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Nel tempo dei lupi – Recensione di Nicola Farina

Quando Giacomo mi ha proposto di presentare il suo ultimo libro, ho accettato con piacere per quattro ragioni.
La prima, banale e poco interessante, ci conosciamo da 25 anni.
La seconda, per ragioni personali e familiari, entrambi frequentiamo da sempre Realdo e la Valle Argentina.
La terza, il lupo e le sue rappresentazioni sono stati il mio principale soggetto di studio quando ero ricercatore a tempo pieno.
La quarta, l’ultimo film che ho girato si svolge a Realdo ed in Valle Argentina, e verte sulla frontiera, più in generale sulle frontiere esterne – amministrative, politiche – ed interne – psicologiche, culturali – che dividono le persone.

Accettando con preoccupazione questo arduo compito che per la prima volta nella vita mi accingo a svolgere, mi son chiesto in nome di cosa io abbia la legittimità di presentare un libro. Il mio lavoro, autore di documentari, ricercatore o giardiniere, è innanzi tutto quello di osservare il mondo nella maniera più semplice e diretta possibile, almeno rispetto ai miei mezzi di comprendonio, allo scopo di scoprine i contrasti e le prospettive, per metterne in rilievo le vedute che più mi toccano.
Cerchero’ pertanto di esprimere in parole cio’ che ho visto leggendo il libro di Giacomo.

Nel tempo dei lupi ci parla della prima frontiera che l’essere umano ha oltrepassato all’inizio dei tempi, dei nostri tempi. Diventando animale raziocinante, egli, l’umanità, noi, ci siamo definiti in quanto persone.
Se oggi la divisione appare netta, la distinzione tra il mondo del selvatico ed il mondo della civilizzazione, fu assai più sfumata. Umanità e natura non sono sempre stati elementi separati del pianeta.
Dopo 4 secoli di modernità, oggi l’imperialismo dei consumi e dell’edonismo globale ha spazzato via religioni e miti. Ed esso sta ormai togliendo di mezzo anche gli ultimi residui della relazione di scambio che l’umanità intratteneva con la natura e le sue forze.
Nel tempo dei lupi apre una finestra sulla paradossale conseguenza della demarcazione sempre più netta della linea che divide la cosiddetta civiltà e la matrice animale che è principio della nostra esistenza.

Andiamo tutti verso qualcosa, e pur nella nostra contemporanea frammentazione individualistica, probabilmente noi tutti, come massa, procediamo nella stessa direzione senza nemmeno saperlo. L’uso che si fa delle parole è molto importante per spiegare i meccanismi psicologici che funzionano a livello collettivo.
Oza Okup è un collettivo internazionale che inscena performances di strada sui temi delle origini del neo-liberalismo e del senso di parole ed espressioni che descrivono il funzionamento della società e che fanno parte del vocabolario di tutti i giorni.  Nelle vie di Bruxelles, Belgrado, Brazzaville è stata sollevata ai passanti la seguente domanda: il profitto è al servizio dell’umanità o l’umanità è al servizio del profitto ?
La perplessità degli uni si è alternata alla risposta tendenzialmente tragicomica degli altri. Meglio ridersela, dicono gli artisti. Ormai poco altro ci resta da fare per tentare di esorcizzare il cannibalismo culturale e psicologico del “progresso”.
Lascio sospesa la questione sul soggetto che definisce realmente gli attori di tale “progresso”.
Continuo sulle sue principali conseguenze, e sul perché il lupo – la visione che ne abbiamo, la funzione che gli si attribuisce nei diversi momenti storici – sia un eccellente indicatore di quanto sta avvenendo all’umanità.

