Cento anni di Hanbury oggi

Nel primo ‘900 c’era ancora chi creava oasi verdi nel Ponente ligure, chi costruiva sobrie villette. Dagli anni ’60: speculazione e degrado  

Quando morì, il 9 marzo del 1907, i suoi giardini cominciavano a fiorire. Considerata la sua grande passione per la botanica, a Thomas Hanbury dev’essere dispiaciuto molto andarsene proprio quando tutto era pronto per l’esplosione della primavera.
Quest’anno ricorre il centenario della morte del fondatore dei Giardini Hanbury. Cento anni molto intensi, un secolo breve e decisivo per il paesaggio a cui teneva molto: sono cambiate così tante cose loro attorno, da far sembrare i Giardini Hanbury una sorta di Jurassic Park. E questo non tanto perché siano cambiati i fiori e le piante che li popolano – che i tempi della botanica sono molto più lunghi e regolari di quelli dell’uomo – quanto perché i Giardini Hanbury hanno rappresentato e sono tutt’ora, l’ultimo esemplare di una specie di intervento sul territorio ormai definitivamente estintasi in Riviera, surclassata, non per selezione naturale, ma puramente speculativa, da un’altra, ben più forte e potente: quella dell’edilizia del profitto, del turismo di massa.

La scomparsa di Hanbury, in un certo senso, è lo spartiacque tra due modi di concepire l’intervento sul territorio. Da quel 9 marzo 1907 possiamo far partire idealmente il cronometro del degrado ambientale del Ponente ligure.
Prima, però, mettiamo le lancette un po’ più indietro. Thomas Hanbury arrivò in Riviera per riposarsi, dopo un lungo soggiorno in Cina. S’innamorò del promontorio della Mortola e, assieme al fratello Daniel, esperto agronomo, decise di sfruttarne il microclima eccezionale per costruire un orto botanico. Fu un’operazione non da poco: il promontorio, fino ad allora coltivato a uliveto e agrumeto, venne adattato ad ospitare piante provenienti da ogni parte del mondo, che necessitavano quindi di terreni, spazi e ambienti molto diversi tra loro. Dal 1868 Ludwig Winter, un giovane agronomo ma con già una grande esperienza di piante esotiche acquisita in giro per il mondo, diede l’aspetto decisivo ai giardini con l’impianto della Phoenix Dactliliphera, una specie di palma fino ad allora sconosciuta, ma che diventerà uno dei simboli della Riviera. Un’operazione, quindi, davvero ardita sotto tutti i punti di vista, soprattutto ambientale e paesaggisico. Ma, pur modificando il promontorio, Hanbury ne mantenne inalterate le caratteristiche essenziali: conservò il più possibile, la vegetazione spontanea che era stata impoverita dai pascoli, mantenne le pareti rocciose e le scogliere, in un equilibrio assoluto tra paesaggio agrario e intervento umano. Hanbury, inoltre, divenne un vero punto di riferimento per la comunità locale: costruì un sistema acquedottistico per i fontanili tutt’ora attivo, scuole, ospedali e un cimitero a Mortola superiore oggi in stato di semi abbandono, ma dal panorama mozzafiato a picco sul mare, nel rispetto della consuetudine dei camposanti liguri. Sua era anche l’intenzione di realizzare un porticciolo, e di sicuro non sarebbe stata una colata di cemento, com’era nelle recenti intenzioni delle amministrazioni e dell’imprenditoria locale.

Quello di Hanbury, quindi, divenne negli ultimi anni dell’800, un modello da seguire: chi veniva in Riviera doveva rispettarlo e farlo proprio. Anche Charles Garnier, grande architetto dell’Opera di Parigi, quando volle costruire la sua villa a Bordighera nel 1871, disegnò un edificio sobrio, senza concedersi troppo all’eclettismo che aveva manifestato nella capitale, e la cinse di un giardino terrazzato a palme per coprire le volumetrie e mantenere quel gusto vagamente orientale che tanto piaceva ai visitatori della Riviera di allora. Anche l’architettura delle ville rispetta moduli definiti e stabili: edifici rivestiti di intonaco bianco, con la tipica torre-belvedere, ricchi di gazebo, recinzioni, voliere e parapetti in stile rustico, ossia, cemento impastato con paglia e legno. Ovunque, agavi, opunzie, alöe.

Dopo la morte di Hanbury, a questa attenzione per il rispetto del territorio, cominciò progressivamente ad affiancarsi un’altra tendenza che si svilupperà in modo tragico successivamente: quella che sacrifica gli spazi e il verde ai grandi numeri. Mentre il modello Hanbury comprendeva, a fronte di un intervento sostanzioso, un equivalente volume di verde e una ricompensa in benessere comune, quest’ultima invece sfruttava il territorio in maniera industriale, lottizzandolo per il puro interesse personale.
Dopo la Prima Guerra mondiale, quando il flusso turistico in Riviera e Costa Azzurra inizia a farsi consistente, il numero dei giardini di Ventimiglia, Bordighera e Sanremo comincia gradualmente a diminuire. Ma i nuovi grandi alberghi e le ville Liberty di Sanremo e Bordighera, restano comunque circondati da palmeti e ampi spazi di vegetazione che nascondevano le loro imponenti volumetrie. Già, però, nel 1931 c’è chi, come Edward e Margaret Berry, autori di “Alle porte occidentali d’Italia”, esprime pareri preoccupanti per il rischio di degrado se lo sviluppo turistico non avesse rispettato l’ambiente naturale. Era un campanello d’allarme.
Ma fu tutto inutile: nel secondo dopoguerra, ma soprattutto dagli anni ’60 agli anni ’80, le benne delle ruspe si abbattono sulle Phoenix dactilifera, sulle Phoenix canariensis, sulle Chamaerops humilis, sulle Washingtonia filifera per fare spazio alle “future soleggiate-tricamere-servizi” di cui parla Calvino ne La speculazione edilizia, scritto tra il 1956 e il ‘57.

Il processo è irreversibile. Gli spazi verdi vengono sacrificati per tirare su solai o allestire parcheggi, gli edifici si accatastano con poca considerazione dei rii o dei torrenti, l’intervento sul territorio è affidato alla fronte sudata di geometri tuttofare, incalzati da impresari abituati a maneggiare fiches e cambiali, che foraggiano politici volutamente assenti. Il pietroso ermetismo dei liguri cede nei confronti dei quattrini brianzoli o piemontesi. In pochi anni, si è passati dal giardino collettivo al dormitorio di villeggiatura, al colonialismo geriatrico, alla dislocazione in Riviera della periferia dei grandi centri del nord. Ultima, la speculazione s’abbatte ora sulla floricoltura in crisi: i casoni di campagna diventano villette a tre piani, mentre i terreni incolti vengono sempre più frequentemente sostituiti dai capannoni dei centri commerciali.
Anche quest’anno le alöe e le agavi di Sir Hanbury fioriranno. Ma sono ormai una specie rara, in via di estinzione.

Pubblicato su www.mentelocale.it il 10 marzo 2007

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