese anni ’80. Un mito. Come rinviava lui dalla difesa non lo faceva nessuno. Ancora adesso ho una certa riverenza a parlargli.

C’è un amico di papà. Uno di quelli del bar Torre. Me lo ricordo come se fosse ieri discutere con lui su Donat-Cattin. Non mi riconosce. Gli parlo della discarica, firma senza pensarci due volte.
Poi mi chiede se sono di Taggia. Ecco, sarà successo mille volte. E’ una condanna. Dopo un po’ che parlo con qualcuno che conoscevo benissimo quando ero bambino, questo se ne esce con sta domanda: “Ma ti sei de Taggia?” Eccomi allora a sventolare la mia genealogia fino alla terza generazione, con tanto di soprannomi e professioni, U Mìn u fòdeu che guidava i filobus, Chicò u Segnù, Censìn l’idraulico… per le signore invece l’elenco è matrilineare, Giulia a Garacia, Bianca a Bazurina e poi Anna Dina, mia madre. E’ la chiave che mi apre i loro cuori: dall’italiano passano al dialetto, qualcuno si commuove, altri ricordano cose che non sono scritte da nessuna parte ma che sanno tutti: che mio nonno Chicò cantava bene, che mia mamma è una che lavorava tantissimo, che mio papà è comunista. Poi devo spiegare che in paese non mi si vede mai perchè vivo e lavoro a Genova.

Pian piano arrivano tutti: una signora simpatica che conosce mia nonna e magari siamo pure parenti. Il sagrestano, l’intellettuale di sinistra, il floricoltore demoscristiano che sa di dopobarba e acqua santa.
E tanti giovani che non conosco. Penso: quanto mi piacerebbe ora fare la mia parte. Se fossi qui, al mio paese, questi ragazzi, un giorno, alla fiera, si ricorderebbero di me e io non li riconoscerei.

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5 commenti

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5 risposte a “Alla fiera del Tempo perduto

  1. pia

    Sempre bello leggerti…
    Ti riprendo sull’ultima frase: l’altro giorno ero ad un funerale e pensavo che quando si muore ti accompagnano persone più giovani di te che ti hanno conosciuto a modo loro , ma che tu in fondo non conosci. Sì, sanno chi eri, ma a me sembra che ti conoscano meglio quelli che sono più vecchi e che, se tutto va bene, se ne andranno prima di te. Insomma, ho l’impressione di appartenere a chi mi ha visto nascere e crescere, chi ha conosciuto i miei genitori e ne sa tutte le vicissitudini, chi consideri ancora degli interlocutori perchè sono la tua famiglia allargata, tipica dei paesi…
    Alla fiera di Santa Lucia ci sono venuta nel 1976 con un ragazzo con cui ci eravamo ballati la scuola e solo da pochi giorni sapevamo di essere… innamorati! l’ho rivisto proprio a quel funerale di cui sopra ed era il giorno in cui compiva 50 anni: ci siamo abbracciati felici di condividere quell’evento, considerando che non ci vediamo quasi mai… Avevo 18 anni e ho un ricordo indelebile di quella giornata!
    Ciao Giacomo.

  2. Bellissimo, a tratti commovente.

    Azzeccato il paragone tra Facebook e il ritorno al paese natìo: lo avevo già trovato da qualche parte ma non ricordo più dove. Ma è quello che succede anche a me tutte le volte che torno nel posto dove ho passato l’infanzia.

    ciao gia’

  3. giarevel

    Se ritrovo i temi delle elementari che avevo fatto sulla fiera li pubblico subito 😉
    E’ che mi piacerebbe a volte fare la mia parte, avere un ruolo nel microcosmo taggiasco: c’è il contadino, l’autista della STEL, l’idraulico, e io? Boh.

  4. Il tuo ruolo nel microcosmo taggiasco ce l’hai, eccome!
    Se diamo retta alle signore impellicciate con il carrello della spesa non ci saranno piu’ microcosmi da difendere.
    Per lei la fiera era un intralcio alle manovre del suo carrello!
    Meglio mangiare due canestrelli e non pensare piu’ alla befana inacidita…..

  5. Claudio

    Beh! Anch’io una fieretta a Taggia l’ho fatta. Quest’inverno in occasione della rievocazione storica. Ero con la birra artigianale piemontese ed è’ stata un’ottima occasione per conoscere Taggia e i taggesi, ma è stata anche un’occasione per ritrovare persone che in occasione della rievocazione storica era arrivata da tutto il piemonte. ” giorni davvero simpatici e divertenti. Grazie di esistere……….

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