Incapaci di reagire, presi dall’edonismo di massa, procediamo a grandi passi in direzione di cio’ che la tecnica ci indica senza discussioni. Da una parte economisti e politici ci convincono che calcoli esattissimi ed incomprensibili dovrebbero regolare le nostre esistenze. Dall’altra, compagnie internazionali con sigle e nomi conosciuti ovunque sul Pianeta, definiscono i nostri “life-syles”, sventolandoci davanti al naso esche appetitose quali tablettes, iphones ed altri accattivanti marchingegni stimolanti i nostri nuovi ed insospettati bisogni.
Il segnale binario domina il mondo e l’economia del consumo edonista è la nuova religione.  Con la globalizzazione della comunicazione, la separazione tra uomo e natura – in senso lato, ma anche nel senso di natura umana – sembra ormai disperata.
Saremmo già condannati alla comunicazione istantanea dipendente da supporti sempre più piccoli che già promettono di invadere il nostro corpo ? Siamo definitivamente privati della speranza di sentirci parte di un tutto che esista al di fuori della nostra bolla d’informazioni e di dati, di tutto cio’ che non “esca” dai nostri supporti ? Diventeremo infine noi stessi il supporto fisico-biologico del microchip che definirà la nostra identità tramite la registrazione “intelligente” dei nostri consumi?
Se la nostra intelligenza è già al servizio dei sistemi che essa ha creato, allora abbiamo già dimenticato cosa siamo.
Ecco cosa ci dice Giacomo, descrivendoci lo stupore incomprensibile che Guido prova di fronte alla lupa.
Credendo di semplificarci la vita grazie al progresso, ci siamo creati una prigione sempre più claustrofobica e rumorosa. La nostra unica reazione è quella voluta (da chi ? Dalle società di telefonia mobile ?): una frenesia comunicazionale senza senso, che ormai definisce ogni individuo – moltitudini d’individui, miliardi di protesi comunicanti sempre più connesse, ognuno di noi sempre più ansioso di affermare la propria esistenza tramite immagini, frasette, messaggini, slogans.
Il riduttivo cogito ergo sum, si è trasformato nel terribile comunico ergo sum. Senza più pensare, dovremmo semplicemente reagire per impulsi diretti, comunicare nel tempo istantaneo di un presente dilatato che non segue più né i cicli della natura, né le linee della Storia.
Ed eccolo dunque il rumore di fondo che appiattisce la profondità del mondo, e che Guido riesce a distinguere solo dopo aver oltrepassato la frontiera tra la sua realtà di uomo del XXI secolo, ed il mondo primigenio, potente e misterioso dei lupi.

Perché dunque la lupa che Guido incontra in montagna sembra cosi’ diversa dal lupo dei documentari del National Geographic che lo stesso guarda alla tv con il giovane figlio ?
Abbreviando grossolanamente un processo storico durato quasi due millenni, cito giusto tre tappe fondamentali nella storia dell’umanità, che hanno profondamente e progressivamente modificato il nostro modo di vederci sul Pianeta.
Dapprima la visione antropocentrica dei tre monoteismi ha fornito gli strumenti “intellettuali” per sancire la separazione tra umanità e natura.
In seguito, durante l’epoca moderna, il progresso ha fornito gli strumenti tecnologici per assoggettare in maniera globale la natura.
Infine, nell’Italia contemporanea, in tutta l’Europa occidentale, il boom economico italiano o le trente glorieuses francesi – ogni nazione ha il suo modo per definire il proprio glorioso quanto effimero e distruttivo trionfo della modernità – ha dissolto la civiltà contadina che presentava ancora una certa comunione con le forze naturali del mondo.
Per diletto e per meglio comprendere i nostri tempi, è interessante rileggersi l’articolo sulla scomparsa delle lucciole di Pasolini, vero necrologio della fine di un’epoca iniziata all’alba dei tempi.

Entrando nel tempo dei lupi Guido compie un vero e proprio rito di passaggio. Un rito che è paragonabile alla serie complessa di rituali che avevano come protagonista la figura simbolica del lupo: per es., presso i Kwakiutl, tribù dell’isola di Vancouver, o più in generale presso tanti altri popoli del mondo, ove il lupo è metafora delle forze primigenie che l’essere umano deve riconoscere e sperimentare per trovare il proprio posto nel mondo.
Tra le varie civilizzazioni non si contano i riti che sancivano l’entrata del giovane nella fase dell’età adulta, grazie all’utilizzo della metafora del lupo – tramite tra i due mondi, quello della società e quello delle forze naturali.
Alle radici della nostra civiltà occidentale, si pensi ai lupercalia della Roma classica. Questa complessa cerimonia di morte e rinascita rituale celebrava la fertilità delle donne ed il rinnovarsi del ciclo annuale. Essa fu proibita nel 495 dc dal papa Gelasio, il quale rimproverava al senato la partecipazione di cristiani a tale festa.
Sempre nella cultura europea, le versioni moderne delle favole non sono altro che racconti e miti di antica origine, epurati dei loro elementi precristiani. Tali versioni moderne non lasciano alcun dubbio sulla presunta superiorità dell’umanità sul resto del creato.
All’origine di Cappuccetto rosso, il lupo era tutt’altro che l’incarnazione del male descritta dall’antropocentrismo religioso affermatosi in epoca medievale ed adottato dalla modernità. La sua versione attuale è quella trascritta e reinterpretata da François Perrault in Francia nel XVII secolo e più tardi dai fratelli Grimm in Germania. Il racconto, di cui si hanno testimonianze nella Francia dell’XI secolo, ha quasi certamente un’origine precristiana. Nella sua versione più antica oggi conosciuta, il lupo uccide la nonna ed offre i resti del cadavere alla nipotina, la quale, finito il festino di carne umana, è contenta di raggiungere il lupo a letto, per godere dei suoi primi piaceri, sconosciuti e proibiti. Appare evidente come qui il lupo sia metafora delle forze ineluttabili della natura a cui il genere umano appartiene: forze che definiscono l’inesorabile ciclo della vita ed il passaggio della fertilità da una generazione all’altra di donne.

