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Furgari ad acqua

(Pubblicato su http://www.laliguriaracconta.it/it)

Immaginate di passare, una notte di metà febbraio, sull’A 10,  a Taggia, sul lungo ponte che sovrasta la Valle Argentina. Oppure di volgervi lo sguardo dal mare, da uno dei grattacieli più alti di Arma di Taggia. Se vedeste il paese in fiamme, le case bruciare, il fuoco salire fin sopra i tetti e una nuvola di fumo galleggiare sopra le case, cosa pensereste? Che tragedia! Una catastrofe! Ma nessuno fa niente?
Il passo successivo sarebbe chiamare il 115, i Vigili del Fuoco, avvertire la Polizia, la Protezione Civile, l’esercito: al fuoco! c’è un paese intero che brucia!

Questo, ancora oggi è l’effetto che fa la notte dei Furgari, lo stesso che deve aver fatto ai pirati saraceni che infestavano le coste liguri nel X secolo d.C.. A quei tempi Taggia si salvò: i saraceni pensarono di averla già saccheggiata e andarono via. L’idea dell’inganno era venuta ad un illustre taggiasco, San Benedetto Revelli, allora vescovo d’Albenga: accendere grandi falò, fare baccano in tutto il paese come se i saraceni se ne fossero appena andati. Funzionò.

Da allora noi taggiaschi ripetiamo l’esperienza: in tutti i Rioni di Taggia (sono 12, ma ne rimangono attivi ancora si e no 6) si accendono grandi falò, si fa baldoria. E ce ne andiamo in giro a sparare furgari, speciali canne di bambù riempite di polvere da sparo, per strada, nei vicoli della città vecchia, di cantina in cantina, a bere, a ballare a incontrare gli amici.

I saraceni se ne andarono. In cambio oggi arriva gente da ogni parte del mondo, persone che si sono innamorate di questa tradizione che mescola sacro e profano, storia e carnevale, paura e divertimento: grazie al nostro santo, noi di Taggia abbiamo imparato a scherzare con il fuoco. Ma solo il 12 di febbraio, il giorno della festa, costruiamo i furgari. In ogni altra data non sarebbero che banali fuochi d’artificio, senza alcuna protezione da parte di San Benedetto, e ci si può far male.

Chi è venuto quest’anno ha assistito a una cosa che può dirsi straordinaria: nonostante la pioggia battente, la festa s’è fatta, il fuoco s’è acceso lo stesso.
L’attendevamo da un anno. Dodici mesi a pensare, sperare che quel giorno, la sera della festa, il tempo fosse clemente. Invece no: come da due mesi a questa parte, pioveva. E’ il riscaldamento globale, la tropicalizzazione del Mediterraneo, il monsone, non so; ma sabato sera a Taggia veniva giù come non s’era mai vista. Erano i vecchi a dirlo. E’ febbraio e piove. Come tutto dicembre, e tutto gennaio. La terra in Liguria  non ne può più, basta fare un giro nell’entroterra per rendersene conto: i muretti a secco non bastano, nelle fasce terrazzate di ulivi le colline vengono giù portandosi pure le reti. La terra sotto l’acqua si sta sciogliendo come cenere, come farina.

Ma a Taggia non ci siam fatti spaventare. Ad un certo punto s’è deciso: la festa s’è fa, the show must go on, soprattutto ora. Abbiamo vinto i saraceni, vinceremo pure la pioggia. Perché Taggia, quel giorno, deve buttarsi nelle piazze e nei carruggi, la gente deve danzare attorno al falò, incontrarsi, scambiare due parole attorno ad un bicchiere: così è e sarà, tanto più quest’anno che piove.

E così è andata. L’inizio dei falò è, come al solito, fissato per le 21. Ma a quell’ora la pioggia batte fortissima, difficile anche uscire di casa. Tutti si rifugiano in cantin. Lì c’è di che consolarsi: la tavola è apparecchiata di sardenara, torta verde, crustoli e vino rosso. Il benvenuto è dato a chiunque. Ma dentro ognuno di noi, c’era una vocina: “Che fai lì? Non senti la minaccia? I saraceni sono alle porte! La tua terra è in pericolo!”.

Così, timidamente, qualcuno ha cominciato a tirar fuori i furgari ed è uscito a spararli. Ma una volta accesi e rivolti in su non si spegnavano, il fuoco sembrava ignorare la pioggia, l’acqua che cadeva dal cielo. Ecco allora arrivare qualcun altro, e  un altro ancora. Poi c’è la cascata di fuoco di via Soleri. I taggiaschi rispondono alle gocce con le faville, alla pioggia che cade fitta oppongono scintille che salgono al cielo.

