giovedì, 4 febbraio, 2010

Dell’approvvigionamento idrico della Liguria occidentale

Venerdì 6 febbraio 2010, ore 17.30,  ad Arma di Taggia, Villa Boselli, si parlerà d’acqua.

L’occasione è la presentazione del mio romanzo “Dell’approvvigionamento idrico della città di Genova”, che verrà presentato in un incontro della serie “Conversazioni” curati da Sanremonews e condotti da Claudio Porchia.

Mi si perdoni il tono promozionale di questo post, in questo caso come mai le strade dell’editoria incrociano la cronaca e l’attualità.
Non a caso alla presentazione parteciperanno anche il Sindaco di Taggia Vincenzo Genduso e Marco Oliva di Sanremo Sostenibile e Cimap (Comitato Imperiese per l’acqua pubblica). Servirà per fare un discorso più “locale” riguardo alla gestione dell’acqua nel nostro territorio, alle risorse, agli errori, ai rischi, che comporta, dal problema delle acque minerali in bottiglia a quello prioritario della privatizzazione dell’acqua pubblica.

Il romanzo, a dispetto del titolo, è un noir. Ma il pretesto è quello di raccontare la storia tutta particolare degli acquedotti di Genova, una città che, dai tempi dei romani, passando per il medioevo fino all’epoca moderna, ha sempre cercato l’acqua potabile con sistematica avidità, trovandola nei sistemi montuosi alle sue spalle, ricchi d’acqua quasi al pari del Mediterraneo che le sta di fronte e giungendo ad una rete idrica affidata a più aziende ora riunitesi nel colosso Iride. Dall’esperienza genovese, unica in Italia, si può trarre spunto per parlare di come funziona l’approvvigionamento idrico nella Liguria occidentale.

Trova qui la scheda del romanzo: http://www.frillieditori.com/books/approvvigionamento.htm
Sul sito http://www.frillieditori.com c’è il primo capitolo.

Qualcosa sta cambiando nei nostri rubinetti. Ora, soprattutto ora, è importante parlarne.

martedì, 2 febbraio, 2010

Neopeplum

Nel primo film, Ursus, marcantonio della stirpe dei Marcomanni, è una specie di Rambo che torna dalla guerra e trova che il perfidone di turno gli ha fatto secco il padre e rapito la fidanzata.

Nel secondo Ursus è un emulo di tarzan, solo che cresce tra i leoni invece che tra i primati e alla fine le suona di santa ragione al malvagio Ajax che ha ucciso suo padre (è il secondo, sì, ma ai tempi non c’era ancora l’Anagrafe) usurpandone il trono e minacciato il suo amore con la bella Ania, comprata da un mercante di schiave in cambio del proprio prezioso medaglione.

Poi c’è la vendetta di Ursus, ambientato nella lontana Licia e Ursus gladiatore ribelle, che lo vede entrare nel correntone di Spartaco in Senato. Infine “Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili”, greatest hits, pout pourry, macedonia di bigodini, quadricipiti, tette e colonne doriche, forse il più kitch e moderno della serie, che infatti ebbe un grande successo oltreoceano dove in queste cose sono sempre stati avanti.

Adesso che gli animi sono maturi, che siamo di nuovo alle prese con usurpatori, imperatori e mercanti di schiave, non potevano che tornare di moda i grandi vecchi peplum degli anni ‘60. Con qualche modifica in più, naturalmente, qualche ritocco, non solo chirurgico ovviamente, ma anche tecnologico, siamo nel 2010. O no?

Dunque Ursus, marcantonio dei Marcomanni, dopo anni di oblio si ripresenta in TV invece che al cinema. Nel frattempo ha cambiato sesso: ora non è più un marcantonio dei Marcomanni, assomiglia più alle principesse che una volta teneva sotto l’ascella. Ha un prosperoso decolleté, i capelli con la piega, abitini di Armani o Chanel, scarpe rigorosamente con il tacco, un sorriso a trentasette denti. Ha cambiato anche nome, ora si chiama D’Ursus, in arte Barbara.

