La festa di Santa Maria Maddalena del bosco.
A Taggia non c’è una festa come la Madaena, che porti ad un confronto così vivo le cose del passato con quelle del presente.
Se il Natale stringe i cuori della famiglia nell’inverno e la Pasqua li scioglie nella riscoperta della nuova primavera, è la Madaena che, nel cuore dell’estate, arriva a scompaginare tutte le routines, tutte le abitudini della vita quotidiana. Per la Madaena si spostano le ferie, si abbandona il lavoro, si ritorna dalla Germania, dalla Francia, fin dall’Australia, addirittura.
Ma non si tratta di una festa “comandata”; anzi, mai visto nulla di più spontaneo in una comunità che della regolarità religiosa ha sempre fatto un punto di riferimento. A Taggia non si muove foglia che Dio non voglia, ma la Madaena non fa testo, già ai primi di luglio si comincia a pensarla, come se il vero viaggio lo compisse lei, quella Maria Maddalena che, secondo un’antica tradizione provenzale e apocrifa (di cui Taggia è ultima retroguardia in Italia) sarebbe arrivata dalla Palestina (con tanto di figli avuti da Gesù, ma non ditelo al Vaticano) per espiare i suoi peccati in una grotta naturale proprio sulle colline dietro l’Arbareu, quasi sullo spartiacque della valle Argentina e quella scavata dal suo affluente Oxentina.
Non fa testo la Madaena, perchè occupa un periodo unico dell’anno, in cui si verifica una particolare confluenza tra il tempo della mietitura, del raccolto e un momento in cui il calendario cristiano ha un sensibile vuoto di appuntamenti, una miscela di fattori che porta ad uno sviluppo del senso animistico della comunità, che per tutto il resto dell’anno dorme soffocato dalle liturgie che la Controriforma ha imposto, durissime in Valle Argentina.
La Madaena è probabilmente un rito pagano, un baccanale di origine antica, celebrato attorno ad un luogo sacro, un dolmen o un menhir naturale, risalente probabilmente a prima del Cristianesimo, legato allo stretto legame che si aveva un tempo con la montagna e i boschi, e, allo stesso tempo un carnevale estivo, un rito quasi autolesionistico come sono tutti i carnasciali, pieno di scherzi, lazzi ed ebbrezza, con cui ci si libera dai legami con il passato e ci si prepara ad una nuova fatica (la mietitura, in Provenza, la vendemmia e la raccolta delle olive in Riviera).
La religione cattolica, così lontana da questo tipo di rituali, non poteva non intervenire. In valle Argentina, molte di queste celebrazioni (preferisco chiamarle “non cristiane” piuttosto che “pagane”) sono state soffocate con la violenza, a Taggia, forse anche perchè il rito non riguardava soltanto alcuni elementi ma l’intera comunità, s’è preferito cristianizzare le feste popolari giustificandole con leggende, seppur apocrife, come quelle del viaggio che Santa Maria Maddalena avrebbe compiuto.
Ma il tentativo è solo parzialmente riuscito. Come altrove nel mondo, l’imporre un canone ad un rito animistico non ha fatto altro che generare un sicretismo. In questo senso Taggia assomiglia a Port-au-Prince, all’Haiti del voodoo, alla Sao Paulo del Candomblé.
Resta fortississima l’euforia di qualcosa fuori dalle regole, la voglia di inventare una festa antichissima ma sempre nuova.
Inconcepibile per le autorità religiose, fino a poco fa risultava scomoda anche per quelle istituzionali: il sacerdote, il maresciallo e pure il sindaco di solito si allontanavano dopo la messa ufficiale all’eremo, raramente rimanevano e, quand’è accaduto, si sono moltiplicati i gavettoni e gli scherzi. Alla Madaena comandano il Contestabile e il vice-Contestabile. E’ a loro che si fa riferimento e su di loro ruota il successo della festa.
Resta, inoltre, simbolo di tutto, il “Ballo della morte”. S’è detto, s’è scritto molto, su questi due uomini che danzano, mimerebbero la morte e la rinascita della natura, l’unione tra cielo e terra, ma il Ballo della morte è più il confronto dionisiaco tra il passato e il presente, fatto di dolore, speranza e paura. In quelle movenze, c’è il comico e il tragico, in quei gesti c’è il coraggio e la paura, quella musica stessa mette allegria e le lacrime agli occhi. Chi assiste si depura delle proprie paure e si prepara ad averne altre, rimarranno lassù nel “garbu da Lena”, in quel pertugio da fare più volte e
che avrebbe effetti taumaturgici sul ventre.
Dispiace che oggi, una festa che ha saputo liberarsi dai vincoli della religione dominante, non riesca a rispettare l’affrancamento dalle autorità politiche. Non è una regola che il sindaco e gli assessori partecipino ai riti, nei carnevali medievali il re assisteva ai lazzi del giullare che si travestiva da re per un giorno, approvava ma non partecipava. Oggi invece, per ragioni comprensibili ma non giustificabili, (uno dei protagonisti del Ballo della morte è vicesindaco), gli esponenti della giunta e i loro legati sembrano aver assunto un ruolo da protagonisti.
Erano almeno tre o quattro gli assessori presenti alla Madaena domenica 20 luglio, correva voce che il sindaco Genduso fosse addirittura arrivato in bicicletta (chapeau, io stesso l’ho fatto e devo dire che è stata dura).
A turno, tutti o quasi sono passati sotto gli scherzi tipici, come quello della catena e del palo, con l’imbuto in bocca e il bottiglione che versa direttamente in gola una buona dose di vinaccio rosso.
In questo non ci sarebbe nulla di male, anzi, se qualcuno prima sconosciuto diventa Madalenante, ben venga. Siccome poi le casse dalla Confraternita hanno spesso bisogno di un sostegno da parte del comune, tanto meglio se pure il sindaco e gli assessori partecipano alla festa.
Ma, a vederli tutti o quasi in attesa del proprio turno di essere le gati al palo, qualcuno dell’entourage, forse non catturato dai Madalenanti per la pubblica bevuta, si raccomandava ad alta voce che era meglio allontanarsi per non finire ubriaco, forse nel vano (per fortuna) tentativo di essere pure lui ghermito dagli assatanati castigatori etilici.
Chi, come me, ha sempre partecipato e nota una cosa del genere, non può, suo malgrado, che registrare un segno di degrado della festa stessa. Si potrebbe pensare che si tratti, più che di uno scherzo da festa popolare, di propaganda. Forse siamo una minoranza a pensarla così, ma preferisco dirlo, senza entrare in polemica, perché può giovare anche agli amministratori stessi, se davvero ora tengono tanto a questa festa, che qualcuno muova appunti sul loro comportamento.
Forse c’è da riflettere sui valori: quando non si teme più nulla, anche questi riti perdono forza.
Viviamo in una società abilissima a nascondere i propri disagi e le proprie paure e dunque non siamo più abituati a manifestarli in pubblico, a liberarci delle nostre paure, si preferisce apparire sempre felici e sereni che mettersi in discussione. Ma la Madaena serve proprio a questo, a metterci tutti in discussione, nella certezza che, alla fine si rinascerà, il cerchio si chiuderà e si aprirà nuovamente, La Madaena, alla fine, come sempre, trionferà.
ZemiaFilm ha realizzato un documentario sulla festa di Santa Maria Maddalena del Bosco.
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