E’ una battaglia durissima: molti cadono. I furgari, con l’umidità, esplodono. Ma, per fortuna agli sparatori, non succede nulla:  si sente il soffio, poi il botto, le canne bambù s’aprono in un cono di luce, il fuoco litiga con l’acqua, abbraccia finalmente l’uomo e ne rivela l’anima.
Per un attimo, abbiamo paura. Ma sappiamo che il nostro esplosivo spacca taglia brucia solo tutto ciò che non vogliamo, e invece sputa i nostri sogni al cielo. E chi un secondo prima era avvolto dalle fiamme, va ad abbracciare gli amici con solo un po’ di tachicardia.

Chiuse le cateratte del cielo, verso mezzanotte, parte davvero la festa. Si accendono anche i falò e, assieme a loro, i balli, i canti, i sorrisi. Sentiamo di star facendo il nostro dovere. Forse la pioggia, le frane, le alluvioni, sono i nuovi saraceni di oggi. Scherzando con il fuoco, con un po’ di sacrificio, li abbiamo allontanati. La festa ha funzionato ancora.

L’indomani, domenica mattina, Taggia, come un’araba fenice, rinasce dalle sue ceneri. San Benedetto l’ha salvata un’altra volta.

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Ricetta per un furgaro

Per preparare un furgaro,
spegni i fornelli.
Non servono: un furgaro a fuoco spento viene meglio.

Per cucinare un bel furgaro,
fatti aiutare da Pinocchio, Francois Truffaut e Fabrizio De André.
Loro sanno la ricetta, nessuno sa perchè.

Per un furgaro con i fiocchi,
devi leggere tutti i giorni il giornale.
Perchè solo così lo stupazzo scende meglio.

Per cuocere un furgaro doc,
devi sottrarre un po’ di zolfo alla vigna,
un po’ di carbone alla befana; la potassa la gratti dal muro.

Per un buon furgaro fatto in casa,
devi metterci un po’ di paura: s’impasta lenta, ci vuole tempo.
Come quando da bambino hai imparato che cos’era il fuoco.

Se vuoi la ricetta del furgaro,
a Taggia la sanno tutti ma non te la dirà nessuno.
Chiedi a tuo padre, a tuo nonno, al nonno del tuo nonno.

Per ottimi furgari ripieni,
usa solo ingredienti di prima qualità.
No a lieviti scaduti, zuccheri o tubi per pescar cavedani.

Per fare un furgaro,
usa solo bambù, riempilo d’esperienza e fantasia.
E un po’ ci devi pure credere.

Per preparare un furgaro come si deve,
non contano le porzioni: per uno, per nessuno, per centomila.
Solo per te sparerà la tua anima con le zemìe.

Per consumare un furgaro eccellente,
aspetta che arrivi il Vescovo d’Albenga.
Che prima, non è un furgaro che farai, ma un volgare petardo.

Servi il furgaro solo in piazza Farini.
In Italia ne han già fatti troppi: a Bologna, sull’Italicus, a Milano in Piazza Fontana.
Un furgaro vanta numerosi di tentativi di imitazione.

Se il tuo furgaro vien gramo,
può darsi che non sia ancora ora.
Allora, porta pazienza e assaggia prima quelli degli altri.

Qualcuno non capirà la luce del furgaro.
Pazienza, conosco pompieri ardenti e piromani spenti.
Il furgaro o si ama o si odia.

Ma se ami una ragazza e non sai dirglielo, il furgaro
è il sistema migliore.
Una donna non si prende per la gola, ma per il cuore.

Se il tuo furgaro poi vien moscio,
beh, con il tempo te ne farai una ragione.
Perchè prima t’avrà donato tante fiamme e calore.

Un furgaro,
è da consumarsi preferibilmente entro il 12 febbraio.
La direzione, lassù, poi non risponde di peccati in pensieri, parole, omissioni.

