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Nel tempo dei lupi – Recensione di Nicola Farina

Quando Giacomo mi ha proposto di presentare il suo ultimo libro, ho accettato con piacere per quattro ragioni.
La prima, banale e poco interessante, ci conosciamo da 25 anni.
La seconda, per ragioni personali e familiari, entrambi frequentiamo da sempre Realdo e la Valle Argentina.
La terza, il lupo e le sue rappresentazioni sono stati il mio principale soggetto di studio quando ero ricercatore a tempo pieno.
La quarta, l’ultimo film che ho girato si svolge a Realdo ed in Valle Argentina, e verte sulla frontiera, più in generale sulle frontiere esterne – amministrative, politiche – ed interne – psicologiche, culturali – che dividono le persone.

Accettando con preoccupazione questo arduo compito che per la prima volta nella vita mi accingo a svolgere, mi son chiesto in nome di cosa io abbia la legittimità di presentare un libro. Il mio lavoro, autore di documentari, ricercatore o giardiniere, è innanzi tutto quello di osservare il mondo nella maniera più semplice e diretta possibile, almeno rispetto ai miei mezzi di comprendonio, allo scopo di scoprine i contrasti e le prospettive, per metterne in rilievo le vedute che più mi toccano.
Cerchero’ pertanto di esprimere in parole cio’ che ho visto leggendo il libro di Giacomo.

Nel tempo dei lupi ci parla della prima frontiera che l’essere umano ha oltrepassato all’inizio dei tempi, dei nostri tempi. Diventando animale raziocinante, egli, l’umanità, noi, ci siamo definiti in quanto persone.
Se oggi la divisione appare netta, la distinzione tra il mondo del selvatico ed il mondo della civilizzazione, fu assai più sfumata. Umanità e natura non sono sempre stati elementi separati del pianeta.
Dopo 4 secoli di modernità, oggi l’imperialismo dei consumi e dell’edonismo globale ha spazzato via religioni e miti. Ed esso sta ormai togliendo di mezzo anche gli ultimi residui della relazione di scambio che l’umanità intratteneva con la natura e le sue forze.
Nel tempo dei lupi apre una finestra sulla paradossale conseguenza della demarcazione sempre più netta della linea che divide la cosiddetta civiltà e la matrice animale che è principio della nostra esistenza.

Andiamo tutti verso qualcosa, e pur nella nostra contemporanea frammentazione individualistica, probabilmente noi tutti, come massa, procediamo nella stessa direzione senza nemmeno saperlo. L’uso che si fa delle parole è molto importante per spiegare i meccanismi psicologici che funzionano a livello collettivo.
Oza Okup è un collettivo internazionale che inscena performances di strada sui temi delle origini del neo-liberalismo e del senso di parole ed espressioni che descrivono il funzionamento della società e che fanno parte del vocabolario di tutti i giorni.  Nelle vie di Bruxelles, Belgrado, Brazzaville è stata sollevata ai passanti la seguente domanda: il profitto è al servizio dell’umanità o l’umanità è al servizio del profitto ?
La perplessità degli uni si è alternata alla risposta tendenzialmente tragicomica degli altri. Meglio ridersela, dicono gli artisti. Ormai poco altro ci resta da fare per tentare di esorcizzare il cannibalismo culturale e psicologico del “progresso”.
Lascio sospesa la questione sul soggetto che definisce realmente gli attori di tale “progresso”.
Continuo sulle sue principali conseguenze, e sul perché il lupo – la visione che ne abbiamo, la funzione che gli si attribuisce nei diversi momenti storici – sia un eccellente indicatore di quanto sta avvenendo all’umanità.

