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Al Tenco. Tra realtà e incertezze

Come sempre, con la raccolta delle olive, arriva anche il Tenco.
Non c’entra niente, ma ormai è tradizione: come accade sulle colline attorno Sanremo, anche all’Ariston, per la Rassegna della canzone d’autore, si combina ogni anno qualcosa di buono, a volte di unico, ma dal sapore tipico, da consumarsi preferibilmente entro tre giorni di emozioni, contatto, esperienze che solo la musica può dare.

Dopo due serate, passate con grandi nomi – Arbore, Carmen Consoli, Avion Travel, Bersani – e ottime compagnie – Carlot-ta, Brunori sas – e in attesa dell’ultima serata con nomi importanti – Paul Brady, Capossela, gli Skiantos, si può già fare un piccolo bilancio di questa edizione, nata con più incertezze delle altre e proseguita grazie soprattutto alla carica dell’entusiasmo e l’emozione di chi, pubblico e artisti, l’ha vissuta.
Bilancio che, tuttavia, non è propriamente esaltante. Anzi, alcuni non esitano a definire questo Tenco un po’ moscio.

Certo, le giustificazioni ci sono tutte: il premio Tenco è una manifestazione sempre più difficile da sostenere per i suoi organizzatori e mai come quest’anno ha rischiato di saltare. Solo un generoso contributo della Regione Liguria ha consentito al sipario dell’Ariston di alzarsi ancora su qualcosa che non siano solo canzonette.

Ma le incertezze rimangono. Da molte parti si parla di salvare il Tenco, ma nessuno si muove ancora. Un po’ tutti hanno la soluzione, la ricetta; spostamento di sede, sponsorizzazioni, investimenti, dirette radio-televisive. Ma il problema sembra un altro: è un po’ venuta meno la sensazione che a muovere il Tenco sia ancora quel gruppo di amici di una volta, quelli di Amilcare Rambaldi insomma, con quell’affiatamento che portava a Sanremo grandi interpreti e promesse.

Così, la sera di giovedì, per quanto sempre interessante, con artisti di calibro, ma priva di diretta radio, è scorsa senza grandi emozioni. Un Arbore freddino (qualcuno non ha gradito le sue tre canzoni e via, frettolose), un Morgan regolare nel senso che non s’è prodotto in numeri speciali come ci si aspetta ormai da lui. Serata salvata da quel grande virtuoso di Fausto Mesolella (Premio I Suoni della Canzone) – in uscita libera senza Avion Travel – e da Nada, intensa come sempre.

A presentare sul palco Antonio Silva, con le geniali incursioni di Roberto Freak Antoni (Premio Tenco operatore culturale) che con un suo esilarante dizionario, assisteva i cambi di palco, sempre comunque veloci e perfetti.
Questa volta sarà per il salvataggio in extremis, ma il Tenco ci aveva abituato bene gli ultimi anni: manca una direzione artistica efficace, che renda l’offerta, gli abbinamenti e le sperimentazioni  all’altezza delle esigenze dell’Ariston B, il pubblico di quelli che non si accontentano, che comunque guarderanno sempre l’Ariston A con una certa qual sufficienza.

E’ andata meglio ieri, venerdi 12 novembre, con nomi ormai affermati, Samuele Bersani, Carmen Consoli (Targa Tenco miglior disco) e gli Avion Travel (Targa Tenco miglior interprete), Peppe Voltarelli (Targa Tenco miglior disco in dialetto), insieme a meno noti Mirco Menna, Zibba e Brunori sas, vera scoperta e premio per l’autore emergente.
Bersani, sempre attento al mondo attorno, che parte con Lo Scrutatore non votante, canzone di straordinaria attualità. Fausto Mesolella che rifà il trucco a un bel pezzo di Nino Rota e lascia senza parole.
Carmen Consoli che, emozionatissima, arriva elegante e con un tacco forse un po’ esagerato (ma se lo può permettere) e poi regala una canzone, Mio zio, così difficile e così attuale al tempo stesso. In programma prima un salto al nord con il varazzino Zibba e poi benvenuti al sud con Peppe Voltarelli.

La terza serata con Capossela, Paul Brady (premio Tenco al cantautore), Enzo Del Re, Marco Fabi, Amancio Prada (Premio Tenco operatore culturale), Piero Sidoti (Targa Tenco opera prima), promette bene.
Resta l’incertezza di sottofondo, nella speranza che serva da stimolo, a rendere migliore questa manifestazione e non da minaccia per chiudere tutto, che non si rischi di perdere un’opportunità così bella per la musica italiana, non lasciandola anch’essa al suo destino. Da conservare, non da salvare in extremis.

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