Nel Tempo dei Lupi – recensione di Pia VIale

Bellissimo, bravo Giacomo.
Ci voleva un bel viaggetto “di ritorno”, in mezzo a questo andare “non si sa dove”. Oddio, ho tribolato un paio di notti, in cui il mio sonno è stato turbato, ma ciò non è altro che un indicatore della capacità di penetrazione delle cose lette nel romanzo, e allora ben vengano.
Penso che in tutte le epoche ci siano stati uomini che hanno avvertito il disagio della vita che erano chiamati a vivere: la conoscenza è sempre stata un percorso irto di difficoltà e di sofferenza, nonché di gioie. Tu, Giacomo, sei stato capace, in quest’epoca di tanto-niente, a riportare la connessione laddove l’umano può ancora “sentire” di essere umano. In particolare, un viaggio nell’esplorazione del maschile e, come donna, lo dico con molta approvazione, perché rappresenta per me una grande attrazione, uno spiccato piacere di conoscere e capire l’uomo in quanto maschio.
Lassù, nella zona di Abenìn, c’erano tre tipologie di maschi: Giusé, Guido e i tre francesi; di femmine c’era solo lei, la lupa. Giusé, il primordiale, capace di affrontare la vita, in qualche modo il maestro; Guido, il moderno, che si risveglia, in men che non si dica, al richiamo ancestrale e i tre francesi, mediocri, ignoranti fino in fondo, senza possibilità di riscatto. Infine la lupa, intelligente, istintiva, insondabile, che “comunica” esclusivamente con il “sentire”.
Diventa sempre più raro inseguire il proprio “sentire”… E sicuramente quest’epoca che dovrebbe favorirlo, grazie all’espandersi indefinito della “comunicazione”, ci sta depistando ogni giorno di più. Anche chi è rimasto più a lungo a contatto con la natura (ahimè, tutto sommato sono rimasta una campagnola!), non è stato agevolato, perché la modernità ha contaminato tutti.
Le contraddizioni, peraltro spassosissime nella prima parte del libro, sono all’ordine del giorno, nel momento in cui ci si sofferma a riflettere sullo stato delle cose e su come ci siamo calati dentro..
La salvezza da questo caos si chiama “sensibilità” che, insieme all’intelligenza narrativa, si percepisce nel libro come elemento sostanziale, dall’inizio alla fine: il protagonista scruta ogni cosa, senza appartenere in realtà a nessuna, al fine di poter percorrere fino in fondo la propria strada. La sensibilità lo rende consapevole, capace, ma al tempo stesso fragile.
In quel “sentire” è la bellezza, il reale, il vero. Ci si sente vivi attraverso il “sentire”. Siamo troppo abituati al “pensare” e all’”agire” e diamo sempre meno spazio al “sentire”, alla sintonia con noi stessi o con altre persone o con gli animali o con la natura o con l’universo. E ciò crea solitudine.
Se l’anima vive, se l’anima sente… lì è la “grande” bellezza.
La storia è bella, scritta bene, divertente nella prima parte e a tratti inquietante: una suspence doverosa (forse quella che ha agitato il mio sonno…) ed infine decisamente seria. Sono rimasta male quando hanno sparato all’antenna, anzi malissimo! Non perché fosse importane Internet a Abenìn, ma… perché mi piace che si possano realizzare le cose (dicesi: Candu in tavagliu l’è fau, l’è fau) e non distruggerle! Non avevo dubbi sulle tue finezze, incastonate come perle preziose in una collana; fresche e scorrevoli le descrizioni del paesaggio e della natura: era come esserci!
Continua, né!
Ciao, anima bella…
Pia

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La zattera di Ginestra

Tutto cominciò senza che nessuno se ne accorgesse. Qualche strada di campagna interrotta, alcuni maxei, i muretti a secco che, come i corsetti di una vecchia signora, da sempre arginano gli anni che avanzano, venuti giù e mai ripristinati, qualche crepa nei solai dei villini in collina ad inquietare i proprietari. Ma era un’abitudine e nessuno se ne lamentò.