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L’oro di Taggia

da http://www.laliguriaracconta.it/2012/11/13/loro-di-taggia/

L’oro della Valle Argentina non si trova setacciando i sassi in riva al fiume, o sottoterra, in profondi pozzi. Pende dagli alberi già a fine ottobre o metà novembre, fino a dicembre, nei casi più tardivi anche a gennaio. Per trovarlo non si devono cercare pepite tra l’arena e nemmeno scavare buie miniere: si passa tra gli ulivi e lo si fa cadere in reti stese a terra anziché in acqua. E’ perfetto il legame tra le colline e  il mare nella raccolta delle olive.
Raccogliere le olive, (“batterle”, in dialetto), è un gesto facile, che s’impara subito, come tutti i gesti antichi che si svolgono puntuali da centinaia di anni. In Valle Argentina, la valle che prende il nome dal fiume che s’infila in un lungo e sinuoso fiordo e arriva fino a Triora e ai monti più alti della Liguria, l’olivo è sacro dai tempi dei monaci benedettini. Proprio loro, con una raffinata serie di incroci, crearono quella che è oggi la “cultivar taggiasca”, un’oliva nera come gli occhi dei bambini di queste parti, modesta, spartana nella forma, ma generosa nella resa come la gente di qui. Da quei tempi le colline attorno a Taggia e in tutta la provincia di Imperia sono ricche di uliveti che tra ottobre e gennaio si colorano di reti, stese per raccogliere fino all’ultima oliva.

Raccogliere le olive è un’esperienza che ha qualcosa di religioso e un richiamo ancestrale, come la vendemmia. Se siete di Taggia, Dolcedo, Isolabona o Badalucco non prendete impegni per l’autunno: c’è da battere le olive. Si sale con tutta la famiglia, si reclutano amici, parenti, cugini fino al sesto grado. Ci si aggira tra gli ulivi con bastoni, rastrelli (alcuni sembrano manine, per quando le olive non sono troppo mature e non vengono giù da sole).
Il silenzio attorno è assordante tanto è lontano dal frastuono della città. Si accarezzano, scuotono, sbattono i rami per far cadere le olive sulle reti. Un tempo, prima dell’invenzione del nylon, arrivavano donne dal basso Piemonte a raccogliere le olive a mano: erano le “sciascieline”.
Il sole balugina tra le foglie, arriva una voce dabbasso, laggiù in fondo, sull’altra collina, una chiesetta con un campanile bianco batte mezzodì. Fermi tutti, si mangia. Le donne, se non si caricano sulle spalle i sacchi pieni d’olive, pensano a sfamare tutta la brigata: da cesti legati con grossi “mandilli” spuntano sardenara, pecorino, salame e una bottiglia di ormeasco. Non troppo, che bisogna lavorare. I muri a secco sono la sala da pranzo.

Assieme alle olive, dai rami, è inevitabile, cadono foglie, bruchi e quant’altro, ma per tutti è come se cadessero diamanti. Nessuno va perduto. Le olive che scappano via le rincorrono i bambini: serviranno per la salamoia.  C’è chi canta: qualcuno intona “Bella ciao”, “La prima cosa bella”.  I più dotati azzardano “Nessun dorma”. Dalle reti le olive passano in sacchi di iuta, come quelli del caffè. Pesano 30-35 kg l’uno, qualcuno dovrà portarli giù.
L’indomani c’è l’appuntamento con il “defiziu”: è il frantoio Secondo, a Montalto Ligure. Si contratta sulla resa che cambia ogni anno in base alle olive. Le olive vengono tritate da due grandi ruote, poi messe negli “spurtin”, speciali ciambelle di canapa, che poi verranno messi sotto la pressa.
L’olio appena franto, l’olio ultravergine, è verde di clorofilla, ancora selvatico ma già pronto per essere gustato su una fetta di pane di Triora.
Fate un salto in uno dei molti frantoi, a Taggia, a Dolcedo, a Montalto, a Badalucco. Nessuno ve la negherà.

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Lena per bella Lena. In memoria di Renato

Renato Varese ci ha lasciati. Rilancio un post del 20 lughio 2009 che lo vede protagonista.
Perchè i madaenanti non muoiono mai. Trionfano sempre.

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Renato è lì con la camicia bianca.

Sua moglie, la Enza, ieri sera gliel’ha stirata come meglio non poteva fare. Ed eccolo, lui è lì, in piedi, bello come può esserlo solo lui; per noi è come se fosse sempre esistito, se ci fosse da sempre.
La musica s’è fermata. Dopo Rosamunda, l’orchestrina sa che può suonare ancora uno o due valzerini e poi i Madalenanti cominceranno a desiderare, a chiedere, a invocare la marcetta del Ballo della Morte. E’ un anno che aspettano.

I bambini corrono tra le gambe della gente. Oppure rimangono sul bordo della pista a tenere un cagnolino che punta il bosco. Balla balla saccu de paia, balla balla saccu de fen.

