Se non ci resta che piangere

Difficile dire in che epoca voglia vivere Taggia.
Orologi, agende, calendari alle pareti indicano chiaramente che siamo nel 2011 da qualche mese, ma fuori continuano a sfilare figuranti vestiti alla guisa del 1600. Decine di auto si impilano sul lungargine. In città invece sfilano carretti trainati da muli e cavalli. E tra i caruggi circolano nomi come “Paraxio”, “Pantan”, “Pozzo”; sui giornali invece si legge solo “Armataggia” e “Taggiarma”.

L’effetto è quello di un famoso film con Benigni e Troisi: “Non ci resta che piangere”. I due ,passato un passaggio a livello si trovano improvvisamente nel millequattrocento (quasi millecinque, dice un passante). E chi fosse capitato a Taggia domenica scorsa avrebbe avuto delle serie difficoltà a riconoscere in che età questo luogo sta vivendo, se nel XXI secolo o nel XVII. E questo non tanto per l’efficacia delle ambientazioni e del corteo storico, ma per le sue contraddizioni, per i suoi problemi, non molto diversi, solo aggiornati, rispetto a quelli rappresentati del ‘600. Per rendersi conto dell’epoca esatta, valeva la pena scendere ad Arma: lì tutto era normale, fermo, agli anni’60 (anziché al ‘600), da quando intere famiglie milanesi, torinesi e bergamasche hanno cominciato la loro migrazione (barbarica o no), conquistando un appartamento tra quelli in costruzione sulle coste.

Ad Arma, certo, domenica scorsa saranno morti d’invidia: chissà quanto bisognerà aspettare per vedere sfilare un corteo “storico” in costume anni’60, con le pettinature belle gonfie, i pantaloni a zampa e i maglioni a collo alto che andavano di moda allora, esattamente come a Taggia, col pretesto di festeggiare San Bendetto Revelli, ogni anno si radunano, corpetti, gonne di pizzo e armature sfavillanti. Questo divario tra le due anime del paese è forse molto più manifesto di quello proclamato a gran voce dai comitati locali che vogliono rinominare il comune e sottolineano continuamente le differenze tra Arma e Taggia: Taggia rifiuta il presente e, piuttosto che affrontarlo e migliorarlo, preferisce tuffarsi in un passato idealizzato e depurato; Arma invece nel presente ci vive e convive, con i palazzoni, il cemento, il traffico. Così come domenica il mercatino medievale di Taggia non faceva altro che riprodurre i moderni centri commerciali di Arma.
Sì, proprio non ci sono altri problemi a Taggia che quello del nome, nemmeno fossimo nel medioevo: mai come oggi questa cittadina sembra rinnegare il proprio presente e si rifugia negli anni addietro. Solo che il passato, come la realtà, nella fantasia è sempre migliore di quello vero. Il medioevo di Taggia è idealizzato, dove tutto ciò che poteva esserci di brutto diventa folckloristico: il popolo, i poveri, la guerra. Armigeri che si affrontano, dame che sfilano, vescovi benedicenti: gli storici più rigorosi devono chiudere entrambi gli occhi. I turisti pure: gran bel colpo d’occhio gli abiti principeschi e baronali che sfilano con sotto i jeans e tra le Luis Vitton. Ad un paggio squilla il cellulare. Passa anche un’arabo, ma uno solo, e vestito bene, evidentemente con il permesso di soggiorno per un pomeriggio, quando alle nostre frontiere ce ne sono migliaia.

Alla fine della fiaba, cavalieri, dame, scudieri e maniscalchi, tutti se ne tornano a casa a vedere il calcio in TV felici e contenti. Per un giorno si torna nel 1600: ma per tutti gli altri 364 basta e avanza il 2011. Chi scrive resta dell’idea che il modo migliore di ritrovare il passato sono le tradizioni, non le carnevalate. Di quelli che hanno visto il corteo storico di Taggia domenica scorsa, pochi o nessuno si ricorderà l’aneddoto storico declamato in latinorum sul palco. Molti di più, certamente, rimpiangono i furgari che quest’anno sono rimasti spenti.

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2 commenti

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2 risposte a “Se non ci resta che piangere

  1. marco

    Bravo Giacomo!Personalmente non ho nulla contro il corteo storico e non l’ho neppure visto, ma i furgari sono cosa ben diversa.Ormai è l’unica, ultima vera festa che è rimasta nei paraggi!
    Mi auguro di cuore che dal prossimo anno si torni alla normalità

  2. giarevel

    Sono contento che a qualcun’altro manchino i furgari come mancano a me. Non è Taggia senza, facciamoci sentire. Le tradizioni non si cancellano solo sui calendari.

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