Siede su una poltroncina e da lì, piuttosto che dai lidi della Licia o dagli scranni del Senato, sfida i suoi nemici.
Le cronache narrano già imprese leggendarie:
- D’Ursus contro Corona: di quando il re dei paparazzi minacciò di invadere l’impero con fotografie delle veline senza trucco
- D’Ursus e la vendetta di Sgarbi: di quando il dio Sgarbi, l’onnipresente, s’è adirato contro D’Ursus perchè non dice a tutti che è un trans
- D’Ursus e la luna bussò: di quando il tempio del gossip tremò alle urla della perfida Bertè.

E siccome D’Ursus sembra frequentare assiduamente il granducato di Sciaboletta, non poteva mancare di organizzare una bella puntata-macedonia con i due eroi locali, per declamare coram populo le loro imprese. Paolo Strescino e Maurizio Zoccarato, ducaconti di Imperia e Sanremo sono stati chiamati al salotto di D’Ursus per parlare di ciò che li ha resi famosi: il primo
s’invita a casa della gente (però sottolinea, porta 2 bottiglie di vino), il secondo ha vietato di sedersi in piazza (e, sottolinea, per non confondere la democrazia con l’anarchia, ha fatto togliere le panchine). Il tutto condito con l’applauso della claque, che solo in Italia continua a funzionare come aggregatore di consenso: solo noi viviamo ancora come nella più terribile delle situation comedy.

I nostri non erano soli: assieme a loro c’erano altri eroi, responsabili di imprese memorabili come diffondere simulacri cartonati di sè stessi in giro per spaventare i clandestini e quell’altro che ha messo su un ufficio di collocamento per i non più viventi, o quello che spazza le strade se lo spazzino ha il raffreddore.

Era dura, ma i nostri non hano sfigurato: entrambi si sono distinti per brillantezza, ironia, creatività. Soprattutto Zoccarato che ha sbaragliato tutti quando ha ipotizzato l’applicazione della teoria dei respingimenti per i camperisti: li mettiamo tutti su una bella chiatta diretta ad Ajaccio!

sabato, 23 gennaio, 2010

Celo. Celo. Manca!

Ho ricevuto anch’io, a casa, come tutti penso, in Provincia di Imperia, il santino-album di ricordi del Presidente Giuliano candidato alle Regionali. Devo dire che, sarà per la par condicio imminente, ma il centrodestra imperiese è proprio all’avanguardia nella comunicazione: non siamo nemmeno a due mesi dalle elezioni e tra santini, manifesti, point e comunicati stampa si respira già aria di acqua di Colonia e cloroformio, come se fossimo appena usciti dal seggio.

Certo, io preferisco una campagna elettorale più “hug and kiss” (baci e abbracci), come quella del giovane repubblicano Scott Brown che con il suo vecchio GMC ha percorso più di 200 miglia per capire i valori del ceto medio e alla fine ha espugnato Boston, tradizionale roccaforte dei Kennedy. Troppo facile mandare un santino e mettere su un point e aspettare che passi qualcuno: finiti i parenti si rischia di passare il pomeriggio con le parole crociate. Meglio la politica che va al cittadino che il cittadino che passa nei dintorni della politica. O no?

In effetti non riesco a immagnare Gianni Giuliano su una Panda che percorre le strade della valle Oxentina (ovvero, si dice sia arrivato da quelle parti, ma solo per un sopralluogo al Vallone dei Morti prima di autorizzarvi una discarica). E, forse, dato il consenso incredibile dimostratogli dai sondaggi che lo davano al 62,4 %, non ne ha nemmeno bisogno.

Nessuno del centrodestra, in provincia di Imperia, ha davvero bisogno di macinare km e capire i “ceti medi” della taggiasca. Fanno tutto un po’ per sport, come se anche loro facessero le primarie: io sono il più elegante, io invece il figliodipapà più bello, io invece ho il caschetto più determinato e concreto che ci sia.