Ed ora ? Cosa resta del tempo dei lupi ?
Cio’ che è avvenuto in pochi decenni in Europa sta ripetendosi ancor più velocemente altrove nel mondo.
La fine della guerra fredda e l’esplosione d’internet e del mercato globale, hanno “liberato” anche le popolazioni più “arretrate” che oggi chiedono benessere e democrazia. Anch’esse stanno cosi’ imparando a conoscere il “progresso”, dimenticando di far parte di un mondo la cui conoscenza si tramandava da centinaia di generazioni.
E’ una vera e propria ecatombe di memorie di cui siamo protagonisti e testimoni. E non parlo di memorie intellettuali, ma di memorie fisiche, psichiche, di un’alterità che ormai riusciamo a pensare solo in termini di banalizzazione (o di imprigionamento entro gli schemi coi quali siamo abituati ad interpretare).
Quale altro significato hanno i “parchi a lupi” come il Parc Alpha di Saint-Martin-Vésubie citato da Giacomo, dove degli esemplari di lupi dell’Alaska son ben nutriti, ingabbiati in recinti e messi in mostra ai visitatori ? Il lupo, da forza misteriosa e potente della natura da cui l’umanità si è separata, è diventato attrazione turistica. Esso è cosi’ ridotto a due funzioni: risorsa economica e lupo “orsacchiotto”.
Il nostro mondo autoreferenziale ed antropocentrico non solo ci impedisce di vivere e di pensarci altrimenti che degli esseri dediti al consumo ed alla comunicazione. Esso inoltre riduce la natura ormai doma a variabile economica, trasformando tutto cio’ che è “altro” in elemento ludico.
Per tornare ad esempi più banali e vicini alla nostra esperienza, si pensi alla popolarità del volto di Che Guevara, onnipresente su t-shirts e tatuaggi sfoggiati fin negli angoli più impensabili del Pianeta. Il volto del medico argentino rivoluzionario non sembra la versione “cool” dei volti dei terrificanti licantropi raffigurati nelle incisioni dei trattati di fisionomica del XIX secolo ?

Nel tempo dei lupi ci dice che il rumore di fondo della nostra società ci stordisce e ci rende incapaci di sentire quel mondo a cui la specie umana sapeva appartenere e sapeva ritrovarsi. Un mondo che l’essere umano, nel corso di millenni di storia, aveva saputo interpretare senza dividersene. Un mondo che le innumerevoli civiltà susseguitesi sulla Terra hanno strutturato, appreso, rimesso in scena tramite miti e riti che coinvolgevano “anima e corpo” le persone.
Un mondo ed una dimensione che il consumo, la comunicazione, il profitto e l’edonismo stanno riducendo a spese dell’umanità stessa, persa negli inganni delle parole e delle immagini che la comunicazione di massa svuota del proprio senso.
La gerarchia genera potere, ed il potere altre nuove e bizzarre gerarchie, per mezzo di sempre nuovi sofisticati strumenti adatti alla propria epoca.
Il prezzo, ovvio, é l’abituarsi a credere di essere cio’ che questo “progresso” vuol che noi siamo.

E allora, le lucciole sono definitivamente scomparse ?

La finzione di Guido ci dice che ritornare ad una dimensione più umana e profonda della vita è forse ancora possibile: una dimensione più silenziosa e vicina a cio’ che non sappiamo più essere, per riconoscere il lupo che è in noi stessi e trovare nell’altro l’essere umano che noi siamo.
Tuttavia la storia parallela di Giusé Burrasca ci dice anche che gli ultimi esseri umani che ancora portavano qualche traccia dei mondi delle nostre origini, stanno per scomparire, definitivamente.
Probabilmente à già troppo tardi per cambiare rotta, lo era già 40 anni fa, diceva Pasolini.

