Martedì, 14 Luglio, 2009

La terra s-promessa

Siamo i ragazzi di oggi, cantava Eros Ramazzotti in “Terra promessa“, nel 1985.
Ma dove sono sti ragazzi di oggi, mi son sempre chiesto. A volte li ho trovati, li trovo. A volte ne faccio parte. Senza saperlo. Di colpo, una situazione, una notizia, un fatto spiegano le cose mille volte meglio dei diagrammi dell’ISTAT. Come sabato sera.

Vado spesso a Ventimiglia. E’ alla frontiera che devi andare se vuoi capire la tua terra. La frontiera non è il confine. Le frontiere sono larghe linee d’ombra. Sono luoghi in cui le cose cominciano a cambiare ma sono ancora come prima. Poi sempre di più mutano, dalle cose piccole a quelle più grandi, (il colore delle linee della strada, i lampioni, le cabine del telefono, l’architettura dei palazzi, la lingua). Il tutto avviene senza che tu te ne renda conto. Cammini, ti volti e pensi, Toh, sono già dall’altra parte. Diventi il passeur di te stesso.

A Ventimiglia questo accade. C’è il pastis, le macchine targate 06, le Gitanes, l’euforia e il libertarismo dei francesi. Ma se non bastano i segnali stradali, le code sul ponte, i palazzoni beiruttati sul lungomare a ricordarti che sei in Italia, succedono anche cose che solo nel nostro paese, nell’Italia più Itagliana, possono accadere. Come quella appunto, di sabato sera.

I ragazzi di oggi li ho trovati sabato sera ad una festa sulla spiaggia. Quando siamo arrivati era appena incominciata. Bere, mangiare, musica gratis tra i pioppi e i pini d’Aleppo alla foce del rio Latte. Sul barbecue fumano bistecche, salsiccie e rostelle. Qualcuno ci mette addirittura un branzino. Giura di averlo pescato quel pomeriggio stesso. Cosa puoi desiderare di più in una sera d’estate.

Le ragazze sono tutte belle e sorridono. Ballano Bob Marley come i Beach Boys, punk, wave e ska, senza problemi. Restiamo lì a parlare e a goderci una birra o un bicchiere di vino. Non facciamo nè più nè meno di quello che farebbe una persona della nostra età in una situazione del genere. Del resto, alla TV, gli spot dei telefonini e quelli dei superalcolici sono pieni di gente che balla sulla spiaggia. Perchè le cose che vediamo in TV non si possono mai fare? Perchè dobbiamo collegare i nostri sogni alla Summer Card e poi non goderci la summer e basta? Forse la vita vera si è trasferita in TV, noi siamo un reality.

Infatti, l’illusione finisce subito. Sono le due e mezza quando arrivano i carabinieri. Arrivano proprio quando sul piatto gira “Ma il cielo è sempre più blu”. La musica s’interrompe. Sarà finita la benzina del gruppo elettrogeno, pensiamo. Invece no, la musica non ricomincia. I militari sono lì con le loro scartoffie. Giovani, sbarbati, seri. Lieve accento del centro. Guardano fisso, danno del lei. Ma glielo leggi negli occhi che vorrebbero essere dalla nostra parte, che ci sono stati per una volta nella vita, almeno. Il loro reality è peggio del nostro.

Scrivono, chiedono, indagano. Alla fine denunciano due persone.
Il giorno dopo i giornali spargono la loro solita paura per vendere qualche copia in più al bar nella curva di Latte:
“Festa abusiva in spiaggia con 50 giovani, due denunce”, il Secolo XIX

“…50 giovani stavano ballando sull’arenile. Si tratta di ragazzi della zona, anche in evidente stato di ebbrezza”, SanremoNews.

Ma da quando è abusivo divertirsi in provincia di Imperia? Da quando ballare sulla spiaggia è reato? Da quando in Liguria i giovani sono un problema?
Ci voltiamo, guardiamo a ponente. In linea d’aria, a solo 500 metri, c’è la frontiera. Questa è una terra s-promessa.