Incapaci di reagire, presi dall’edonismo di massa, procediamo a grandi passi in direzione di cio’ che la tecnica ci indica senza discussioni. Da una parte economisti e politici ci convincono che calcoli esattissimi ed incomprensibili dovrebbero regolare le nostre esistenze. Dall’altra, compagnie internazionali con sigle e nomi conosciuti ovunque sul Pianeta, definiscono i nostri “life-syles”, sventolandoci davanti al naso esche appetitose quali tablettes, iphones ed altri accattivanti marchingegni stimolanti i nostri nuovi ed insospettati bisogni.
Il segnale binario domina il mondo e l’economia del consumo edonista è la nuova religione.  Con la globalizzazione della comunicazione, la separazione tra uomo e natura – in senso lato, ma anche nel senso di natura umana – sembra ormai disperata.
Saremmo già condannati alla comunicazione istantanea dipendente da supporti sempre più piccoli che già promettono di invadere il nostro corpo ? Siamo definitivamente privati della speranza di sentirci parte di un tutto che esista al di fuori della nostra bolla d’informazioni e di dati, di tutto cio’ che non “esca” dai nostri supporti ? Diventeremo infine noi stessi il supporto fisico-biologico del microchip che definirà la nostra identità tramite la registrazione “intelligente” dei nostri consumi?
Se la nostra intelligenza è già al servizio dei sistemi che essa ha creato, allora abbiamo già dimenticato cosa siamo.
Ecco cosa ci dice Giacomo, descrivendoci lo stupore incomprensibile che Guido prova di fronte alla lupa.
Credendo di semplificarci la vita grazie al progresso, ci siamo creati una prigione sempre più claustrofobica e rumorosa. La nostra unica reazione è quella voluta (da chi ? Dalle società di telefonia mobile ?): una frenesia comunicazionale senza senso, che ormai definisce ogni individuo – moltitudini d’individui, miliardi di protesi comunicanti sempre più connesse, ognuno di noi sempre più ansioso di affermare la propria esistenza tramite immagini, frasette, messaggini, slogans.
Il riduttivo cogito ergo sum, si è trasformato nel terribile comunico ergo sum. Senza più pensare, dovremmo semplicemente reagire per impulsi diretti, comunicare nel tempo istantaneo di un presente dilatato che non segue più né i cicli della natura, né le linee della Storia.
Ed eccolo dunque il rumore di fondo che appiattisce la profondità del mondo, e che Guido riesce a distinguere solo dopo aver oltrepassato la frontiera tra la sua realtà di uomo del XXI secolo, ed il mondo primigenio, potente e misterioso dei lupi.

Perché dunque la lupa che Guido incontra in montagna sembra cosi’ diversa dal lupo dei documentari del National Geographic che lo stesso guarda alla tv con il giovane figlio ?
Abbreviando grossolanamente un processo storico durato quasi due millenni, cito giusto tre tappe fondamentali nella storia dell’umanità, che hanno profondamente e progressivamente modificato il nostro modo di vederci sul Pianeta.
Dapprima la visione antropocentrica dei tre monoteismi ha fornito gli strumenti “intellettuali” per sancire la separazione tra umanità e natura.
In seguito, durante l’epoca moderna, il progresso ha fornito gli strumenti tecnologici per assoggettare in maniera globale la natura.
Infine, nell’Italia contemporanea, in tutta l’Europa occidentale, il boom economico italiano o le trente glorieuses francesi – ogni nazione ha il suo modo per definire il proprio glorioso quanto effimero e distruttivo trionfo della modernità – ha dissolto la civiltà contadina che presentava ancora una certa comunione con le forze naturali del mondo.
Per diletto e per meglio comprendere i nostri tempi, è interessante rileggersi l’articolo sulla scomparsa delle lucciole di Pasolini, vero necrologio della fine di un’epoca iniziata all’alba dei tempi.

