O la borsa o la castagna

Ormai ci siamo. E’ arrivata la crisi. La crisi finanziaria, quella che parte dalle grandi banche americane e, con una sorta di reazione a catena, giunge a coinvolgere i maggiori istituti di credito del mondo, a Londra, a Singapore, a Tokio a Mumbai, è finalmente arrivata anche a Taggia.
Fino a poco fa era impensabile, era una di quelle notizie che la sera ti piace ascoltare alla TV mentre addenti la bistecca e le senti distanti, lontane tanto che quasi per scongiurarle, ingenuamente, ti dici, cosa vuoi che mi accada, cosa vuoi che succeda a Taggia se fallisce una banca in America. E invece.

Ieri, 5 ottobre 2008. Taggia, Festa della Castagna.
Una folla affamata riempie piazza santa Lucia. Una orchesta l’assorda con il tipico miscuglio folkpop di queste occasioni, un misto di pop italiano, da Ramazzotti a Zero arricchito con vecchie glorie regionali (Campagnola bella, Romagna mia, Ma se ghe pensu), il tutto suonato con lo stesso giro di basso e fisarmonica ovunque. Un genere che svuota e riempie la pista come uno stantuffo a seconda dei richiami generazionali.

Arrivo con mio fratello e alcuni amici francesi. Avevamo tutte le intenzioni di far visitare le bellezze del centro storico ai cugini d’oltralpe, ma l’odore, il desiderio delle caldarroste ci ha diretti ben presto verso Santa Lucia. Castagne, è autunno, finalmente le castagne.
Dall’altra parte rispetto all’orchestra, c’è l’angolo cottura. Sembrano organizzatissimi: su tre bracieri ardono padelle forate a colpi di punta e mazzetta. Due tizi accaldati con berretta e canotta a righe tagliano i marroni accarezzandoli con l’Opinel. Altri due li caricano nei padelloni. Un altro sta seduto con il compito di scuoterli ogni tanto con una sinusoide perfetta. Su uno dei fuochi hanno pure montato il bidone rotante: dentro ci staranno almeno 20 kg di castagne, senza esagerare. Un tipo paonazzo lo gira lento e meccanico con una maniglia lunga un metro. Quand’è ora aprono uno sportelletto e le caldarroste roventi rotolano giù nei cartocci come bulloni in fabbrica.

 

La visione di questa catena di produzione industriale non fa che aumentare la nostra acquolina.
Ma, una volta arrivati alla cassa, dobbiamo subito ridimensionare i nostri languori. Circolano voci che non ci siano più castagne. Che le abbiano finite. Che d’ora in poi non ne servano più. Io non voglio crederci. Mi avvicino e chiedo.
No… mi dice la signora, …c’è solo da aspettare un po’… c’è tanta gente, mi dicono. Poi guardo la fila: c’è un bel po’ di gente che aspetta le caldarroste; guardo il prodigioso bidone rotante: lo smontano. Torno dalla signora. Beh, lei ammette, abbiamo avuto un piccolo problemino…, il camion che doveva portarci le castagne ha avuto un incidente…, abbiamo mandato le nostre squadre nei boschi a cercarle…, ma non piove da quattro mesi… e ne hanno trovate poche… tutta colpa dell’effetto serra…
Io chiedo, Ma è la festa della castagna, o no?

Intanto però, la signora continua a incassare e emettere tagliandi validi per una porzione di caldarroste. Obbligazioni da 3,5 euro l’uno da riscuotere in cucina. A decine se ne sventolano davanti ai cucinieri accaldati che non sanno più che fare. Il numero delle caldarroste nei cartocci si abbassa, di conseguenza il prezzo delle castagne si alza.
Arrivano gli speculatori: c’è chi va a staccare i ricci che decorano il palco dove i l’orchestra continua a suonare imperterrita. Chi ricicla le caldarroste avanzate sui tavoli, quelle crude, poco cotte e quelle appena smoccicate dai bimbi e poi abbandonate per il gameboy. Qualcuno avanza l’ipotesi di correre in casa a prendere le castagne surgelate dell’anno passato o addirittura di chiedere ai cittadini di donare quelle da loro raccolte con tanta fatica. I musicisti, inconsapevoli, intonano “In questo mondo di ladri, in questo mondo di eroi”. Conquistiamo un cartoccio: dentro ci sono solo otto castagne commestibili, altre quattro invece sono praticamente carbone vegetale.

 

Sottoposta alle pressioni dei creditori, la signora dà l’annuncio ufficiale, le castagne sono finite. Protesto. Mangi un piatto di rostelle, mi dicono. Ma non è mica la stessa cosa.
Insieme ad un gruppo di persone continuo a sventolare il mio tagliando, inutilmente chiedo il rimborso. E’ la crisi, penso, è proprio la crisi. E’ arrivata anche qui. Taggia è appena uscita dal reality per entrare nella dura realtà. Essere alla Festa della Castagna e possedere un tagliandino con su scritto “castagne” , equivale a trovarsi a Wall Street e avere le tasche piene di azioni della Lehmann Brothers, fallita due settimane fa.

 

Finalmente arriva l’assessore. Avanza pettoruto tra due ali di folla. Garantiremo i vostri risparmi, dice, la crisi non ci interesserà. Un quintale di castagne statali viene riversato nel bidone rotante. La Festa ripiglia. Ma fino a quando basteranno?

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