Martedì, 7 Luglio, 2009

Una pietra sopra gli Scoglietti

Gli architetti del pregiato studio Alborno di Bordighera non c’hanno dormito su per mesi. Tira questo molo di qua, stringi quest’appartamentino là. Lima un centimetro dalla Margunaria, ma attenti di là che ci sono le grotte e poi gli ambientalisti s’incazzano. E più in là ci sono le Calandre, hai visto mai che invece della sabbia naturale con le mareggiate arrivi il cemento.

E’ stata dura, ma ora il disegno definitivo del porto di Ventimiglia è finalmente pronto. Le 241 “sudate tavole” del progetto sono state consegnate in comune al sindaco Scullino: 430 posti barca per imbarcazioni medio grandi, tra i 12 ed i 50 metri. Sei moli per barche medio grandi. Quattro palazzine a due piani, per un totale di 44 appartamenti da realizzarsi al Funtanin, un parcheggio interrato con ascensore-metrò di sette fermate. Una zona di verde (artificiale) con mini-golf e giochi per i bimbi, un giardino pensile.

Le cifre le ho tratte dall’articolo uscito sul Il Secolo XIX domenica 5 luglio, in cui, estasiata, la giornalista definisce il tutto come “un piccolo gioiellino”. Una sapiente ridondanza, uno dei tipici artifici retorici che un certo tipo di scrivani lacchè della politica e dell’imprenditoria nostrana sa usare benissimo per minimizzare gli effetti devastanti delle loro speculazioni.

L’ultimo (o il penultimo, sappiamo che qualcosa in cantiere c’è pure a Bussana) dei progetti che la società Cala del Forte si appresta a realizzare sulle coste del Ponente ligure, l’ennesimo, gigantesco parcheggio per barche, l’ulteriore colata di cemento in riva al mare, ormai sembra proprio impossibile da evitare. L’unica probabilità (la giornalista parla invece di “rammarico”) per salvare la zona degli Scoglietti dallo scempio sarebbero “i lunghi tempi legati in parte ad un iter burocratico complesso”. Sì, perché finora, né l’opposizione degli uffici di Regione Liguria, né il movimento di protesta popolare che si è opposto al progetto (approposito, c’è ancora qualcuno che protesta? Fatevi vivi!) sono riusciti a fermare Beatrice Cozzi Parodi, amministratrice del gruppo Cala del Forte, più che mai intenzionata a realizzare l’ennesimo, gigantesco parcheggio per barche.

Con quello degli Scoglietti saliranno a 5 i “porticciuoloni” realizzati dalla Parodi, già venerata come “Nostra Signora dei Porticciuoli” (come la definisce Marco Preve): Imperia, San Lorenzo al Mare, Aregai di Cipressa, Sanremo (interessi), Ospedaletti e Ventimiglia. Uno ogni 12 km. Alla fine di questo processo, Nostra Signora avrà davvero cambiato faccia al suo amato ponente ligure, alla provincia che tutti gli anni la celebra con l’elezione alla Camera di Commercio o la premia con riconoscimenti di ogni tipo (dal Premio Imprenditrice Ligure 2008 assegnato da Liguria Business Journal ai vari cerimoniali di categoria).

Da quando la sua taumaturgica mano s’è stesa sulle nostre spiagge, sono accadute cose straordinarie: le balene se ne sono finalmente andate (tanto sbuffavano sempre, e che palle…); la posidonia l’han annodata le eliche come fettuccine all’amatriciana; barche, barchini, barconi, lisciano come ferri da stiro le baie come nemmeno ai tempi dei pirati saraceni. Il Travelgum tira più del Viagra.

Grazie B.C.P.
Presto i tuoi porticcioloni saranno l’unico monumento umano visibile dallo spazio dopo la muraglia cinese: ne saremo orgogliosi. Santa subito.