Entrando nel tempo dei lupi Guido compie un vero e proprio rito di passaggio. Un rito che è paragonabile alla serie complessa di rituali che avevano come protagonista la figura simbolica del lupo: per es., presso i Kwakiutl, tribù dell’isola di Vancouver, o più in generale presso tanti altri popoli del mondo, ove il lupo è metafora delle forze primigenie che l’essere umano deve riconoscere e sperimentare per trovare il proprio posto nel mondo.
Tra le varie civilizzazioni non si contano i riti che sancivano l’entrata del giovane nella fase dell’età adulta, grazie all’utilizzo della metafora del lupo – tramite tra i due mondi, quello della società e quello delle forze naturali.
Alle radici della nostra civiltà occidentale, si pensi ai lupercalia della Roma classica. Questa complessa cerimonia di morte e rinascita rituale celebrava la fertilità delle donne ed il rinnovarsi del ciclo annuale. Essa fu proibita nel 495 dc dal papa Gelasio, il quale rimproverava al senato la partecipazione di cristiani a tale festa.
Sempre nella cultura europea, le versioni moderne delle favole non sono altro che racconti e miti di antica origine, epurati dei loro elementi precristiani. Tali versioni moderne non lasciano alcun dubbio sulla presunta superiorità dell’umanità sul resto del creato.
All’origine di Cappuccetto rosso, il lupo era tutt’altro che l’incarnazione del male descritta dall’antropocentrismo religioso affermatosi in epoca medievale ed adottato dalla modernità. La sua versione attuale è quella trascritta e reinterpretata da François Perrault in Francia nel XVII secolo e più tardi dai fratelli Grimm in Germania. Il racconto, di cui si hanno testimonianze nella Francia dell’XI secolo, ha quasi certamente un’origine precristiana. Nella sua versione più antica oggi conosciuta, il lupo uccide la nonna ed offre i resti del cadavere alla nipotina, la quale, finito il festino di carne umana, è contenta di raggiungere il lupo a letto, per godere dei suoi primi piaceri, sconosciuti e proibiti. Appare evidente come qui il lupo sia metafora delle forze ineluttabili della natura a cui il genere umano appartiene: forze che definiscono l’inesorabile ciclo della vita ed il passaggio della fertilità da una generazione all’altra di donne.

Ed ora ? Cosa resta del tempo dei lupi ?
Cio’ che è avvenuto in pochi decenni in Europa sta ripetendosi ancor più velocemente altrove nel mondo.
La fine della guerra fredda e l’esplosione d’internet e del mercato globale, hanno “liberato” anche le popolazioni più “arretrate” che oggi chiedono benessere e democrazia. Anch’esse stanno cosi’ imparando a conoscere il “progresso”, dimenticando di far parte di un mondo la cui conoscenza si tramandava da centinaia di generazioni.
E’ una vera e propria ecatombe di memorie di cui siamo protagonisti e testimoni. E non parlo di memorie intellettuali, ma di memorie fisiche, psichiche, di un’alterità che ormai riusciamo a pensare solo in termini di banalizzazione (o di imprigionamento entro gli schemi coi quali siamo abituati ad interpretare).
Quale altro significato hanno i “parchi a lupi” come il Parc Alpha di Saint-Martin-Vésubie citato da Giacomo, dove degli esemplari di lupi dell’Alaska son ben nutriti, ingabbiati in recinti e messi in mostra ai visitatori ? Il lupo, da forza misteriosa e potente della natura da cui l’umanità si è separata, è diventato attrazione turistica. Esso è cosi’ ridotto a due funzioni: risorsa economica e lupo “orsacchiotto”.
Il nostro mondo autoreferenziale ed antropocentrico non solo ci impedisce di vivere e di pensarci altrimenti che degli esseri dediti al consumo ed alla comunicazione. Esso inoltre riduce la natura ormai doma a variabile economica, trasformando tutto cio’ che è “altro” in elemento ludico.
Per tornare ad esempi più banali e vicini alla nostra esperienza, si pensi alla popolarità del volto di Che Guevara, onnipresente su t-shirts e tatuaggi sfoggiati fin negli angoli più impensabili del Pianeta. Il volto del medico argentino rivoluzionario non sembra la versione “cool” dei volti dei terrificanti licantropi raffigurati nelle incisioni dei trattati di fisionomica del XIX secolo ?