Sono 40 anni che Renato fa “U Masciu”. Prendete il giorno di oggi in un anno qualsiasi da qui al 1969 e lo troverete con la fusciacca a fare il Ballo della Morte assieme alla “Lena”. Ad alzare le mani al cielo, a buttare a terra dalla disperazione il berretto rosso quando lei muore. E sa l’è morta rivegnià.
Le foto degli anni ’70 lo mostrano più giovane, magro, con le basette, che gioisce quando Lena rinasce. Negli anni ’80 ha solo cambiato il colore della camicia. Nel ’91 ne aveva una melange color carta zucchero. Sempre stirata perfetta. Gli anni di piombo. Il compromesso storico. Tangentopoli. Abbiamo vinto due volte i mondiali. Passato tre papi. Lui era lì.

Portano la lavanda. Ci siamo. Ghe semu. La gente fa cerchio attorno al palo, davanti alla chiesetta dell’eremo. Non c’è molto spazio. Per aria c’è odore di caffè, di fumo, di bosco, di piscio di cavallo. Di sudore d’ascella da ballo. Ma la lavanda comincia il suo mestiere. In poco è tutto viola.
Portano il telo rosso. I u fàn! I fàn u ballu! Ma chi? Renato? Davide? Ivan?
Renato si avvicina. E’ successo 40 volte, potrebbe succedere ancora una. Guarda la Enza. Gli ha stirato 40 volte la camicia, ieri sera ha fatto la stessa cosa, come sempre. Glielo legge negli occhi. Anche i suoi diventano umidi. Restano un po’ lì. Arrivano Davide e Ivan. In silenzio. La banda non sa che fare. Poi intona un altro giro di Rosamunda. Si ricomincia a ballare.

Renato e Davide parlano. Uno ha quaranta anni di Ballo della morte, l’altro 40 anni di vita. Uno piange per un addio, l’altro trema per un’eredità. Ti u fai, Scì, au fazu, Stà tranquillu, u gh’è Ivan, Ma l’ho puia, forsci a sun troppu zuenu, Ma va, a l’axevu i toi anni a prima vota. A Madaena triunfeà.
Le donne stanno a guardare. Alcune di loro aspettano questo momento da anni. Eh, Renatu u l’è bravu, ma u cumenza a ese veiu. Davide? Ah, a vieemu. Ma u fa u Masciu o a Lena? Per una settimana in paese non s’è parlato d’altro.

La musica si ferma di nuovo. Il cerchio si stringe. Arriva il Contestabile. Guarda Davide. Lo stringe forte. Stendono il telo. Ivan è già lì pronto con la lavanda infilata nella fusciacca. Sarà lui u Masciu. Renato deglutisce. E’ a un passo dal passato e a un passo dal futuro. Ne fa uno indietro. Resta solo Davide. Il Contestabile chiede la parola. Per un momento così ci vuole un suggello. Non capita sempre di cambiare i “configuranti”. Quando accade spesso è doloroso. Lo è stato quando è morto Mìn u Fodeu. Lo è stato quando è morto u Bazurìn. Solo adesso capiamo il gesto di Renato. La sua camicia bianca, stirata perfettamente. Le sue lacrime. Parte un applauso. Se potessimo gli lanceremmo il cuore.

Parte la musica. Tutti s’inchiodano a guardare. I bambini saltano, le donne battono le mani. Davide sa quel che deve fare, l’ha visto tante volte. E lo fa. Anche per Ivan è la prima volta da Masciu. E’ lui che comanda. Insegue Davide, che si nega, non ne vuole sapere. Poi è Davide che insegue Ivan. Poi s’incontrano. L’amore è così. Vince chi fugge. Ma Davide incomincia a barcollare, sta male, cade. Ivan, lo guarda, lo sostiene, lo regge. Poi lo lascia e l’altro cade sul tappeto rosso. La musica cambia. Da allegretto diventa un lamento da pantomima. Ma non tragedia. C’è sempre dell’attesa in quei fiati, c’è una speranza nascosta anche per quell’amore sfortunato.

Ivan si dispera. Non si spiega. Chiede, guarda il cielo. Nessuno sa dargli una risposta. Prende la testa di Davide. La muove a destra e poi a sinistra. Davide solleva il piede opposto. Ma che vuol dire? E’ morto? E’ vivo? Disperato, Ivan prende la lavanda dalla fusciacca. La strofina addosso a Davide. Sulla pancia. Sulle braccia, sul ventre, sul collo. Sul naso. Ne strappa i fiori e glieli getta addosso. Lena, per bella Lena, la Maddalena, trionferà!
Ivan fa un cenno al’orchestrina. E’ impercettibile, solo chi se ne intende lo vede. Il trombone capisce. Lo seguono la tuba e la tromba. Riparte la marcetta. Balla Balla saccu de paia, balla balla saccu de fen! I due si abbracciano. Volano mazzi di lavanda. La gente batte le mani a tempo.
Era Davide? Era Ivan? Era Renato? Era Enzo? Era Cristò? Era Franco? Era Giacomo? La Madaena siamo stati tutti noi.