Domenica, 5 Luglio, 2009

Le Gendusiadi

C’è fermento in paese, c’è aria di buriana, c’è qualcosa che scuote gli animi. Sono le Gendusiadi.
Tutto è cominciato come nei migliori noir. Qualcuno ha seminato la città di misteriosi bigliettini. Sopra c’erano parole critiche nei confronti dell’amministrazione comunale. “Ma questi stanno lavorando?”. “Ma questa giunta, cosa sta facendo?”. “I nostri amministratori ci sono o sono fantasmi?”. Ecco cosa dicevano le malepenne.

La gente ne parlava al bar, da Calcina si posavano sonoramente i gotti sul tavolo, p’u Pantan i vende u pan e, u gh’è a crisi, senza soudi propriu i nu ne dan. U paise u trepa.

Ma la verità stava per venir fuori. Per un momento però, anche chi sa come vanno le cose in bassa Valle Argentina può dire di aver avuto un sussulto. Da anni si aspettava un cenno di vita intelligente sul pianeta Taggia. Se non uno scatto d’orgoglio, almeno un cenno, un segnale della presenza, tra la grotta dell’Arma e il ponte dell’A10, di esseri biologici complessi, in grado di esprimere un’opinione che non fosse quella di quanto Sequestrene somministrare ad un orto di ruscus o quanto costa al mq un appartamento in via Cornice. Che si discutesse almeno una volta tutti insieme dei problemi della città e del futuro.
Non era la prima volta che in paese girava uno scritto anonimo contro il sindaco. Ne abbiamo parlato qui. Ma stavolta l’attacco era diretto e capillare.
Stavolta tutto è stato più raffinato. Il gesto e il mezzo hanno echi storici altissimi, come l’impresa di Gabriele D’Annunzio, che nel 1918 volò sulla nemica Vienna lanciando migliaia di bigliettini per ribadire la supremazia italiana.

Ma forse stiamo esagerando. Seppur nobile, non era così straordinario lo scopo dei misteriosi autori quando alla fine sono usciti allo scoperto. Solo che non si trattava di un manipolo di arditi con un cugino in copisteria, né una brigata di copioni da compito in classe: ad architettare tutto sono stati proprio coloro che venivano colpiti, le vittime stesse dell’azione. Dal punto di vista comunicativo, un vero trabocchetto. Un “al lupo! Al lupo!” invocato però dal lupo stesso. Davvero spiazzante.

Quelli di E’ tempo in questo sono stati bravi: devono anche aver calcolato i rischi. E’ stato come lanciare un sasso nel mare già molto agitato. Poteva anche non uscirne nulla.
Un gesto di sfida quasi decubertiniano. Per questo mi ha fatto venire in mente le Olimpiadi, in cui gli atleti si sfidavano in pubblico senza però che nessuno vincesse davvero.

Tutto è servito per promuovere una serie di incontri che il sindaco Genduso ha organizzato per rendere conto del proprio operato con i propri elettori. Le Gendusiadi, appunto. Certamente gli va riconosciuta una certa audacia e anche una buona dose di finezza psicologica. Mai le amministrazioni precedenti (Gilardino – Gilardino; Barla -Barla) si sono anche solo lontanamente immaginate di convocare gremite fosse dei leoni e di buttarcisi dentro. E, se l’avessero fatto, con il senno di poi, forse sarebbe stato meglio. Per tutti. Genduso non si smentisce mai, il suo approccio è quello di spiazzare la piazza, spaesare il paese. Come quando, di recente, al consiglio comunale che lo voleva inchiodare sulla discarica a Taggia, ha votato pure lui contro l’impianto (qui). Sta di fatto che questi sono sistemi che funzionano una volta, poi se nulla cambia, sappiamo bene la favola di Esopo come va a finire. Anche se è il lupo stesso a chiamarsi i pastori contro.