Poi i treni cominciarono ad accumulare ritardi e l’autostrada ad aumentare le tariffe, andare nel Ponente Ligure, in provincia di Imperia, diventò sempre più costoso e impegnativo in termini di tempo e denaro. Come se le strade, le vie per raggiungere Imperia e Sanremo, si stessero improvvisamente allungando.

Ma pochi ci credevano: era tanto l’amore per la loro terra che continuavano a pendolare o a tornarvi spesso, ad ogni costo.

I sospetti ebbero la tragica conferma un giorno piovoso di gennaio: un terrazzo probabilmente abusivo, costruito a picco sulla ferrovia è crollato sui binari trascinandosi metà della collina. Un treno è deragliato e s’è sfiorata la tragedia.
L’Aurelia poi, da millenni l’unica via di comunicazione, era interrotta a causa di una frana proprio nei dintorni di Andora. Da allora la ferrovia è chiusa e quel treno giace ancora lì, come un relitto. Fu così che, a Imperia, abbiamo perso il treno e anche la ferrovia. Non resta che la statale, che costringe a lunghe peregrinazioni nelle campagne.

Qualcuno ha detto che se non fosse stato quel terrazzo a crollare, sarebbe successo a qualcos’altro, un villino, un palazzotto edificato negli anni ’60 in prossimità dei binari e la statale prima o poi sarebbe anch’essa venuta giù, dimenticata di fatto dall’ANAS.

Certo che solo allora nella mente di ingegneri, architetti, geometri e in quella dei pendolari, quelli che tutti i giorni vanno  e vengono in questa terra, s’è instillato il dubbio: ma che succede? E se il Ponente si stesse allontanando? E se la provincia di Imperia si stesse separando dal resto della Liguria?

No, apparve a tutti un’idea impossibile. Giornalisti ed esperti ci misero un po’ a convincersene. Poi qualcuno consultando le immagini dal satellite se ne accorse. In realtà, voleva solo vedere le previsioni meteo per il weekend: ma fu proprio allora che, apertosi un grosso buco nelle nuvole proprio in corrispondenza di Sanremo, si ebbe la tremenda conferma: il Ponente Ligure era diventato un’isola, s’era staccato. Non c’erano più dubbi: da Cervo a Ventimiglia la terra s’era allontanata dal resto dell’Italia.
Anzi, dal resto della Liguria, perché un pezzo di questa rimaneva attaccato: la frattura correva lungo il tracciato dell’A 10. Era una linea di confine perfetta, da ricalcare sulle cartine.

Nessuno si spiega come la cosa sia potuta avvenire. Nessun cataclisma, nessun movimento tellurico, nessun terremoto. L’unica piccola faglia, quella che corre sotto Bussana e che tanti lutti aveva causato nel lontano 1887, non è mai stata così tranquilla. La mente corre altrove, in Indonesia, Messico oppure California, dove sta accadendo la stessa cosa: ma a San Francisco sono più attenti, preparati, attendono da anni “the Big One”, il grande terremoto che li staccherà dal resto del continente.

Infine anche i politici, per ultimi, sono stati costretti a prenderne atto: il Ponente, come una zattera, sta allontanandosi, va alla deriva.
La “zattera di Ginestra”, così hanno cominciato a chiamarla, perché la zona dove s’è staccata, ai confini dell’A 10, d’estate, è gialla di ginestre fiorite.

Ma perché è successo? Possibile che nessuno se ne sia accorto? Forse l’incuria di anni, forse troppe speculazioni sul territorio e molte meno sulla gente che lo abitava, pochissimi scrupoli sull’ambiente e molti di più sui conti del Casinò, hanno amputato alla Liguria una delle sue estremità. Ma nei palazzi non hanno pensato a correre ai ripari: hanno invece cominciato il solito balletto delle responsabilità. Una parte accusava l’altra di aver mollato gli ormeggi per i propri tornaconti; l’altra di navigare a vista, senza rotta, da decenni. Qualcuno ha detto che si voleva imitare il vicino esempio monegasco con risultati fallimentari: anche lì, a Montecarlo, infatti, esaurito lo spazio per i palazzi sulla costa, stanno pensando di creare un’isola in mare per costruirne altri.  Ma loro possono farlo.