Renato e Ivan nel Ballo della morte su Zemiafilm.

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Se non ci resta che piangere

Difficile dire in che epoca voglia vivere Taggia.
Orologi, agende, calendari alle pareti indicano chiaramente che siamo nel 2011 da qualche mese, ma fuori continuano a sfilare figuranti vestiti alla guisa del 1600. Decine di auto si impilano sul lungargine. In città invece sfilano carretti trainati da muli e cavalli. E tra i caruggi circolano nomi come “Paraxio”, “Pantan”, “Pozzo”; sui giornali invece si legge solo “Armataggia” e “Taggiarma”.

L’effetto è quello di un famoso film con Benigni e Troisi: “Non ci resta che piangere”. I due ,passato un passaggio a livello si trovano improvvisamente nel millequattrocento (quasi millecinque, dice un passante). E chi fosse capitato a Taggia domenica scorsa avrebbe avuto delle serie difficoltà a riconoscere in che età questo luogo sta vivendo, se nel XXI secolo o nel XVII. E questo non tanto per l’efficacia delle ambientazioni e del corteo storico, ma per le sue contraddizioni, per i suoi problemi, non molto diversi, solo aggiornati, rispetto a quelli rappresentati del ’600. Per rendersi conto dell’epoca esatta, valeva la pena scendere ad Arma: lì tutto era normale, fermo, agli anni’60 (anziché al ’600), da quando intere famiglie milanesi, torinesi e bergamasche hanno cominciato la loro migrazione (barbarica o no), conquistando un appartamento tra quelli in costruzione sulle coste.

Ad Arma, certo, domenica scorsa saranno morti d’invidia: chissà quanto bisognerà aspettare per vedere sfilare un corteo “storico” in costume anni’60, con le pettinature belle gonfie, i pantaloni a zampa e i maglioni a collo alto che andavano di moda allora, esattamente come a Taggia, col pretesto di festeggiare San Bendetto Revelli, ogni anno si radunano, corpetti, gonne di pizzo e armature sfavillanti. Questo divario tra le due anime del paese è forse molto più manifesto di quello proclamato a gran voce dai comitati locali che vogliono rinominare il comune e sottolineano continuamente le differenze tra Arma e Taggia: Taggia rifiuta il presente e, piuttosto che affrontarlo e migliorarlo, preferisce tuffarsi in un passato idealizzato e depurato; Arma invece nel presente ci vive e convive, con i palazzoni, il cemento, il traffico. Così come domenica il mercatino medievale di Taggia non faceva altro che riprodurre i moderni centri commerciali di Arma.
Sì, proprio non ci sono altri problemi a Taggia che quello del nome, nemmeno fossimo nel medioevo: mai come oggi questa cittadina sembra rinnegare il proprio presente e si rifugia negli anni addietro. Solo che il passato, come la realtà, nella fantasia è sempre migliore di quello vero. Il medioevo di Taggia è idealizzato, dove tutto ciò che poteva esserci di brutto diventa folckloristico: il popolo, i poveri, la guerra. Armigeri che si affrontano, dame che sfilano, vescovi benedicenti: gli storici più rigorosi devono chiudere entrambi gli occhi. I turisti pure: gran bel colpo d’occhio gli abiti principeschi e baronali che sfilano con sotto i jeans e tra le Luis Vitton. Ad un paggio squilla il cellulare. Passa anche un’arabo, ma uno solo, e vestito bene, evidentemente con il permesso di soggiorno per un pomeriggio, quando alle nostre frontiere ce ne sono migliaia.

Alla fine della fiaba, cavalieri, dame, scudieri e maniscalchi, tutti se ne tornano a casa a vedere il calcio in TV felici e contenti. Per un giorno si torna nel 1600: ma per tutti gli altri 364 basta e avanza il 2011. Chi scrive resta dell’idea che il modo migliore di ritrovare il passato sono le tradizioni, non le carnevalate. Di quelli che hanno visto il corteo storico di Taggia domenica scorsa, pochi o nessuno si ricorderà l’aneddoto storico declamato in latinorum sul palco. Molti di più, certamente, rimpiangono i furgari che quest’anno sono rimasti spenti.

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