La prima Gendusiade s’è svolta giovedì 2 luglio ad Arma, a Villa Boselli. Chi vi ha partecipato, oltre a boccheggiare dal caldo, ha dichiarato che non è stato granché di speciale. Nessuno si è presentato davanti al sindaco coltello tra i denti o pronto a farsi esplodere. S’è parlato del più e del meno, poi l’attenzione s’è spostata su un problema annoso che Taggia per fortuna condivide con tutte le città del mondo. Chi le chiamava “deiezioni canine”, chi “escrementi”, chi, populisticamente, “merde di cane”.

E i cantieri dell’Aurelia Bis, che spaccano in due il paese? E il destino della stazione ferroviaria (quella nuova sempre più cattedrale nel deserto e quella vecchia sempre più catapecchia in centro?) E le ex caserme Revelli, l’ospedale unico, Trenitalia che ci ignora bellamente, la crisi della floricoltura? E la mancanza di idee per il divertimento estivo dei giovani? E la viabilità, le rotonde, il traffico, i parcheggi? E la presenza ingombrante della città nella città, Shopville? E il supporto alle tradizioni e alla cultura? E, soprattutto, l’intricata vicenda della “rumenta”?

Viene da chiedersi se verranno trattate nei prossimi appuntamenti:
- martedì 7 luglio alle ore 21 a Taggia, in Palazzo Lercari;
- giovedì 9 luglio alle ore 21 a Levà, nelle ex Caserme Revelli.

Ci sono naturalmente argomenti più importanti. Le briciole cadute dalla tovaglia del piano di sopra, il frigider del vicino che fa rumore di notte, le gatte in amore, i piccioni, i gabbiani, le meduse, le turiste con la cellulite.
Vale però anche qui la solita regola. L’importante è partecipare.

Giovedì, 25 Giugno, 2009

Addio, lavoro nero

Niente più lavoro nero nel Ponente Ligure. Lo si legge oggi sul giornale, lo dice la TV. Che bello, era ora, dirà qualcuno. Ma la notizia rischia di essere fuorviante. Perché, purtroppo, non sarà la piaga del lavoro “nero” a scomparire dalla Riviera. Quella, anzi, con il perdurare della crisi e un certo lassismo nei controlli, durerà ancora a lungo, nell’edilizia, nel sociale, nella floricultura.
Per trovare il lavoro nero che scomparirà bisogna abbandonare le spiagge e le seconde case, superare il ponte dell’A 10 che divide in due la valle Argentina, salire fino alle pendici del Saccarello.
Le principali aziende d’estrazione di ardesia della Valle Argentina hanno annunciato che chiuderanno a breve. Si capisce che di lavoro vero si tratta, lavoro che di nero ha solo il colore della materia prima, l’ardesia.

Lassù, tra Realdo e Verdeggia, hanno sempre usato la pietra nera. Le “ciappe” le usano da anni per coprire i tetti, per fare scalini, tavoli, altari, per cuocere tome e salsiccie. C’erano delle persone che s’erano specializzate ad estrarla e a lavorarla: i ciapinée. Conoscevano la montagna, la sfogliavano come un libro e ne estraevano il necessario, senza impoverirne le “vene”. E’ solo con gli anni ‘’60-‘70 che è arrivata la dinamite. Lo sfruttamento intensivo delle cave ha cominciato a far tremare i monti. I camion carichi di pietra a percorrere la statale 548 diretti in val Fontanabuona. Le acque di lavaggio dei cantieri, riversate nel torrente, scartavetravano via ogni forma di vita durante le alluvioni. L’acqua arrivava a Taggia blu, schiumosa come il dixan. Le falde che inevitabilmente incrociavano gli scavi venivano chiuse con la calce.
Pochi o nessuno dei ciapinée realdesi vennero assunti a lavorare nelle cave. L’alta valle andava spopolandosi, la gente preferiva scendere in Riviera e lavorare nei fiori, o nei cantieri. Spaccarsi per spaccarsi la schiena, tanto valeva farlo al mare. Gli operai spesso arrivavano da Genova. E la “ciapa” cambiò nome, divenne “lavagna”.