Nel tempo dei lupi ci dice che il rumore di fondo della nostra società ci stordisce e ci rende incapaci di sentire quel mondo a cui la specie umana sapeva appartenere e sapeva ritrovarsi. Un mondo che l’essere umano, nel corso di millenni di storia, aveva saputo interpretare senza dividersene. Un mondo che le innumerevoli civiltà susseguitesi sulla Terra hanno strutturato, appreso, rimesso in scena tramite miti e riti che coinvolgevano “anima e corpo” le persone.
Un mondo ed una dimensione che il consumo, la comunicazione, il profitto e l’edonismo stanno riducendo a spese dell’umanità stessa, persa negli inganni delle parole e delle immagini che la comunicazione di massa svuota del proprio senso.
La gerarchia genera potere, ed il potere altre nuove e bizzarre gerarchie, per mezzo di sempre nuovi sofisticati strumenti adatti alla propria epoca.
Il prezzo, ovvio, é l’abituarsi a credere di essere cio’ che questo “progresso” vuol che noi siamo.

E allora, le lucciole sono definitivamente scomparse ?

La finzione di Guido ci dice che ritornare ad una dimensione più umana e profonda della vita è forse ancora possibile: una dimensione più silenziosa e vicina a cio’ che non sappiamo più essere, per riconoscere il lupo che è in noi stessi e trovare nell’altro l’essere umano che noi siamo.
Tuttavia la storia parallela di Giusé Burrasca ci dice anche che gli ultimi esseri umani che ancora portavano qualche traccia dei mondi delle nostre origini, stanno per scomparire, definitivamente.
Probabilmente à già troppo tardi per cambiare rotta, lo era già 40 anni fa, diceva Pasolini.

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Due giorni sulla frontiera

Venerdì 20 dicembre, ore 21

Palazzo Spinola-Gentile, Piazza dei dolori, Sanremo

proiezione documentario

E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina

Sabato 21 dicembre, ore 17

Villa Boselli, via Boselli 1, Arma di Taggia

presentazione libro Nel tempo dei lupi di Giacomo Revelli

 

Venerdì 20 e, sabato 21 dicembre 2013, due appuntamenti dedicati ai nostri confini: reali o figurati, storici, geografici o culturali, ma anche quelli tra uomo e natura, tra istinto e ragione.
Due giorni sulla frontiera, così si è voluto chiamarli per parlare di due opere, un film e un libro, che, in modi diversi ma riconducibili, trattano lo stesso argomento.

Venerdì 20 dicembre, a Sanremo, a Palazzo Spinola-Gentile, nel ciclo Sanremo ricorda Italo Calvino a 90 anni dalla nascita, si terrà la proiezione del documentario E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina, prodotto da Airelles Vidéo.

Il giorno seguente Giacomo Revelli presenterà ad Arma di Taggia, a Villa Boselli, il suo ultimo libro Nel tempo dei lupi, edito da Pentagora.

Perché presentare congiuntamente questi due eventi culturali?

Innanzitutto, il documentario di Farina e il romanzo di Revelli  hanno come sfondo la Valle Argentina. in particolar modo Realdo.  Entrambi, poi, documentario e film, raccontano storie di confine.

 E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina, s’ispira ad una citazione tratta da Il sentiero dei nidi di ragno dell’Italo Calvino partigiano sulle Alpi Liguri: “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dellanima e ci si trova dall’altra parte …”.

Il film rivolge lo sguardo dal presente alle frontiere della Storia, del passato: Resistenza o fascismo, Italia o Francia per il piccolo comune di Briga. Due sorelle divise dalla Guerra alle prese con la difficile scelta dei loro genitori.

