Amare un polittico

Dopo un lungo restauro torna a Pigna il San Michele del Canavesio, pittore errante del Ponente. Opera d’arte e orgoglio di un popolo 

 
Qualcuno, a Pigna, dice di vederlo ancora in giro, il Canavesio, sacerdote-pittore errante a dorso di un mulo, con il suo amico Baileson, come un Don Chisciotte della Val Nervia, ma armato di pennelli pergamene intingoli pigmenti.
E, a giudicare dalla scia di Giudizi Universali, vite della Vergine, stragi degli Innocenti e Natività che ha lasciato da queste parti, tra Briga e Albenga, Giovanni Canavesio di strada deve averne fatta proprio tanta.
Opera maestra e forse ultima è il Polittico di San Michele, che dopo un restauro durato due anni (grazie alla collaborazione con il Fondo per l’ambiente italiano e ai contributi della Fondazione Carige e dell’azienda Boero colori). e varie vicissitudini è tornato nella sua sede originaria, la chiesa di San Michele, a Pigna.

Dieci anni fa, un giorno come un altro, in un’aiuola sul ciglio di una stradina provinciale di Como, un carabiniere trova un angelo bellissimo.
Potrebbe iniziare così la storia di questo capolavoro, se non fosse già cominciata molto più lontano. E molto tempo prima. L’angelo in questione è proprio la pala centrale del prezioso Polittico di San Michele, dipinto nel 1500 dal Canavesio per la chiesa di San Michele di Pigna, un’opera di straordinaria potenza visiva, alta 4 metri e mezzo e larga 3, con 36 pannelli e decorata di preziosi intagli dorati.
Il furto, avvenuto un anno prima, aveva lasciato sgomento un paese in cui il legame tra territorio e tradizioni è tuttora fortissimo. Questa storia, però, a differenza di molti altri casi di furti d’arte sacra nel ponente ligure, ha un lieto fine. E chi sabato 17 dicembre, si fosse trovato a Pigna ne avrebbe vissuto l’apoteosi, il classico “e vissero tutti felici e contenti”.

La chiesa è gremita di gente, la banda, fuori, sotto il porticato, attende il via, gli ottoni leggermente imperlati di pioggia fina. Sulle tovaglie a quadretti bianchi e rossi stazionano teglie di sardenara e bruschette d’orzo mentre qualcuno s’è già bevuto due o tre bicchieri di sangria. Ma guai a toccare da mangiare, guai a vibrare una nota: prima c’è da salutare, nel miglior modo possibile San Michè che è tornato a casa.
In chiesa, come a messa, nei primi banchi siedono le signore più anziane. Per una volta si può fare uno strappo al Vangelo, meglio sedersi davanti per vedere l’Arcangelo così bello, molto, molto più bello di come lo videro addirittura le loro bisnonne.
Il sindaco accenna un discorso ma inghiotte le parole, tradito dall’emozione. Poi tocca al vescovo, più avvezzo ai pulpiti e alle platee, parla in latinorum “ad multos annos”, poi tocca ai restauratori. Descrivono nei dettagli ciò che è stato fatto al polittico, anzi, tecnicamente, alla Maestà di San Michele: fotografie, scansioni all’infrarosso, lastre ai raggi x. Qualcuno storce il muso: che è un angelo, non un cristiano qualunque.

Grande è la devozione che i pignaschi hanno sempre avuto per il loro San Michele. Per anni l’opera del Canavesio ha formato l’immaginario della gente. I bambini qui, imparano presto il gesto del santo che pesta il capo al demonio. Non a caso si scelse San Michele, angelo della milizia celeste, come patrono di Pigna, un posto di frontiera, spesso scenario di guerre e laceranti divisioni. La comunità non se n’è mai voluta separare. Nel 1940, Nino Lamboglia, arcinoto soprintendente per il patrimonio artistico, volle restaurarlo, ma non trovò nessun carpentiere e falegname disposto ad aiutarlo e dovette ricorrere al Genio dell’Esercito.
Nel ’44 fu nuovamente smontato e nascosto nella cripta per timore di razzie naziste. Poi, nel 1997 il clamoroso furto lo privò della pala centrale, proprio quella raffigurante San Michele, poi ritrovata dai carabinieri. Infine quest’ultimo restauro, con la gente che torna a preoccuparsi per il suo protettore e non si fida dei foresti che se lo portano via.

«Mentre smontavamo il Polittico», dice Annarosa Nicola, direttore tecnico responsabile della Nicola Restauri di Aramengo, «una signora si è messa a piangere, dicendo che, data la sua età, non avrebbe più rivisto il suo amato San Michele.
Durante il rimontaggio, invece, le donne entravano in chiesa, diffidenti a vedere se era davvero lui o ci eravamo sbagliati».

Ma alla fine i pignaschi sono ammutoliti, non hanno più parole. C’è solo da guadarlo, bello, aitante, divino. L’angelo è tornato. Canavesio è passato di lì, ancora una volta.

Pubblicato su www.mentelocale.it il 19 dicembre 2007

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