Però stasera mi coccolo con il biglietto del Presidente. E’ un po’ come giocare con le figurine. Nella striscia in alto, credo abbia messo le foto delle cose per cui vuole essere ricordato: c’è il D.A.M.S. di Imperia (grazie soprattutto per aver dato uno spunto a Strescino che si è subito iscritto. Forse come attore il suo prodigioso ciuffo renderà di più): celo; poi c’è il ponte di Clavi: non ricordo di averlo percorso… forse è il nuovo tratto di Aurelia Bis?: manca; poi una serie di restauri di ville (Grock, Magnolie, Regina Margherita) che sicuramente faranno la fortuna dei tour operator: avranno finalmente qualcosa da far vedere ai pensionati padani in vacanza: celo; e poi il restauro del Teatro Salvini: celo. Solo che ora, fatto il teatro, bisogna fare gli spettatori e in Italia, si sa, coi tagli che ci sono, è difficile.

 Nella striscia di sotto c’è la carrellata dei suoi “amici”, intesi Facebookkianamente. Da sinistra: Benedetto XVI, Giovanni Paolo II (due papi a sinistra!), Ciampi, Scajola (ripresi durante una visita dell’allora Presidente della Repubblica Italiana nel Granducato di Sciaboletta); Berlusconi (al centro del mondo); Rigoberta Menchù, Nobel per la pace ‘92 (passava di lì e Giuliano credeva fosse una sciascielina disoccupata); Dulbecco e Rubbia (la foto è di quelle che capitano spesso nei matrimoni o alle comunioni, quando dietro al soggetto rimane qualcuno che non c’entra nulla: in questo caso la sagoma del Presidente); infine la visita al museo egizio di Torino con la stretta di mano alla mummia di Andreotti.

Io avrei altre immagini di questi 9 anni di presidenza che però nella lettera non ci sono e sicuramente mancano anche al Presidente. Che so, l’amministratore delegato Moretti che visita pomposamente i cantieri della nuova stazione di Imperia, il taglio degli Intercity, i treni puntualmente in ritardo. La crisi della floricoltura, quella del turismo, i megaporti che non portano altro che ad abusi, le due discariche provinciali al collasso. E poi avrei una vecchia storia riguardante la tentata scalata della mafia al Casinò di Sanremo. Quella sì, manca, eccome.
Allora, per le Regionali 2010, l’album di Giuliano l’abbiamo finito. Ne cominciamo un altro?

mercoledì, 20 gennaio, 2010

Corso pratico di letteratura russa per amministratori locali

Alla luce dei recenti fatti accaduti in provincia di Imperia, onde evitare altre spiacevoli bufale postsovietiche e rassegnarsi a trovare nella letteratura la soluzione per una politica migliore ho deciso di dedicare alcuni post di questo blog ad un corso pratico di letteratura russa per amministratori locali.

Naturalmente anche gli amanti della letteratura comparata alla cronaca possono leggerle: serviranno un po’ a tutti per accorgersi che spesso il destino della nostra terra è lo stesso di quello di un personaggio inventato da uno dei grandi autori del Volga. Il corso avrà un andamento diacronico, dunque non ce ne vogliano gli esperti se non seguiremo la cronologia delle opere, ma ci lasceremo contaminare da esse a seconda degli eventi rivieraschi.

La prima puntata – visto clamoroso fallimento dell’asta di villa Carpeneto di Imperia, prima aggiudicata ad un magnate russo e poi smentita con grande disappunto del sindaco Strescino – è dedicata a Oblomov, capolavoro di Ivan Aleksandrovič Gončarov, scritto nel 1859.
Protagonista del romanzo è appunto Oblomov, giovane figlio di un ricco proprietario terriero che va a San Pietroburgo per compiere gli studi. Educato secondo tutte le convenzioni della società partiarcale russa, i suoi genitori non gli trasmettono tuttavia lo spirito d’iniziativa e l’intraprendenza necessaria a compiersi come individuo. Per cui, nonostante gli incontri con attivisti politici e giovani idealisti, finisce ben presto col trascinarsi nell’inoperosità, nell’accidia, nell’inerzia più totale eleggendo come sede prediletta della sua esistenza un divano da cui non si sposta che per le necessità fisiologiche e poco altro.