In Nel tempo dei lupi di Giacomo Revelli, il confine invece è meno tangibile, ma altrettanto sensibile: la modernità delle tecnologie più avanzate e l’apparente immobilità del mondo pastorale, un giovane del nostro tempo che deve montare un’antenna e un vecchio pastore di un altro tempo che difende il suo gregge da un lupo, la deriva della ragione e la sapienza dell’istinto. Il romanzo guarda il presente nel tempo attuale, ed apre domande le cui risposte si trovano, in ogni caso, già dietro di noi.

Documentario e romanzo partono da una stessa geografia per parlarci di ciò che l’umanità affronta dall’alba dei tempi: la Storia, “uno scandalo che dura da più di diecimila anni”, scriveva Elsa Morante e il rumore di fondo delle onde elettromagnetiche dei nostri smartphones o il silenzio della montagna dove i lupi ritrovano lo spazio che gli esseri umani hanno ormai quasi abbandonato.

E ci si trova dall’altra parte e Nel tempo dei lupi ci invitano ad ascoltare e ad ascoltarci. Ci parlano dell’importanza di oltrepassare la frontiera, per ritrovarci nello sguardo dell’altro, perché la Storia, ovunque essa vada e ci porti, non ci trovi impreparati.

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Nel tempo dei lupi

Il mio nuovo libro si chiama “Nel tempo dei lupi” e racconta una storia che non è ancora accaduta in alta Valle Argentina, a Realdo, tra la provincia di Imperia e quella di Cuneo, tra i comuni di Triora e quello francese di Briga, tra l’Italia e la Francia; i confini da varcare in questo romanzo sono molti.

Questa la trama:

Guido, un tecnico installatore di antenne per cellulari, viene spedito a montare un’antenna a Realdo, in una zona che tuttora non è coperta dal segnale.

Uomo di oggi, sposato, un figlio, torinese, Guido si troverà ad affrontare le difficoltà di un luogo in cui i ritmi di vita invece sono ancora quelli di molti anni fa, dove si vive ancora senza tecnologia, dove si è sempre vissuto così.

Per trovare il luogo giusto dovrà abbandonare il navigatore satellitare e chiedere aiuto ad uno degli ultimi pastori brigaschi, una categoria la cui esistenza si perde nei tempi, gravemente condizionata dalla spartizione dei confini nell’ultima guerra.

Verrà a contatto con una lingua nuova, il brigasco, con un ambiente, un clima, spesso ostili e una cultura per lui aliena.
Il pastore lo aiuterà finchè non verrà distratto da un problema per lui ben più grande: la presenza di un lupo. I lupi sono infatti tornati ad abitare quelle zone.

“Nel tempo dei lupi” è stato tra i finalisti del premio “La Giara” della Rai.

L’editore, Pentagora, è un’esperienza giovane, nata da poco ma con un catalogo di saggi e romanzi attenti al territorio e all’antropologia dei luoghi.

Per ora, queste le presentazioni:

- Mercoledì 20 novembre ore 18 a Genova, libreria Feltrinelli, assieme a Laura Guglielmi di Mentelocale

- Venerdì 29 novembre ore 17 a Sanremo, Museo Palazzo Borea D’Olmo

- Sabato 21 dicembre ore 17 ad Arma di Taggia, Villa Boselli, con Nicola Farina, autore del documentario “E ci si ritrova dall’altra parte”

Ecco la scheda dell’editore: http://www.pentagora.it/?p=717

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VIA alla TAV delle Alpi Liguri

Nonostante la crisi, l’agonia dello stato periferico e le stagioni (soprattutto l’inverno) che non sono più quelle di una volta, la Regione Liguria ha dato parere positivo alla Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.) alla  TAV delle Alpi liguri, il progetto di seggiovia biposto in località Tre Pini-cima della Valletta, a Monesi, comune di Triora.

Ora, a chi ama le montagne così come sono, cioè senza interventi, con i loro boschi, i loro prati e le loro culture, non resta che sperare che i finanziamenti previsti per l’intervento (quasi 2 mioni di euro) finiscano ingoiati nei soliti meccanismi di scatole cinesi, consulenze e sottoconsulenze,  per cui non si arrivi mai al taglio degli alberi.

