Il MOAC

Tre mesi dura l’estate. Appena dieci giorni il MOAC.

Per tre mesi ci si abbandona ai piaceri della bella stagione, alle tintarelle, alle sagre, si vive da cicala abbandonando gli affetti e gli impegni, con i bambini che accumulano montagne di compiti da fare.

Poi, quando il sole comincia a cedere, i primi temporali rinfrescano l’aria e i fichi maturano sui rami degli ultimi alberi sull’Aurelia, ecco che, annunciato, proclamato, pubblicizzato ma sempre inatteso, arriva il MOAC.

Il MOAC non è soltanto la mostra mercato dell’artigianato e di tutte le inutilia che l’uomo da quando ha le dita prensili sia riuscito a fabbricare; è anche il segno inconfondibile della decadenza della bella stagione, che, insomma, l’estate sta finendo e un anno se ne va.

Così, proprio quando ti sembra di aver raggiunto l’equilibrio, il giusto distacco dal lavoro o dalla scuola e la fine delle ferie sembra ancora lontana, un manifesto per strada ti avverte e trasalisci: Ma come? C’è già il MOAC?

Più di tutto il MOAC è un appuntamento irrinunciabile per il ponente ligure, appena prima che i vacanzieri abbandonino definitivamente la Riviera e lascino i locali a leccarsi le ferite.

 

Che cosa davvero sia il MOAC non è facile descriverlo. La stessa origine del nome “MOAC” si perde nella notte dei tempi, come pure l’anno della prima edizione: si narra che fu lo stesso Mosè a tagliare il nastro (da lì, forse, parte dell’acronimo).

Non è una fiera, perché la merce non è proprio a buon mercato, non è una mostra perché le cose le puoi toccare, provare, mordere, assaggiare. E’ un suq, un bazar, un ballarò, un balùn, una fiera dell’est, un museo, un laberinto affollatissimo in cui si trasferisce lo struscio di via Matteotti a Sanremo.

Il Moac è tutto e il contrario di tutto ciò che ti aspetti, dagli stand di motozappe a quelli di pellicceria, dagli assaggi di cous cous alla prelibata eccezionale porchetta della Ciociaria. Dalla paccottiglia dell’Armata Rossa al super concime universale, all’elicicoltura avanzata.

Vi si possono acquistare oggetti rarissimi, monili eccezionali da esibire nelle ultime serate in piazza, le casalinghe vi troveranno gli ultimi ritrovati della tecnica per affettare patate o sbucciare i pomodori. Gli olivicoltori sbavano davanti a macchine che farebbero di tutto, stendono le reti, sbattono gli olivi e spremono le olive, ma poi chissà perché, preferiscono sempre le donne di Ceriana.

 

I confini del MOAC sono sterminati. Dieci giorni sono una quantità di tempo davvero irrisoria. Si dice che nessuno sia mai riuscito a girarlo tutto e che, arrivati all’ultimo stand, alle sue Colonne d’Ercole (“Enologia e grappa friulana”, o “Artigianato in cuoio etiope”, o “Produzione Tessile Quetchua”a seconda delle edizioni), cominci un MOAC uguale ed opposto, una dimensione parallela in cui i cinesi producano Ferrari e gli italiani gelato flitto. Ogni tanto sbucano visitatori delle edizioni degli anni ’80, vestiti da paninari con jeans a sigaretta e Timberland, rimasti intrappolati in qualche stand del MOAC ‘87.

 

Per me il MOAC è sempre stato una cosa mitica. Lontana come Samarcanda e misteriosa come Timbuctù. Roba da Milione, insomma, come Marco Polo. Vi cercavo le cose che popolavano i miei sogni e i romanzi preferiti.

Ricordo di avervi comprato una spada di Toledo che tuttora incombe sulla mia famiglia appesa al caminetto dei miei; un cubo di Rubik forse difettoso che nessuno, nemmeno Rubik stesso sarebbe in grado di risolvere e che mi procura tuttoggi pesanti emicranie;  diversi dream-catcher apache con vere piume d’aquila divenuti tutti immediatamente passatempi preferiti dei miei gatti.

