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Dark economy

Da Repubblica del 02.02.2012
Estratto dell’introduzione di“Dark economy”, di Antonio Cianciullo ed Enrico Fontana, Einaudi.

Televisori, medicine scadute, pneumatici, scatole di sardine, pesticidi, trasformatori elettrici,traversine ferroviarie, computer, tettoie di
eternit, auto, frigoriferi, scarti ospedalieri,lampadine, bare, vestiti: tutto ridotto a una poltiglia infettante, carica di metalli pesanti e batteri, diossine e amianto, sepolta clandestinamente nei laghi campani, davanti alle coste calabre, nei villaggi del Ghana. E’ l’altra faccia dello specchio, il lato oscuro della produzione. Le merci, seducenti fino a un attimo prima dell’abbandono, subiscono una mutazione improvvisa trasformandosi da sirene in arpie: ciò che appariva utile e desiderabile diventa a un tratto ingombrante, sporco, disgustoso. Gli oggetti cambiano status, cambiano nome, cambiano padrone. Diventano rifiuti. E, in questa nuova veste, possono avere una doppia vita.

Quando i riflettori del consumo si spengono e gli spettatori si distraggono, per i rifiuti si apre un bivio che costringe a scegliere tra due universi paralleli e inconciliabili: dark economye green economy. C’è la via maestra che punta a garantire la salute di tutti e l’equilibrio del pianeta e c’è la scorciatoia in cui si baratta l’avvelenamento dei campi e dell’acqua con la crescita dei conti cifrati nei paradisi fiscali.

Sembrerebbe un’alternativa accademica perché, messa in questi termini, la scelta appare lineare, ovvia, con tutti i vantaggi che si concentrano sul lato del recupero e tutti i danni che si addensano attorno all’opzione dell’occultamento. Eppure la logica apollinea della convenienza collettiva viene spesso sconfitta: la Campania ostaggio dei roghi in cui si bruciano monnezza e diritti dimostra la capacità di
un sistema occulto di potere di resistere alle denunce e al buon senso. Limitarsi a esorcizzare un problema di queste dimensioni proponendo la costruzione di un inceneritore, come spesso accade, significa non avere colto la natura della posta in gioco. Abbiamo imparato a comprimere un’enciclopedia in un microchip grande quanto un’unghia ma continuiamo a spargere amianto e metalli pesanti come se fossero gli avanzi di un accampamento neolitico; ci comportiamo come cacciatori raccoglitori in un mondo in cui l’inquinamento arriva sui picchi dell’Himalaya e in Italia sono stati censiti 13mila siti potenzialmente contaminati.

E’ una situazione che richiede un cambio di rotta culturale. Un’umanità composta da pochi milioni di persone percepiva lo spazio a disposizione come infinito e le risorse come inesauribili. Applicare le stesse categorie di pensiero in un pianeta che tra pochi decenni sarà popolato da 9 miliardi di esseri umani – costretti a vivere in un’atmosfera carica di anidride carbonica, un rifiuto gassoso così concentrato da minacciare di trascinarci in un mondo simile al pleistocene, quando il livello dei mari era più alto di 25 metri – significa
correre un rischio collettivo di portata apocalittica.

Si può invertire la rotta? Questo libro offre la fotografia di un Paese disgregato che si barrica perché ha perso fiducia nelle sue capacità di reagire; ma mostra anche il filo che lega la battaglia contro l’ecomafia allo sforzo per costruire un’economia che cresce puntando sull’efficienza, sulle fonti rinnovabili, sui consumi consapevoli. Se si legge waste (rifiuto) in maniera più attenta, si scopre un altro significato: spreco. E lo spreco di energia, di materia prima, di diritti – è l’ultima cosa che possiamo permetterci.

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