Francesco Biamonti, scritti e parlati

Una raccolta di testi editi e inediti dello scrittore di San Biagio della Cima. Racconti, interviste e discorsi. La recensione

Tutti gli articoli che mentelocale.it ha dedicato a Francesco Biamonti
Stanno per fiorire le mimose di Francesco Biamonti, da qualche parte, lassù in una delle fasce attorno a San Biagio della Cima. Deve certamente averne tenuto conto l’Einaudi che dello scrittore ligure ha appena pubblicato Scritti e parlati, una raccolta di scritti editi e non, racconti, interviste e trascrizione di discorsi curata da Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti, con prefazione del filosofo Sergio Givone.

Francesco Biamonti, scomparso nel 2001, è stato lo scrittore della necessità, del silenzio, dell’attesa, del lampo improvviso tra i rami d’ulivo. Nei suoi romanzi troviamo una Liguria di Ponente in cui una civiltà contadina millenaria vive il suo lungo crepuscolo e dove, pur una realtà locale fatta delle consuetudini e dei tempi della natura, è rintracciabile il segno del passaggio della storia montalianamente intesa, quella che lascia sottopassaggi, cripte, buche, nascondigli e sopravvissuti.
Una scrittura di grandi tensioni liriche, ma anche di strappi, periodi brevi, macerie, come i maixei (dal latino maceries, appunto), i muretti a secco tra cui si muovono i suoi personaggi: uomini con un passato di mare tornati nel microcosmo da cui erano partiti senza rinunciare al loro nomadismo intellettuale; donne austere e diafane che si sono indurite a forza di aspettare, di una bellezza ossuta, mai regolare, come la terra che abitano. Biamonti è stato uno scrittore che ha saputo unire al proprio intimismo le vicende di un’Europa in cui esistevano ancora molte frontiere e, proprio lui, è stato uno dei passeurs che ci ha permesso di oltrepassarle.

Mancavano, per completarne il ritratto, alcuni dettagli che ne rendessero più chiara l’officina letteraria: i ritagli di giornale della sua attività di critico e teorico d’arte, le note per le presentazioni dei suoi libri, gli appunti presi spesso sul lavoro, sollevando lo sguardo tra scaglie di oliveti o mimose. Mancava, soprattutto, tutto ciò che riguardava il suo modo inconfondibile di parlare, la sua oralità. La raccolta di Einaudi colma queste lacune, arricchendole con una serie di scritti che coprono trent’anni di attività, dagli anni ’60 al 2001 e un’intervista inedita fatta allo scrittore da Giovanni Turra.

Gli argomenti sono eterogenei: si va da meditazioni su letteratura e idea d’arte, a recensioni di libri e mostre. Da essi però emergono indicazioni preziose per capire il mondo intellettuale di Biamonti in cui nulla era lasciato isolato. Il suo mestiere di scrivere: per rendere l’atmosfera delle nostre colline bisognava rarefare la scrittura, renderla il più possibile cristallina, portarla tra il sogno e l’agonia. La sua filosofia: l’uomo è l’essere delle lontananze, perché, come sottolinea Sergio Givone nell’introduzione, non coincide mai con sé stesso, ma trova il proprio sé nella mancanza e nel vuoto, in lui l’esistenza viene prima dell’essenza. Notevole l’attenzione alla luce, al colore, alla forma del Biamonti pittore: Per me il mare è questo contraltare luminoso alla terra, questa poetica della lontananza e della luce.

Diceva Calvino, che di Biamonti fu lo scopritore (fu lui a voler pubblicare L’angelo di Avrigue nel 1983), che i liguri si dividono in due specie, in due tipologie: c’è chi parte, lascia la sua terra e torna solo ogni tanto, e chi invece vi rimane per tutta la vita e ne diventa parte. Sono due modi di sopravvivere in una terra difficile, continuamente corrosa dalla natura e dall’uomo: chi parte decide di conservarla almeno nella propria memoria descrivendola intatta e nitida; chi resta cerca di adeguarsi al suo progressivo degrado facendone una metafisica.
Categorie che possono essere utili anche per definire analogie e differenze tre i due scrittori ponentini: l’uno eremita a Parigi, l’altro solitario coltivatore di mimose a San Biagio; scrittore dall’opaco uno, amante degli aprichi e dei cupi lampi di tenebra il secondo; razionalista, sperimentatore, scienziato della pagina Calvino, mentre Biamonti è lucido coltivatore delle parole di Mallarmé, Flaubert, Valéry.

Entrambi hanno amato profondamente la propria terra e ne hanno constatato l’inarrestabile scempio. Ma se Calvino ne denuncia le speculazioni e le soleggiate-tricamere-servizi, Biamonti ha assistito impotente al tramonto di una civiltà, quella dell’ulivo e canta l’addio ad una Liguria che si addentra nell’Erebo accecata dalla luce del Mediterraneo. Perciò, nella cronaca del suo incontro con Calvino, Biamonti si chiede il perché del distacco definitivo di Calvino da Sanremo e lo spiega solo ammettendo che questa città, come ormai sta accadendo a tutta la Liguria di Ponente, ha perso la sua anima, il suo nucleo originario.

Francesco Biamonti ha trasfigurato sé stesso nel suo paesaggio, ha scelto la via della metafisica come un ultimo estremo tentativo di salvarlo (e di salvarsi). Dalle sue parole può trarre consiglio chi questa Liguria se l’è trovata già decomposta e non ne ha nessuna colpa. Eppure ha già imparato e continua ad amarla.

Pubblicato su www.mentelocale.it il 4 febbraio 2008

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