 

Ma la cosa più straordinaria, sono stati certamente i “Semi del cespuglio rotolante del West”. Ancora oggi la popolazione taggiasca subisce le conseguenze di quel mio infausto acquisto.

Avevo 12 anni. Vagavo per il MOAC con i miei. Mi annoiavo terribilmente. La temperatura nell’ex mercato dei fiori (allora era quello in centro a Sanremo) era altissima, si soffocava. Mio nonno contemplava una motozappa con la retromarcia. Un mastodonte, un tirannosauro dell’orto. Ma io invece avevo notato una cosa in fondo, mezza nascosta dalla pessima illuminazione. Era una sagoma di cartone. Era una foto del deserto americano, della Monument Valley. Davanti c’era il tipico nonnetto del West, quello dei film di Sergio Leone: “Acquista anche tu il Cespuglio rotolante. Porta a casa un po’ di Far West”

Presi a tirare la camicia del mio nonnetto. Non fu difficile: una volta sentito il prezzo della motozappa, fu lui a mettere la marcia indietro e dunque cedette facilmente. Per duemila e cinquecento lire mi portai a casa un sacchetto di semi pieni di speranza. Li deposi con cura sul terrazzino della nonna, vicino ai gerani. In breve spuntò una piantina che subito cominciò ad aggrovigliarsi e ad assumere la forma sognata. Un intrico di spine e rami, un cuscino di frasche che la nonna minacciava di potare perché toglievano il respiro ai suoi cari gerani. Un vero e proprio cespuglio del west. Lottai per la sua sopravvivenza e ebbi ragione: dopo un temporale, mise fiori gialli bellissimi, luminosi come ghirlande natalizie che subito dopo si chiusero trasformandosi in semi minuti e fitti. A quel punto, però, con mio grande dispiacere, la pianta seccò. E io che sognavo già di esibirla con i miei compagni di scuola. I pianti che non c’ho fatto. Con la tramontana di ottobre poi, il cespuglio spinoso si staccò. Ogni mattina prima di andare a scuola mi recavo sul terrazzo per innaffiarlo nella vana speranza di vederlo rifiorire. Un giorno mi accorsi che non c’era più, s’era staccato, il vento l’aveva portato via. Lo rintracciai poco più in là, a rotolare sui cannicci di un orto vicino. In breve rotolò via, proprio come ne Il buono, il brutto e il cattivo. La delusione fu tanta. Per mesi mi allontanai dall’agricoltura e mi dedicai alla grammatica e all’aritmetica.

Ma il peggio di questa storia, arrivò la primavera successiva. Nell’orto del vicino e in quelli circostanti, cominciarono a spuntare piante del tutto simili al mio cespuglio. E infestavano le piantagioni di ruscus e splingeri tanto che non c’era diserbante che le soffocasse. I vicini erano disperati. Quando sembrava di averle uccise, si staccavano e il vento le portava via a seminare i loro simili altrove. Sull’argine i cespugli s’infilavano sotto le auto in corsa, andare in bicicletta era diventato impossibile.

 

Non so come lo debellarono, ma per anni, il Cespuglio rotolante del west infestò la piana di Taggia. E ancora oggi, d’estate, quando il vento fischia e per strada non passa nessuno, si sente ballonzolare qualcuno di quei cespi che, me sventurato, avevo comprato al MOAC.

Annunci

2 commenti

Archiviato in Cronache del Sol Ponente

2 risposte a “Il MOAC

  1. eh eh.. divertentissimo!
    Anch’io da piccolo sono sempre stato incuriosito dal cespuglio rotolante.

    ciao

    Gianni

  2. giarevel

    Per chi volesse, a casa devo avere ancora qualche semino… 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...