Siamo tutti baroni rampanti

I boschi bruciano. I canadair si tuffano senza posa. Gli incendi non sottraggono solo aria. Ci privano di una parte della nostra cultura 
 
È estate. Sei al mare. Il sole è alto e caldo, ma una brezzolina ti coccola sul bagnasciuga. In cielo non c’è una nuvola. D’improvviso, un aeroplano giallo e rosso sbuca dalle colline, si avvicina paurosamente, si tuffa, precipita in mare. Plana qualche istante a pelo dell’acqua, poi riprende quota e sparisce dietro ai tetti. Ma che succede, ti chiedi. Ah, c’è un incendio, lassù, da qualche parte, risponde un signore, seduto tranquillo a leggere la cronaca di Torino, sotto l’ombrellone.
La scena si ripete un’altra volta, pressoché identica, un po’ come quella del World Trade Center. Un altro aereo, un altro elicottero. E poi ancora. Dieci, quindici, venti volte. Tutto il pomeriggio, fino a sera, un aereo si tufferà in mare e un elicottero farà la puccetta nell’acqua con un secchio. Così tanto che alla fine danno fastidio, non se ne può più, anche i bambini ormai quasi li ignorano e i bagnanti più sonnacchiosi si lamentano con il bagnino.

Quante volte vi sarà accaduto? Se abitate o venite abitualmente in vacanza in Liguria, quel rombo soffocato dei motori dei Canadair, il battere apocalittico delle pale degli AB 212, magari anche le sirene delle camionette dei pompieri sull’Aurelia saranno ormai un’abitudine. Più delle canzoni di Shakira, più delle suonerie dei cellulari, sono quei rumori il vero tormentone dell’estate. Ma per i più, gli incendi boschivi restano, comunque, un pericolo lontano, cui gli stessi giornali dedicano i trafiletti rimasti vuoti nei menabò. Per un po’ divertono: si ammira la temerarietà dei piloti, l’avanguardia dei mezzi, ci si bea della sensazione un po’ sospesa creata dai casi di emergenza, dall’essere per un secondo dentro la notizia, in una puntata di Real Tv. Ma spesso nessuno sa davvero cosa brucia, dove brucia, perché brucia. A questo punto si potrebbe anche pensare che non ha senso nemmeno andare a spegnerlo quel fuoco se, tanto, da una collina salterà ad un’altra, come per magia.
Ben diverso sarebbe se a bruciare fossero le nostre città, le nostre piazze, le autostrade. Se dei nostri monumenti, dei ponti, delle chiese dopo un incendio, magari doloso, restasse solo un cumulo di cenere e nessuno potesse ricostruirli per almeno trent’anni. Se ci trovassimo a doverci spostare per andare a lavorare in mezzo a ceppi fumanti di carbone. Se, insomma, per un momento indossasimo la marsina, il tricorno e le ghette di Cosimo Piovasco di Rondò, il Barone Rampante.

Italo Calvino scrisse Il Barone Rampante nel 1957, ma ai suoi tempi la situazione dei boschi non era già più quella che descrive nel suo libro. Quando Cosimo Piovasco di Rondò, il 15 di giugno del 1767, decise, causa un disgustoso piatto di lumache, di ritirarsi per sempre a vivere sulle piante, si poteva andare dall’Italia alla Francia, fino addirittura in Spagna, passando d’in ramo in ramo, senza mai toccare terra. Centonovant’anni dopo Calvino sa che non era più così: in Riviera le ruspe si portavano via i giardini in cui era cresciuto. Al posto delle foreste venivano su grattacieli, condomini, villette, svincoli e viadotti. Oggi, cinquant’anni dopo il suo libro, mentre i Canadair fanno il pelo ai nostri tetti per raccogliere l’acqua da buttare sui boschi in fiamme, siamo qui a constatare il decesso di un mondo che aveva alimentato non solo la fantasia di un grande scrittore, ma anche l’economia, la tradizione e la cultura di intere generazioni fino all’età moderna.
I boschi erano, ancora nell’800, fondamentali per la sussistenza di intere comunità. La Liguria stessa, regione tra tutte in Italia, con la più alta percentuale di territorio boschivo, per la maggior parte steso a due passi dal mare, deve a questa sua conformazione le sue più note qualità. Molti di quei castagni, di quei lecci e anche qualche quercia hanno assistito a tappe fondamentali della nostra storia: dalla Repubblica di Genova all’invasione dell’esercito del Bonaparte, alla più recente lotta partigiana, che, senza l’ombra degli alberi, non sarebbe stata nemmeno immaginabile.

Oggi gran parte dei boschi non c’è più, un’altra sta lentamente andando in fumo, a colpi di centinaia di ettari all’anno, una sola ancora ne rimane, ma più nel nostro immaginario che nella realtà: è quella necessaria ad alimentare le suggestioni delle reclame delle APT o di qualche SUV. Senza molti sforzi possiamo immaginare i rami degli alberi sottrarsi alla presa del nostro eroe, Cosimo, che si troverebbe confinato in qualche riserva, in un’Ombrosa sempre meno ombrosa e sempre più arsa dal sole ed esposta alle intemperie. Come passare da una parte all’altra del mondo se non esistono più le piante? Sono cambiati i tempi e le persone. La maggior parte della gente vive stretta nella fascia costiera, in città affollate e sempre più inquinate. Ci si sposta in maniera pressoché orizzontale quando, invece, fino a poco tempo fa la Liguria era una regione completamente verticale. Si frequenta l’entroterra poco e male, qualche sagra, un aperitivo, una visita al paese delle streghe, un po’ di dialetto, ma poi subito giù alla spiaggia, giù al mare. Non c’è più alcun contatto con le piante, che non sia quello della cronaca degli incendi sui giornali. Si legge di incendi dolosi, di ettari di vegetazione bruciati. Ma sono fatti che sembrano lontani, imputati alla responsabilità di psicopatici piromani, gli “untori” del momento. Ma la verità è che la gente non sa più che cosa siano i boschi, nessuno conosce più la differenza tra un ettaro di verde e un etto di focaccia.

Forse questo bisognerebbe fare, prima di dare la caccia agli untori con nuove leggi: far riappropriare la gente della foresta, insegnare ai bambini e ai grandi che cosa sono i boschi, quanto ci mettono per crescere e quanto ci vuole per distruggerli, organizzare dei tour, delle visite guidate, anche nei boschi bruciati, mostrarli ai turisti come le rovine di un grande impero di cui s’ignorava l’esistenza.
E istituire una giornata, magari proprio il 15 giugno, in cui si rifiutano le lumache e si sale davvero nei boschi, sugli alberi, per imparare le piante, saltando da un ramo all’altro, per dire a Cosimo che non è più da solo e tornare un po’, tutti, baroni rampanti.

Pubblicato su www.mentelocale.it il 26 luglio 2007

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