Per anni s’è scavato sotto il Redentore. Da una parte si tirava fuori la pietra più grezza, buona per l’edilizia. Dall’altra, nell’Ubagu du sprit, un buco che la neve d’inverno trasformava in un inferno di ghiaccio, quella preziosa e liscia, destinata ai tavoli da biliardo, da esportare in America. Dicono che pure il biliardo di Paul Newman e Tom Cruise ne “Il colore dei soldi” fosse fatto con l’ardesia di Realdo.

Ora, come altrove, è arrivata la crisi. Brasile, Cina, offrono ardesia di buona qualità a prezzi minori. Funziona così per tutto. Per la gomma, per le lavatrici, le automobili. E anche per l’ardesia. E’ il mercato, baby.

E’ strano come in alta valle Argentina si possano trovare date esatte per la fine delle attività umane. E’ successo per la pastorizia: i vecchi di Realdo conoscono il giorno esatto in cui l’ultima pecora è andata in bandìa. Adesso succede anche per l’ardesia.

Però, non tutti i momenti di crisi arrivano per nuocere. L’ardesia in Valle Argentina, se rappresentava una fonte di reddito per molti, non era certamente esente da problemi di sostenibilità. Se le cave chiuderanno davvero, oltre ai problemi legati alla perdita dei posti di lavoro e ad un’alternativa al sistema economico-sociale che avevano creato, occorrerà reintegrarle con l’ambiente, riducendo il più possibile l’impatto che per anni hanno avuto, senza perdere le competenze legate all’artigianato e le maestranze.

Tutto passa per il rilancio dell’entroterra. Il neonato Parco Regionale delle Alpi Liguri può essere la giusta alternativa. Un ecomuseo? Un percorso di recupero sul modello delle Miniere di Gambatesa in Val Graveglia? (http://www.minieragambatesa.it/)? La scommessa è aperta.
Mai come oggi il futuro dell’alta valle Argentina è stato incerto. Per fortuna, forse, non sarà più “nero”.

Mercoledì, 17 Giugno, 2009

Swedish wood

Quando stamane ho letto la notizia che Ikea si è aggiudicata l’area dismessa dalle ferrovie di Ventimiglia, ovvero che nel nascituro “Parco del Roia” sorgerà molto probabilmente una nuova sede IKEA, ho avuto un tuffo al cuore.
Non perché mi dispiaccia: meglio un mobilificio che il nulla. E meglio un mobilificio (così lo continuo a definire, con buona pace del suo inventore Mr. Ingvar Kamprad) che un autodromo o una colata di cemento. IKEA almeno è legno. Swedish wood, appunto.

Non mi dispiace che quelli di Ikea abbiano scelto una zona nuova e strategica nel Ponente ligure, per sanarla e portarci le loro masserizie intelligenti. (Si mormora che abbiano fatto un salto anche a Taggia ma siano fuggiti subito, terrorizzati dal caos urbanistico e dal traffico della bassa valle Argentina).

Non mi dispiace che, tra poco, le coppiette in crisi da Albenga a Toulon, avranno un’opportunità in più per accorgersi del loro disamore: sarà il letto Mandal o il divano Ektorp a dividerli?

E non sarà nemmeno un male vedere tutti quei pargoli giocare felici nel “Paradiso dei bambini”, una specie di Città dei Balocchi creata ad hoc per intrattenerli mentre i loro genitori litigano sulle cucine e i materassi. Anche se spesso poi se li dimenticano e più che un ipotetico paradiso dei bambini diventa un reale “parcheggio dei figli”.

Non mi dispiace poi che anche da noi arrivi chi ha saputo letteralmente alfabetizzare al design moltissime persone. Anche a costo di omologarne i ripostigli. Se l’omologazione aumenta la qualità della vita, allora si chiama educazione.