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Nel tempo dei lupi

Il mio nuovo libro si chiama “Nel tempo dei lupi” e racconta una storia che non è ancora accaduta in alta Valle Argentina, a Realdo, tra la provincia di Imperia e quella di Cuneo, tra i comuni di Triora e quello francese di Briga, tra l’Italia e la Francia; i confini da varcare in questo romanzo sono molti.

Questa la trama:

Guido, un tecnico installatore di antenne per cellulari, viene spedito a montare un’antenna a Realdo, in una zona che tuttora non è coperta dal segnale.

Uomo di oggi, sposato, un figlio, torinese, Guido si troverà ad affrontare le difficoltà di un luogo in cui i ritmi di vita invece sono ancora quelli di molti anni fa, dove si vive ancora senza tecnologia, dove si è sempre vissuto così.

Per trovare il luogo giusto dovrà abbandonare il navigatore satellitare e chiedere aiuto ad uno degli ultimi pastori brigaschi, una categoria la cui esistenza si perde nei tempi, gravemente condizionata dalla spartizione dei confini nell’ultima guerra.

Verrà a contatto con una lingua nuova, il brigasco, con un ambiente, un clima, spesso ostili e una cultura per lui aliena.
Il pastore lo aiuterà finchè non verrà distratto da un problema per lui ben più grande: la presenza di un lupo. I lupi sono infatti tornati ad abitare quelle zone.

“Nel tempo dei lupi” è stato tra i finalisti del premio “La Giara” della Rai.

L’editore, Pentagora, è un’esperienza giovane, nata da poco ma con un catalogo di saggi e romanzi attenti al territorio e all’antropologia dei luoghi.

Per ora, queste le presentazioni:

- Mercoledì 20 novembre ore 18 a Genova, libreria Feltrinelli, assieme a Laura Guglielmi di Mentelocale

- Venerdì 29 novembre ore 17 a Sanremo, Museo Palazzo Borea D’Olmo

- Sabato 21 dicembre ore 17 ad Arma di Taggia, Villa Boselli, con Nicola Farina, autore del documentario “E ci si ritrova dall’altra parte”

Ecco la scheda dell’editore: http://www.pentagora.it/?p=717

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Dark economy

Da Repubblica del 02.02.2012
Estratto dell’introduzione di“Dark economy”, di Antonio Cianciullo ed Enrico Fontana, Einaudi.

Televisori, medicine scadute, pneumatici, scatole di sardine, pesticidi, trasformatori elettrici,traversine ferroviarie, computer, tettoie di
eternit, auto, frigoriferi, scarti ospedalieri,lampadine, bare, vestiti: tutto ridotto a una poltiglia infettante, carica di metalli pesanti e batteri, diossine e amianto, sepolta clandestinamente nei laghi campani, davanti alle coste calabre, nei villaggi del Ghana. E’ l’altra faccia dello specchio, il lato oscuro della produzione. Le merci, seducenti fino a un attimo prima dell’abbandono, subiscono una mutazione improvvisa trasformandosi da sirene in arpie: ciò che appariva utile e desiderabile diventa a un tratto ingombrante, sporco, disgustoso. Gli oggetti cambiano status, cambiano nome, cambiano padrone. Diventano rifiuti. E, in questa nuova veste, possono avere una doppia vita.

Quando i riflettori del consumo si spengono e gli spettatori si distraggono, per i rifiuti si apre un bivio che costringe a scegliere tra due universi paralleli e inconciliabili: dark economye green economy. C’è la via maestra che punta a garantire la salute di tutti e l’equilibrio del pianeta e c’è la scorciatoia in cui si baratta l’avvelenamento dei campi e dell’acqua con la crescita dei conti cifrati nei paradisi fiscali.

Sembrerebbe un’alternativa accademica perché, messa in questi termini, la scelta appare lineare, ovvia, con tutti i vantaggi che si concentrano sul lato del recupero e tutti i danni che si addensano attorno all’opzione dell’occultamento. Eppure la logica apollinea della convenienza collettiva viene spesso sconfitta: la Campania ostaggio dei roghi in cui si bruciano monnezza e diritti dimostra la capacità di
un sistema occulto di potere di resistere alle denunce e al buon senso. Limitarsi a esorcizzare un problema di queste dimensioni proponendo la costruzione di un inceneritore, come spesso accade, significa non avere colto la natura della posta in gioco. Abbiamo imparato a comprimere un’enciclopedia in un microchip grande quanto un’unghia ma continuiamo a spargere amianto e metalli pesanti come se fossero gli avanzi di un accampamento neolitico; ci comportiamo come cacciatori raccoglitori in un mondo in cui l’inquinamento arriva sui picchi dell’Himalaya e in Italia sono stati censiti 13mila siti potenzialmente contaminati.