E’ triste dover sperare nell’inefficenza dello Stato. Di solito si spera nella suo buon funzionamento per salvare vite ed educare cittadini. Ma in questo caso c’è da sperare che qualcosa vada storto per salvare un luogo incontaminato. Chissà, per una volta, magari.

Quel progetto ha già trovato più volte battute d’arresto, come quando la società Alpi Liguri, costituita dalla provincia di Imperia per realizzarlo, è stata liquidata per i pesanti passivi. Ma la TAV delle Alpi Liguri deve avere qualcosa di divino a sostenerla, di ultraterreno: a fermarla non sono bastate prima il crack della la Alpi liguri srl, poi l’inconsistenza tecnica, politica e amministrativa della Giunta Sappa. La cattiva statistica meteorologica ha potuto nulla: gli inverni tiepidi degli ultimi anni, che scoraggerebbero chiunque dal realizzare una seggiovia dove non si può sciare che qualche settimana l’anno. Ma forse nemmeno la crisi economica e quella della Fondazione Carige che finanzia l’opera serviranno.

La TAV dei monti deve avere un santo in Paradiso, tanto più che nessuna iniziativa di protesta, è mai arrivata dai cittadini: anche l’opposizione di sinistra  parla della cosa con termini come di “opera strategica” e se ne attribuisce il merito a scapito della giunta Sappa. Ma siamo lontani dalla costa e si sa, passato il confine dell’A 10, il Ponente, è terra di nessuno, si può far quel che si vuole.

Sarà forse il desiderio di salire al cielo, tranquillamente seduti in seggiovia, di arrivare a pochi metri dal Redentore sulla cima del Saccarello, a imporre ai nostri di superare ogni avversità?
Così è a leggere la notizia dell’inaururazione del penultimo tratto della seggiovia nel 2008 suRiviera 24, l’house organ della Curia sanremese ( http://www.riviera24.it/articoli/2008/12/12/51892/inaugurata-la-seggiovia-di-monesi-la-provincia-di-imperia-conquista-gli-impianti-sciistici-foto ). I toni sono quelli della crociata, cose così non si leggevano dai tempi della Guerra d’Abissinia, forse per l’ultimo tratto useranno  i cinegionali.

Ma per capire di cosa si tratterà, basta immaginare l’abbattimento dei pini, gli sbancamenti, le ruspe, i camion, i plinti di cemento armato a quasi 2000 metri d’altezza, una TAV delle Alpi liguri si diceva, non certo come un tunnel sotto la montagna, qui la si vuole scavalcare, come Klaus Kinski in Fitzarraldo.

Un’anteprima di cosa accadrà arriva proprio da un sito che elogia e documenta i lavori dell’ultimo tratto realizzato della grande opera: http://www.simolimo.it/monesi.htm
Per chi vuole leggere qualcosa e saperne di più sull’impatto di questo tipo di operzioni e sulla loro scelleratezza, vada su: http://www.dislivelli.eu/blog/dislivelli-eu-dicembre-2012-gennaio-2013.html .

Leggere la storia economico – societaria di Monesi, forse più che quella meteorologica, serve invece a capire il perchè la TAV delle Alpi liguri non si ferma: ne parla Trucioli savonesi: http://www.truciolisavonesi.it/articoli/numero138/corrado.htm

Prima la linfa arrivava dall’iniziativa privata di una potente famiglia locale, poi gli interessi si sono spostati sull’amministrazione pubblica, infine è oggi l’asse Burlando – Scajola ad alimentare l’operazione.