E gli hot dog, il Lingonberry, le marmellatine di mirtilli, i biscotti con le letterine, il salmone, le Inlagd Sill, prelibate aringhe marinate con le cipolle. Forse entreranno tutte nella nostra dieta, come alternativa ai pignurìn e alla sardenaira.

E poi devo dire che sono stato previdente. Addirittura Profetico. Almeno un merito quelli di IKEA me lo devono riconoscere se apriranno a Ponente. Tre anni fa, nel mio “A 10”, (edito Ennepilibri, se avete la fortuna di trovarlo), anti-road movie in Autofiori sul furto di un Rembrandt tra Nizza e Spotorno, i protagonisti, tre ladruncoli da quattro soldi, si trovano a inseguire una berlina BMW con una Twingo, perché la Volvo l’aveva presa la moglie di uno di loro per andare proprio all’IKEA. Ma la più vicina era a Genova. Ora ne avremo presto una anche noi.

Il tuffo al cuore l’ho avuto per un altro motivo. Qualcosa di personale e ambizioso. Un progetto di vita che, presto, prestissimo, io e il mio amico Donald Datti avremmo intrapreso se la multinazionale svedese non ci avesse potato le speranze.
L’idea è molto semplice. Di quelle che vengono così, tra amici seduti al bar che vogliono cambiare il mondo. Il concetto è questo: vi siete mai chiesti che cosa significano i nomi dei mobili IKEA? Spero proprio di sì. Soprattutto se ne avete acquistato uno. Io non mi siederei mai su una poltrona che si chiama “Boliden”, non mi addormenterei mai in un letto “Leksvik” o “Flöro”, non mangerei mai su un tavolo “Bjurstra” senza conoscere esattamente che cosa significa davvero quel nome. Si rischia di fare la fine di chi si fa tatuare il proprio nome in cinese.

Così io e Donald ci siamo scervellati per un po’ su che cosa fossero quei nomi. Divinità vichinghe? Nomi propri di suocere svedesi? Improperi scandinavi per cani da slitta? Boh. Alla fine decidemmo che erano località. Toponimi. Nomi di luoghi vicini a casa, che la mente prolifica del signor Kamprad affibbia a sedie, comodini, cuscini, scolapasta, lampade alogene. Ecco allora che la lampada, anzi, la lampadina s’è accesa davvero: perché non realizzare anche noi un mobilificio componibile, un’IKEA nostrana, in tutto simile alla società svedese tranne che nei nomi delle suppellettili? Questi avrebbero dovuto essere tratti esclusivamente dai toponimi locali.

Ci sarebbero stati, ad esempio, la poltrona Realdo, il divano Sanremo, il tavolo Taggia e l’armadio Agaggio. La sedia Oneglia, lo sgabello Diano, la chaise-longue Vallebona, il futon Badalucco. Con variazioni a seconda dell’utilizzo: come la pattumiera Ozotta o il bidone Ponticelli.
La linea più raffinata, in cui i nostri designer avrebbero dato il meglio, avrebbe avuto nomi in dialetto: il buffet Sciusciasciurbì, l’abat-jour Barlüme, la tenda Testaiun, la cucina Zemìn.
Addirittura si pensava di trarre nomi dalla politica: il lavabo Borea, lo scopino Sappa (ora Strescino), la mensola Zoccarato. Naturalmente impiallacciatura di noce su truciolare da falegname. E poi ci sarebbe stato il top di gamma: il divano Scajola. In vera pelle umana sarebbe stato il vero sofà della provincia, su cui tutti prima o poi vanno a sedere. E stanno sempre comodi.

Avevamo già il nome: Ligea. Ma ve l’immaginate? Marito e moglie: Unt’i vai? A vagu all’Ligea.
Ora non ci resta che studiare qualcos’altro. Vabbè. E poi, forse, non avremmo fatto tanta strada. IKEA vende mobili, in provincia di Imperia, invece, tutto è immobile da sempre.