E’ una situazione che richiede un cambio di rotta culturale. Un’umanità composta da pochi milioni di persone percepiva lo spazio a disposizione come infinito e le risorse come inesauribili. Applicare le stesse categorie di pensiero in un pianeta che tra pochi decenni sarà popolato da 9 miliardi di esseri umani – costretti a vivere in un’atmosfera carica di anidride carbonica, un rifiuto gassoso così concentrato da minacciare di trascinarci in un mondo simile al pleistocene, quando il livello dei mari era più alto di 25 metri – significa
correre un rischio collettivo di portata apocalittica.

Si può invertire la rotta? Questo libro offre la fotografia di un Paese disgregato che si barrica perché ha perso fiducia nelle sue capacità di reagire; ma mostra anche il filo che lega la battaglia contro l’ecomafia allo sforzo per costruire un’economia che cresce puntando sull’efficienza, sulle fonti rinnovabili, sui consumi consapevoli. Se si legge waste (rifiuto) in maniera più attenta, si scopre un altro significato: spreco. E lo spreco di energia, di materia prima, di diritti – è l’ultima cosa che possiamo permetterci.

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Vorrei che tu fossi qui (Wish you were here Claudio)

Allora, com’è lì? Pensi di riuscire a raccontarlo?
Paradiso o Inferno? Cieli blu o dolore?

E dimmi: c’è un prato verde o soltanto un freddo guardrail?
E si ride da quelle parti?
Allora, pensi di potercelo raccontare?

Oppure, hanno cercato di far passare i tuoi eroi per fantasmi?
Ci hanno venduto alberi, e invece era solo cenere.
Qui c’è un’afa che appena si respira e loro ci dicono che è aria fresca.
Per questo tu hai preferito un ruolo da passante in una guerra piuttosto che uno da protagonista in una gabbia. Comodo ma – come dire – poca soddisfazione.

Oh, come vorrei, come vorrei che tu fossi qui.

Siamo stati due anime perse che nuotavano nella stessa boccia, come due pesci rossi.
Per anni a correre su questa vecchia terra.
E che cosa ci abbiamo guadagnato?
Le solite vecchie paure.

Oh, come vorrei che fossi qui.

(da Wish you were here,  Roger Waters)

Wish you were here Claudio
http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2012/01/02/AORWIRbB-galleria_schianta_bevera.shtml

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Aragiaive!

Un consiglio comunale in provincia di Imperia sciolto per “forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata”. Ma non succedevano altrove queste cose? Invece.

Un sindaco invitato più volte a mettersi da parte per rispetto dell’istituzione che ricorre al T.A.R. e parla dello scioglimento ordinato da un ministro della repubblica come di un “atto abnorme, inspiegabile, illegittimo”. (Ma non ha giurato sulla costituzione?)  E’ accadduto anche questo.

Il presidente di una squadra di calcio locale arrestato per minacce ai suoi giocatori. Che cos’è? Un sequel polizziottesco dell'”Allenatore nel pallone”?

Un “porticciulo”, quello di Imperia, partito con l’ambizione di essere il più grande d’Europa diventato invece più grande la bufala degli ultimi anni.

Un ex ministro dimessosi già due volte per clamorose gaffe che dichiara che da quando non c’è più lui “ci si accanisce contro il ponente” e va a tirar la sottana del presidente del consiglio, minacciando di formare una corrente. Ma quando “c’era lui” le cose erano diverse?