La sua inedia è forse dovuta al rimpianto della stagione felice della sua fanciullezza, trascorsa nella magnifica tenuta dei genitori. Ma non si rende conto che la vita, anche su quel comodo sofà, continua a scorrere anche senza di lui, che gli altri, in un modo o nell’altro, compiendo errori o riscuotendo successi, vanno avanti, mentre lui resta lì, immobile, come una figura in un dipinto di Hopper, come il fermo immagine di un film di Hitchcock. Eppure occasioni di smuoversi ne avrebbe eccome: il suo amico Stolz continua a spronarlo con i progetti e ideali rivoluzionari, una ragazza, Ol’ga, si innamora di lui. Ma quando è ora di sposarla abbandona a lei i preparativi del matrimonio disinteressandosene e ricadendo nell’apatia più totale. Nel frattempo, affida il suo patrimonio a due furfanti che lo consumano quasi del tutto.

Ora, l’esegesi di questo romanzo nella realtà del Ponente Ligure, è chiara. Non sappiamo se Gončarov sia mai giunto in Riviera per la villeggiatura come tanti suoi conterranei nel periodo di stesura del romanzo, ma la storia di Oblomov sembra tagliata perfetta sulla cartina del comprensorio di Imperia, una provincia, una popolazione che sta da anni appollaiata sul sofà di un passato dignitoso ma effimero, ripetendo all’infinito modelli ormai superati e dannosi, in attesa di chissà quale novità proveniente dall’esterno, senza riuscire a risollevarsi con le proprie forze.
Non la smuovono nè l’idealismo dei pochi, sparuti, Stolz che si affacciano ogni tanto alla porta e nè un estremo atto di amore per una Ol’ga che non è altro che la propria dignità di cittadini o l’attaccamento al proprio territorio. Come se non bastasse, abbiamo affidato tutte le nostre ricchezze a qualcuno che non fa altro che sperperarle e utilizzarle a proprio rendiconto.

Il finale del romanzo non lo raccontiamo. Non si sa mai. E se Strescino, Zoccarato & C. si mettessero a leggerlo? Non vorrei rovinare loro la sorpresa.

domenica, 3 gennaio, 2010

Guerra di preposizione

Chi non è di Taggia, può considerarsi esentato dalla lettura di questo post.
Ma prego anche i lettori sanremaschi, castelini, ventimigliusi e baucogni di non ignorarlo. Almeno per solidaretà.

Come siete fortunati oh sanremesi, imperiesi, bordigotti, intemeli. Voi, almeno, avete problemi seri: la crisi del Casinò e del Mercato dei Fiori, la frontiera, i vari sfaceli dei porticciuoli. Noi, a Taggia, stiamo così bene che ce la prendiamo con le preposizioni, con la grammatica. Ci arrovelliamo con questiti che farebbero miglior figura nel “Forse non tutti sanno che” della Settimana Enigmistica: Perchè Taggia si chiama così? Perchè non cambiare nome all’intero comune? Perchè non eliminare quella dannata preposizione che unisce Arma e Taggia?

A dire la verità, non è che tutti i taggesi sentano questa necessità. La cosa nasce dalla città di sotto (ne avevo già parlato qui), da Arma di Taggia. I taggiaschi, cui del bagnasciuga giunge solo qualche sparuta eco, sanno poco o nulla di ciò che i loro fratelli-coltelli tramano all’ombra dell’ex Hotel Vittoria. Anche perchè preferiscono pensare a cose più serie, come l’annata delle olive o del ruscus.
Ma da mesi, il sedicente “Comitato Spontaneo pro Arma – Taggia”, effettua un battage serrato sulla questione, con passaparola, volantini e affiches (da non escludere che presto bussino alla porta i testimoni di Arma-Taggia), sostenendo la tesi della neonomia come se fosse un toccasana ai dolori della Valle Argentina. E a supporto apportano motivazioni giudidico-istituzionali e socio-culturali.

