DWF

Ho conosciuto David Foster Wallace in treno.

Era un sabato di maggio e stavo tornando a Ponente da Genova (ancora conservo dentro la mia copia di “Oblio” il biglietto obliterato). Viaggiando spesso, non è strano per me conoscere grandi scrittori in treno; così m’è accaduto, ad esempio, per Salinger, Biamonti, Hesse, Buzzati, Maupassant, McCarty, Sciascia, Bianciardi. DFW, come tutti gli altri, è stato un mio compagno di viaggio.

Naturalmente non li ho incontrati. Se fosse così, la tratta Genova-Ventimiglia sarebbe un salotto letterario, un sofà delle muse. Invece, come sappiamo, è un purgatorio. Ma con la loro compagnia anche un viaggio di tre ore per tornare a casa a trovare i miei diventa piacevole, tanto che quando arrivi finalmente alla tua stazione ti sei abituato e vorresti che continuasse ancora.

Eppure, tra tutti gli scrittori che ho conosciuto in treno, DFW è quello che più probabilmente potrei aver incontrato, quello a cui sarebbe piaciuto davvero fare quel viaggetto e immagazzinarlo nella sua mente ( e poi magari c’avrebbe scritto una cosa delle sue, tipo “Quel bellissimo treno per Sanremo che non prenderò mai più”). Ho conosciuto infatti orde di americani in viaggio in Riviera, il diretto 610 da Nizza a Roma nella bella stagione ne era pieno. C’erano quelli ciccioni e lentigginosi che leggevano Dan Brown e andavano a Firenze. Coppie di ragazze dai polpacci sodi che leggevano Loney dell’Italia e mangiavano Pringles. E poi ce n’erano altri che con il vino o la marijuana diventavano incredibilmente loquaci, verbosi, del tipo che riescono a raccontarti la loro vita in 150 chilometri perché sanno che poi tanto non ti vedranno mai più. Ecco, quelli sono i miei preferiti. E chi lo sa, magari DFW, può essersi confuso tra loro.

Purtroppo ora so che ciò non potrà più accadere. Non solo perché il diretto 610 da Nizza le Ferrovie dello Stato lo hanno cancellato e gli americani si arrangiano come noi italiani. Non soltanto perché qualche soldo con i suoi romanzi se lo sarà fatto e potrebbe certo permettersi un aereo dalla California fino a Roma. No, David Foster Wallace, scrittore simbolo di una generazione a cavallo tra gli anni ’90 e gli ’00, si è ucciso il 12 settembre scorso nella sua casa di Clermont, sud California (http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_14/scrittore_foster_wallace).

David Foster Wallace ha una scrittura che ti colpisce immediatamente. Sul breve non ha eguali o quasi: un inizio criptico, quasi come un racconto amputato dell’incipit; ti trovi dentro una situazione e ti devi aggrappare per forza alla storia (lui e suo zio davanti a dei professori che dovrebbero iscriverlo alla loro Università per i suoi meriti sportivi – Infinite Jest; lui che aiuta il patrigno della moglie a rifugiarsi nel circolo del golf mentre scoppia un temporale – Oblio; lui a quell’assurdo concerto punk – La ragazza dai capelli strani). Poi ti accorgi che quella è soltanto una delle punte dell’iceberg e che la vera storia sta sotto, cupa e cinica, come solo lui riesce a fartela emergere, piena di tutti i particolari assurdi e pop sulla vita quotidiana, dalla farmacologia al fast food a formule pseudoscientifiche, roba che hai già sentito da qualche parte e ti sembra di capire, davanti alla quale ti senti come un idiot savant.
E poi c’è il suo grandissimo talento pop. DFW, ecco, a volte, quando lo leggo, mi pare di vedere certi film e certe foto degli anni ’60, ma del giorno d’oggi, contemporanee a me. Per questo se proprio lo si vuol classificare, la definizione che a mio parere gli calza meglio è quella di avant-pop: DFW ha affiancato De Lillo, Pynchon e i postmoderni, li ha raggiunti sullo stile, e secondo me, li ha superati di molto sulla creatività. E poi è uno di quelli che sa restare sempre in gioco, non scrive per un ristretto gruppo di aficionados del genere o un’avanguardia di critici, non si atteggia, continua sempre e comunque a farti sentire un lettore e non un consumatore di libri. Questo forse a causa della sua infinita tristezza: è infatti impossibile salvarsi dalla sua inquietudine. In un’intervista DFW diceva “Credo che sia il momento migliore per essere al mondo e forse il miglior momento possibile per fare lo scrittore. Certo, dubito che sia il più facile”. La sua era una vera e propria missione: non gli interessava altro che scrivere. Anche l’ultimo suo gesto è stato scrivere: ha scritto la sua fine. Da uno laureato in logica non ti puoi aspettare che creda nel destino.

Stasera, invece, mentre scrivo, a me accade una cosa stranissima. Ho voglia di prendere il treno. Ormai è tardi, guardo l’orario FS, il primo passerà per le 4. Vorrà dire che sabato andrò un po’ a trovare i miei. Ho davanti a me le 1200 e passa pagine di Infinite Jest. Sarò in buona compagnia.
Grazie DFW.

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