Un simbolo di libertà

(di Carlo Petrini da Repubblica 23 aprile 2011)

Il nonno diceva a un Tonino Guerra bambino: «Se non guardi mai indietro, come fai ad andare avanti?» Se io guardo alla storia dell´acqua vedo che a periodi bui e drammatici dell´epopea umana sono sempre corrisposti un arretramento nella sua distribuzione e utilizzo e diverse forme di privazione. Che, guarda caso, ha la stessa etimologia di privatizzazione.
Si pensi alle tecnologie idriche, per quel tempo stupefacenti, dei Sumeri o più tardi alla maestosità degli acquedotti romani. Facevano capo a società floride, che avevano inventato modi per distribuire l´acqua liberamente a tutti, per affrancarsi dal limite di doversi insediare presso i fiumi e le sorgenti. Era tutta acqua pubblica, cosa che a quel tempo nessuno avrebbe mai messo in discussione. Anzi, i castellum acquae di epoca romana, dove finiva l´acqua degli acquedotti per essere poi attinta, erano opere pubbliche a volte anche sfarzose, donate pomposamente alla popolazione. Pomposamente, ma “donate”.

Nel Medioevo è poi scattato una sorta di blackout: tutta quella sapienza, quella tecnologia e ingegnosità condivise, al servizio della gente e del suo poter crescere e progredire, si bloccarono. Le persone si misero ad attingere acqua dai pozzi, la stragrande maggioranza dei quali – coincidenza? – erano individuali, privati. La cosa alla lunga favorì il diffondersi di malattie e insalubrità, tempi bui.

C´è un´altra storia in tema che mi ha sempre colpito. Circa 9000 anni fa le popolazioni del Centro America decisero di stabilirsi in una valle in Messico, che va da Tehuacán a Coxcatlán. Erano zone fertili, con abbondanza d´acqua. Quando poi arrivarono gli spagnoli, millenni dopo, trovarono una civiltà florida e una fitta, complessa, geniale rete di canali e bacini idrici che garantivano abbondanza d´acqua tutto l´anno grazie a un sistema che integrava perfettamente le risorse sotterranee e la raccolta d´acqua piovana. Questi canali delimitavano anche le terre, e gli spagnoli per espropriarle agli indios li smantellarono completamente: oltre alla violenza come mezzo di sottomissione usarono anche la privazione dell´acqua. Con i conquistadores non iniziò certo un periodo risplendente per quella civiltà indigena, fu lo sprofondo nel buio. Oggi questa zona lotta strenuamente contro la desertificazione ed è una delle più povere del Messico, nonostante le fonti d´acqua sotterranee ci siano ancora e diano acqua pregiata, da bere, tanto che se si chiede dell´acqua minerale in un bar di Città del Messico si può tranquillamente domandare della “Tehuacán” senza timore di essere fraintesi. Peccato che quelle fonti e quelle bottiglie di minerale ora appartengano alla Coca-Cola.

Se l´acqua non è libera la gente non è libera. Se l´acqua non è libera, disponibile e abbondante, la civiltà fa un passo indietro. Quanto serve guardare al passato, a volte. I mezzi e mezzucci che oggi usano le multinazionali per accaparrarsi l´acqua in tutto il mondo, e la politica irresponsabile che in questa missione d´imbarbarimento gli regge il moccolo, prona e instupidita dal fiutare anche lontanamente qualsiasi business, sono deleteri per la nostra libertà. Privatizzare un bene comune come l´acqua significa privarne qualcuno, e non c´è nessun richiamo all´efficienza o altra scusa che tenga. Perché l´efficienza dei beni comuni dev´essere pubblica, al limite pomposamente “donata” senza chiedere nulla in cambio. Non è soltanto una questione di principio, lo dimostra la storia. Privare gli italiani del diritto di esprimersi attraverso i referendum è prima di tutto becero, un triste regredire della nostra civiltà. Sorvoliamo sui reali motivi, è un periodo buio e ci siamo dentro fino al collo.

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4 commenti

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4 risposte a “Un simbolo di libertà

  1. pia

    Sì.
    Buon tutto, Giacomo, sono felice di far parte di un libro insieme a te e a tante altre persone.

  2. giarevel

    Sì, bello, buon tutto anche a te cara Pia! g

  3. Gian Marco

    Pensa che sono stati gli stessi spagnoli (a gli arabi della penisola Iberica) che hanno messo in piedi un esempio tuttora funzionante di gestione dell’acqua, una risorsa preziosa in zone molto secche come Valencia o Alicante.
    Assieme hanno scelto le regole per utilizzare e autocontrollare l’uso della risorsa e sono diventati un esempio ben noto di “gestione di un bene collettivo”, diventando un caso citato nel libro che ha fatto vincere a Elinor Ostrom e Oliver Williamson il premio nobel per l’economia nel 2009.
    In piena libertà e autonomia è dal basso medioevo che si sono assicurati lavoro e paella per tutti, senza privatizzare ovviamente :-)

    Ciao Giacomo

  4. nadina

    come sempre invece di imparare dalla storia cerchiamo di rovinare tutto,
    sarebbe troppo chiedere ai nostri politici di gestire in un modo giusto questo
    bene così prezioso e indipsensabile come l acqua ,ma è evidente che chiediamo
    troppo ,a loro interassano solo i profitti personali .
    bravo giacomo hai fatto un bel racconto.nadina

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