L’ultima notizia è una specie di “ultimatum”: il comitato invia una richiesta di “aiuto” ai presidenti della Provincia e Regione. Se anche questa dovesse cadere inascoltata, allora sarà referendum. A questo punto, visto che la questione minaccia di sconfinare sulle già affollate scrivanie dei nostri governatori, urgono alcune riflessioni.

La prima è che il comune di Taggia si trova di fronte ad un momento storico. Negli ultimi 10 anni sono cambiate molte cose: la stazione a monte, l’enorme zona commerciale, la pista ciclabile, l’Aurelia bis. Ciò non ha portato solo benefici, ma anche problemi: cantieri infiniti, traffico, anomalie che hanno riscritto la cartina del paese, ma non ne hanno cambiato certo il nome. A livello amministrativo si è passati dalla lobby affaristica concussiva della precedente giunta Barla ad un sindaco più attento e vicino alla gente, che magari non risolve i problemi, ma almeno ci prova, ci sta provando. Molto altro sta per accadere, ma quando le cose non vanno, cambiare loro il nome non è una soluzione: creerebbe solo ulteriori problemi.

E poi ci vogliono motivazioni più valide che un indirizzo errato su una bolletta dell’acqua o un codice fiscale per cambiare nome ad un comune. Occorre tenere conto e rispettare la realtà storica di Taggia, una città antichissima, il cui nome (Tabia) resiste da più di un millennio (si cambiò invece per un errore di un copista il nome del torrente, che da “Taggia” divenne “Argentina”). Come chiameremmo la più famosa cultivar di oliva italiana? Oliva Armataggiasca?

Anche Arma ha la sua realtà. E’ un centro infinitamente più giovane e per questo anche inesperto: forse i comitati pro Arma-Taggia dovrebbero tutelare di più alcuni aspetti legati all’immagine, come l’edilizia selvaggia per cui Arma è citata spesso come cattivo esempio, che ha portato alla costruzione delle “torri di Colombo” o a radere la vegetazione davanti all’hotel Vittoria per consentire ai facoltosi acquirenti dei monolocali di vedere il mare. L’immagine di un luogo è costituita anche da questi particolari. E che dire del simbolo stesso di Arma di Taggia, la grotta dell’Arma? Quella zona fa parte di un complesso di valore archeologico inestimabile. Vi furono trovati resti dell’uomo di Neanderthal e di un castrum medievale. Ora gli scavi sono in abbandono e in gran parte l’area appartiene ad una società che fa capo ad una notissima imprenditrice portuale del ponente ligure che da anni la sta sventrando con un cantiere per costruire alcuni box. Perchè non chiedere che quella zona venga restituita ad Arma e alla cittadinanza, per il suo valore storico?

Le promesse non mantenute dagli amministratori di cui si lamenta il comitato, sembrano una vera ingenuità. Nella prima pietra della nuova sede del comune di Levà esisterebbe una pergamena con la dichiarazione del nuovo nome “Armataggia”. Roba da Dan Brown. Forse è necessario chiamare un Indiana Jones che si avventuri nei pilastri alla ricerca della pergamena perduta. E se anche fosse? Quando mai dalle nostre parti le promesse degli amministratori diventano realtà, anche quando riguardano cose più importanti? Ci avevano promesso un megacomplesso sportivo alle ex caserme Revelli, una nuova passeggiata, una stazione ferroviaria efficiente, l’anfiteatro al Castello e tante altre belle cose. Dove sono?

Motivare poi il cambio del nome sulla base delle entrate fiscali mi sembra addirittura bieco. Se così fosse allora i quartieri bene di ogni città potrebbero cambiare nome al comune a loro piacere.

Il Comitato Spontaneo pro Arma – Taggia deve raccogliere mille firme per chiedere il referendum. E’ di moda, del resto. Di questi tempi tutti vogliono cambiare la costituzione, anche di poco, scriverci su qualcosa, metterci una boccaccia.
Ma se dovessimo andare al voto, sarò felice di apporre il mio “No” su questa assurda iniziativa. Anzi, proporrei un comitato spontaneo per chiamare Arma, “Taggia Lido”.