Se unite tutto questo al deficit Area 24, alla pista ciclabile senza luce, all’Amaie che rischia la privatizzazione, all’autocombustione di negozi in pieno centro, alla crisi della floricoltura, dei trasporti, alle discariche abusive, perfino della spazzatura e ai morsi del cemento sulla costa e sulle colline ce n’è abbastanza: Aragiaive! Per i foresti: Indignatevi!
In Francia, un libretto scritto da un vecchio partigiano di 94 anni, Stéphane Hessel, sta scuotendo le coscienze civili del paese. Si chiama “Indignez-vous!”, costa pochissimo e in quattro mesi ha venduto più di 650mila copie.
L’abbiamo letto: non è il solito mugugno di un vecchio nostalgico, nè il suo canto del cigno prima di affidarsi alla grande consolatrice. Chiama in causa le idee, i valori, gli stessi che hanno ispirato la resistenza contro il nazismo, il male assoluto. Dov’è finito tutto ciò per cui i nostri nonni solo 60 anni fa hanno combattuto e tanti sono morti? Potrebbe sembrare la retorica a cui ci siamo abituati nei discorsi da 25 aprile, invece no: in Hessel, ex allievo di Sartre, si legge la nausea per il mondo di oggi e si schiera contro il male principale che lo affligge: l’indifferenza. E’ l’indifferenza che gradino, dopo gradino, ci porterà ad accettare tutto, ingiustizie economiche, sociali, spostando il limite sempre più in là, fino alle discriminazioni razziali e religiose, finchè diverrà nouveau regime.

Questo libretto, come scrive anche Le Monde, “non è certo un programma di governo. Ma è un serio avvertimento al governo”. E’ un avvertimento alla sinistra perchè torni a suscitare speranze, alternative, argomenti. Tra pochi mesi in Francia ci sono le presidenziali. Non è un caso infatti che Sarcozy abbia dichiarato di voler bombardare Gheddafi: speculazioni elettorali. Da noi in Italia le elezioni sembrano lontanissime e non sembrano rappresentare più una soluzione, la classe politica nel frattempo si è decomposta. L’Italia è il paese dove la politica è più distante dalla realtà, un vero parassita di privilegi.
Gli stessi privilegi che nel Nord Africa islamico, tanto condannato da noi puristi occidentali, hanno provocato uno tsunami di rivolte e rivoluzioni. Dietro i paraventi messi su dai governi trentennali di Ben Ali, Gheddafi e dagli emiri sauditi, c’è chi non ne può più, chi s’è indignato, s’indigna.

E allora, perchè confinare l’indignazione a Ponte San Ludovico? Anche in Italia, anche in provincia di Imperia abbiamo i nostri buoni motivi, ce ne accorgiamo tutti i giorni.
Ma che fare? Abbiamo visto che non serve scendere in piazza. Sindaci, presidenti, politici stanno a guardare (magari partecipano pure, come Bosio alla manifestazione contro le mafie), al limite offrono cappuccino e brioche al popolo, come Maria Antonietta. Non serve sbraitare, insultare sul web: scatenano solo azioni legali e risarcimenti. Ma indignarsi è fondamentale per cambiare le cose. Serve uscire da questa indifferenza in cui siamo finiti, annebbiati, anestetizzati da un benessere di base e dai modelli della TV. Cominciamo con lo spegnere quella e verrà di conseguenza indignarsi, “aragiase”. La soluzione può essere politica o no, ma deve arrivare da una giusta incazzatura.

Questi sindaci amici su facebook di camorristi, ci rappresentano?
Questi politici che non si mettono mai da parte ma hanno l’arroganza dei salvatori della patria, hanno migliorato il nostro territorio in tutti questi anni?
Questo ambiente una volta straordinario e invidiato da tutti e oggi colonizzato dai cementieri e imprenditori con la cazzuola, ci piace?

Questa è una resistenza, una nuova resistenza.

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Prove tecniche di pongocrazia

Alla fine dell’anno, forse per l’atteggiamento riflessivo imposto dal cambio di data, oppure a causa di un po’ di sana disillusione, si riesce a selezionare i messaggi meglio di prima, si notano i segni del futuro imminente, i primi raggi dell’avvenire o le nuove nubi all’orizzonte.
Uno di questi, non è molto difficile scorgerlo – da un po’ rimbalza sui giornali e soprattutto in TV – è lo spot di Forum Nucleare italiano. Ma che cos’è?