Interventi di questo tipo vengono definiti “chirurgici”. Ma sappiamo che alla chirurgia, anche a quella estetica, è sempre meglio preferire la natura.
Le alternative ci sono, come i 1.5 milioni di euro destinati al Parco Alpi Liguri per viabilità, sentieri e accoglienza nei rifugi. Un modo diverso di godersi la montagna.
Ma chissà. C’è sempre la macchina dello Stato in agguato…

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Dark economy

Da Repubblica del 02.02.2012
Estratto dell’introduzione di“Dark economy”, di Antonio Cianciullo ed Enrico Fontana, Einaudi.

Televisori, medicine scadute, pneumatici, scatole di sardine, pesticidi, trasformatori elettrici,traversine ferroviarie, computer, tettoie di
eternit, auto, frigoriferi, scarti ospedalieri,lampadine, bare, vestiti: tutto ridotto a una poltiglia infettante, carica di metalli pesanti e batteri, diossine e amianto, sepolta clandestinamente nei laghi campani, davanti alle coste calabre, nei villaggi del Ghana. E’ l’altra faccia dello specchio, il lato oscuro della produzione. Le merci, seducenti fino a un attimo prima dell’abbandono, subiscono una mutazione improvvisa trasformandosi da sirene in arpie: ciò che appariva utile e desiderabile diventa a un tratto ingombrante, sporco, disgustoso. Gli oggetti cambiano status, cambiano nome, cambiano padrone. Diventano rifiuti. E, in questa nuova veste, possono avere una doppia vita.

Quando i riflettori del consumo si spengono e gli spettatori si distraggono, per i rifiuti si apre un bivio che costringe a scegliere tra due universi paralleli e inconciliabili: dark economye green economy. C’è la via maestra che punta a garantire la salute di tutti e l’equilibrio del pianeta e c’è la scorciatoia in cui si baratta l’avvelenamento dei campi e dell’acqua con la crescita dei conti cifrati nei paradisi fiscali.

Sembrerebbe un’alternativa accademica perché, messa in questi termini, la scelta appare lineare, ovvia, con tutti i vantaggi che si concentrano sul lato del recupero e tutti i danni che si addensano attorno all’opzione dell’occultamento. Eppure la logica apollinea della convenienza collettiva viene spesso sconfitta: la Campania ostaggio dei roghi in cui si bruciano monnezza e diritti dimostra la capacità di
un sistema occulto di potere di resistere alle denunce e al buon senso. Limitarsi a esorcizzare un problema di queste dimensioni proponendo la costruzione di un inceneritore, come spesso accade, significa non avere colto la natura della posta in gioco. Abbiamo imparato a comprimere un’enciclopedia in un microchip grande quanto un’unghia ma continuiamo a spargere amianto e metalli pesanti come se fossero gli avanzi di un accampamento neolitico; ci comportiamo come cacciatori raccoglitori in un mondo in cui l’inquinamento arriva sui picchi dell’Himalaya e in Italia sono stati censiti 13mila siti potenzialmente contaminati.

E’ una situazione che richiede un cambio di rotta culturale. Un’umanità composta da pochi milioni di persone percepiva lo spazio a disposizione come infinito e le risorse come inesauribili. Applicare le stesse categorie di pensiero in un pianeta che tra pochi decenni sarà popolato da 9 miliardi di esseri umani – costretti a vivere in un’atmosfera carica di anidride carbonica, un rifiuto gassoso così concentrato da minacciare di trascinarci in un mondo simile al pleistocene, quando il livello dei mari era più alto di 25 metri – significa
correre un rischio collettivo di portata apocalittica.

Si può invertire la rotta? Questo libro offre la fotografia di un Paese disgregato che si barrica perché ha perso fiducia nelle sue capacità di reagire; ma mostra anche il filo che lega la battaglia contro l’ecomafia allo sforzo per costruire un’economia che cresce puntando sull’efficienza, sulle fonti rinnovabili, sui consumi consapevoli. Se si legge waste (rifiuto) in maniera più attenta, si scopre un altro significato: spreco. E lo spreco di energia, di materia prima, di diritti – è l’ultima cosa che possiamo permetterci.

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