La campagna del “Forum Nucleare italiano”, nelle intenzioni dei realizzatori, avrebbe lo scopo di diffondere un’opinione più consapevole sull’energia nucleare, fornendo “informazioni chiare, complete e certe sotto il profilo scientifico”, come si dichiara sul sito.
Apparentemente, lo stato si prepara dunque nuovamente a chiedere ai cittadini che cosa ne pensano dell’energia nucleare, dopo il referendum del 1987 che ne ha sancito l’abrogazione. Una domanda a questo punto sorge spontanea. Ma cos’è cambiato in 24 anni da portarci a cambiare idea? Davvero gli italiani avrebbero cambiato opinione sulle centrali nucleari?
La verità, in questo caso, sta nel mezzo. Nel mezzo di comunicazione, intendo.
In 24 anni si sono affinati meccanismi che erano impensabili nell’Italia del post-cernobyl: il web, i sondaggi, la videocracy berlusconiana. Ultimamente il nostro governo ha stipulato importanti accordi con multinazionali dell’atomo per riportare il nucleare in Italia. Dunque c’è tutto l’interesse perchè alcuni gruppi di potere economico e politico, agiscano oggi per formare un’opinione pubblica favorevole al nucleare. Infatti, dietro Forum Nucleare italiano, ci sono colossi dell’atomo come Westinghouse, Enel, Ansaldo Nucleare, Areva e Edf. Ecco allora che si spiega Forum Nucleare italiano.

Ma il mezzo di comunicazione, in questo caso, fa la differenza. Quello di www.forumnucleare.it è un chiaro esempio di viral marketing. In America ormai lo usano per tutto, dai detersivi agli antidepressivi. Funziona così: si pagano un determinato numero di persone per parlare bene di qualcosa, un prodotto, un servizio. Queste diffonderanno l’informazione agli altri, che verranno contagiati dal virus e diverranno “inconsapevolmente” promotori del prodotto. Funziona su un principio base dell’essere umano: la relazione. È sostanzialmente un’evoluzione del passaparola, con la differenza che c’è una volontaria intenzione di uno degli interlocutori vincolata al profitto di chi lancia la campagna. Funziona benissimo tra le casalinghe, ma anche nei mestieri tecnici, dove la garanzia di un collega è importante. Ma è la prima volta che qualcuno lo applica alla società civile e questo segna la differenza. Il fatto poi che gli spot “forum nucleare” arrivino nel periodo natalizio non è certo un caso. Si parte dalla TV, che a Natale registra il “picco di accessi” e, successivamente, è possibile l'”upshifting” verso il web, cioè il passaggio di informazioni e utenti ad un altro media, quello in cui, tra l’altro, si sono riscontrati i primi pareri negativi sul nucleare e dove oggi è più possibile fare passaparola.
Ecco come convincere gli italiani sulla bontà del nucleare dopo che loro stessi, attraverso i meccanismi democratici, anni fa, hanno detto di no con un referendum: lo ha dichiarato lo stesso Primo ministro Berlusconi.
Una volta c’erano i “think thank”, i serbatoi di conoscenza, i giornali, le trasmissioni di riferimento. Con questo sistema non servono più. Si spende meno, si sfrutta il nuovo medium. E’ incredibilmente più economico e semplice, basta un click.

E’ la pongocrazia. Non è il popolo che con i sistemi consentiti dalla costituzione impone il proprio volere al governo ma il governo che, attraverso nuove strategie e mezzi di comunicazione, impone il proprio volere al popolo.
La democrazia sta diventando qualcosa di maneggevole, manipolabile, malleabile come una palla di pongo. Tanto che in pochi anni si riesce a far cambiare opinione ad un popolo su un argomento come il nucleare. Cambiando di poco la parola, si potrebbe dire che questa non è “democracy” ma “democrazy”.
Ecco, l’ultima scoperta del 2010 è proprio questa, la “pongocrazia”.
Buon 2011 a tutti.

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Appuntamento a Shopville

Mitica come Samarcanda, diafana come Timbuctù. Virtuale come Atlantide, più reale di Las Vegas.
Shangri-la delle casalinghe, Wonderland della Riviera, Eldorado dei commercianti. Riviera Shopville c’era una volta, c’è adesso e sempre ci sarà.
Nessuno ammette di andarci, ma tutti ne veniamo. Non ci siamo mai stati eppure ne siamo appena usciti. Chi può dire di non esserci passato?
Nessuno l’ha voluta, eppure ce la siamo meritata. Shopville era già nei nostri salotti, nelle nostre dispense, nei nostri freezer ancora prima che venisse costruita. Era inevitabile.

Ma cos’è davvero Shopville? Shopville è Taggia, ormai non lo si può più negare. Forse è questa la soluzione al problema di toponomastica sollevato di recente da un comitato locale: nè Taggia, nè Armataggia. Shopville e basta.
L’area commerciale si sta progressivamente sostituendo alla città medievale e alla periferia marittima. Lo fa negli scopi e nelle intenzioni: una volta capitava di essere fermati da sconosciuti che chiedevano del Convento dei Domenicani o, al limite, di via della Cornice; oggi gli stessi sconosciuti sono francesi che si sono persi a qualche rotatoria e cercano Shopville. Non c’è da stupirsi se all’uscita A10 comparirà un giorno una segnaletica che porterà dritta a Shopville ignorando castelli e spiagge. Il medioevo e il solleone sono solo un contorno inutile, a volte dannoso. Del resto, con la realizzazione del futuro impianto unico di trattamento dei rifiuti a Collette Ozotto (lo chiameranno Trashville?), sulla collina soprastante, Taggia vantare di una qualità unica nel suo genere: produzione, consumo e trattamento dei rifiuti concentrate a pochi metri di distanza. Siamo alla fantascienza.
E’ una fagocitosi inarrestabile, un processo naturale: da sempre la vita dell’uomo avviene attorno ai mercati, ai luoghi di scambio. Da ciò si sarebbe sviluppata la nostra civiltà. Solo che, in questo caso, non si sa a quale altra civiltà superiore potrebbe portare quella attuale.

Le premesse, a dire il vero, c’erano già agli inizi. A ricordarcele, proprio in questi giorni, le udienze del maxi-processo Bianchi o “Tangenti e mattoni”. Un vero legal thiller degno di John Grisham. Per la concessione delle licenze e la realizzazione dell’ipermercato Leclerc-Nordiconad e la galleria commerciale Shopville, sono alla sbarra l’ex sindaco di Taggia Lorenzo Barla e l’ex presidente della Camera di Commercio di Imperia, Giuseppe Bianchi, più una serie di geometri e funzionari minori.
Erano anni di vacche grasse quelle: due zone commerciali in costruzione sui vecchi orti di plumosus e sulla vecchia fabbbrica di mattoni e tanti altri progetti edilizi in corso.
Un sindaco, chiamato a furor di popolo a bissare il mandato, che invece incassa a destra e a manca: le mazzette da Bianchi per Shopville e quelle dell’A&G Sviluppo, società che costruiva l’altra area commerciale dietro la ferrovia. E, poi, la presunta tangente sotto forma di sconto, per l’acquisto di un attico alle “Torri di Colombo” predisposta da Bianchi per i favori dell’assessore provinciale Gilardino. Intanto a Taggia, con una perizia addomesticata, a Borgo San Martino si costruivano case su zona soggetta a rischio alluvionale. A Taggia si poteva fare tutto. Taggia era la casa, il condominio delle libertà.
Barla c’aveva preso così gusto che a un certo punto, stufa di pagare, Aurora De Julis, dell’A&G Sviluppo, lo minaccia di organizzare una rivolta contadina se non avesse concesso il nulla osta ai lavori.
Una “rivolta contadina”? A Taggia? Nemmeno fossimo tra i peones messicani.

Partita con i migliori auspici, Shopville non s’è smentita gli anni successivi.
E l’albergo che “La Fornace”, società realizzatrice  di Nordiconad, s’era impegnata a realizzare come ricompensa alla variante al Piano regolatore necessaria per costruire il centro? 51 camere, panoramico, gran charme. Sarebbe pronto da tempo, mancano solo gli arredi, precisano. Ma non s’è mai visto.
C’è poi la piscina promessa come ricompensa del fatto che per la costruzione del centro commerciale era stata privatizzata una strada pubblica. Sei corsie da 25 metri, due milioni e mezzo di euro, di cui il comune non dovrebbe spendere una lira. Ancora niente.
Da veri piazzisti, quelli di Shopville sanno proprio vendere. E quella della piscina, a Taggia, se la sono proprio bevuta. Del resto, ad affidare la costruzione di una piscina ad una società che si chiama la “La Fornace”, qualche dubbio poteva venire.
Non parliamo poi della viabilità attorno a Shopville. Degna di un rompicapo cinese.
Ma cos’ha fatto poi il centro commerciale per la città? Posti di lavoro? Molti dei negozi in galleria o sono rimasti vuoti o cercano commesse che poi non si trovano. E pensare che chi voleva lavorare in shopville, doveva mandare domanda di assunzione al Comune.
Attività culturali? Degne di Vanna Marchi.
Però forse non tutto è perso. Scorrendo le notizie di cronaca, leggo che, mesi fa, proprio a Shopville, assieme alla gente comune, sarebbe entrato a Shopville anche un gufo. Dopo aver terrorizzato i negozianti, preoccupati per le vendite, l’animale sarebbe stato subito catturato dalle guardie del corpo forestale e liberato nei boschi. Ma ormai si sa, in Riviera, parlare di gufi porta bene.

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