Un noto politico ha proposto di stendere grandi funi e tirare, tutti insieme, per riattaccare la zattera di Ginestra. Ma, a sua insaputa, dall’Italia nessuno aveva intenzione di tirare per riattaccarsi città e comuni intossicati da infiltrazioni di ‘ndranghetisti, nemmeno durante il famoso Festival: aderì solo qualche massone e una decina di pensionati torinesi.

Ora, ci si chiede dove la zattera di Ginestra stia andando.
Subito s’era avvicinata alla Francia. A bordo si pensava che un buon posto fosse il Golfo di Saint-Tropez: nemmeno troppo lontano, appena dopo Cannes, un posto pieno di palme e Casinò. Ma appena avvistata la zattera, da terra hanno risposto un secco “No”, dicendo essere già stati saccheggiati dagli imprenditori italiani e dalla mafia. Oltre il danno la beffa: proprio così s’erano difesi a Taggia dai pirati che arrivavano proprio da Saint Tropez.

Ora la zattera punta a sud. Ma Corsica e Sardegna hanno già chiuso le capitanerie: i primi sono stanchi dei parigini, i secondi dei milanesi.
L’unico disponibile ad un attracco, seppur temporaneo, è stato il porto di Gioia Tauro, in Calabria. E non costerebbe  nemmeno troppo sforzo: confrontate le coste di quel tratto  e quelle della zattera del Ponente. Combaciano perfettamente.

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Furgari ad acqua

(Pubblicato su http://www.laliguriaracconta.it/it)

Immaginate di passare, una notte di metà febbraio, sull’A 10,  a Taggia, sul lungo ponte che sovrasta la Valle Argentina. Oppure di volgervi lo sguardo dal mare, da uno dei grattacieli più alti di Arma di Taggia. Se vedeste il paese in fiamme, le case bruciare, il fuoco salire fin sopra i tetti e una nuvola di fumo galleggiare sopra le case, cosa pensereste? Che tragedia! Una catastrofe! Ma nessuno fa niente?
Il passo successivo sarebbe chiamare il 115, i Vigili del Fuoco, avvertire la Polizia, la Protezione Civile, l’esercito: al fuoco! c’è un paese intero che brucia!

Questo, ancora oggi è l’effetto che fa la notte dei Furgari, lo stesso che deve aver fatto ai pirati saraceni che infestavano le coste liguri nel X secolo d.C.. A quei tempi Taggia si salvò: i saraceni pensarono di averla già saccheggiata e andarono via. L’idea dell’inganno era venuta ad un illustre taggiasco, San Benedetto Revelli, allora vescovo d’Albenga: accendere grandi falò, fare baccano in tutto il paese come se i saraceni se ne fossero appena andati. Funzionò.

Da allora noi taggiaschi ripetiamo l’esperienza: in tutti i Rioni di Taggia (sono 12, ma ne rimangono attivi ancora si e no 6) si accendono grandi falò, si fa baldoria. E ce ne andiamo in giro a sparare furgari, speciali canne di bambù riempite di polvere da sparo, per strada, nei vicoli della città vecchia, di cantina in cantina, a bere, a ballare a incontrare gli amici.

I saraceni se ne andarono. In cambio oggi arriva gente da ogni parte del mondo, persone che si sono innamorate di questa tradizione che mescola sacro e profano, storia e carnevale, paura e divertimento: grazie al nostro santo, noi di Taggia abbiamo imparato a scherzare con il fuoco. Ma solo il 12 di febbraio, il giorno della festa, costruiamo i furgari. In ogni altra data non sarebbero che banali fuochi d’artificio, senza alcuna protezione da parte di San Benedetto, e ci si può far male.

Chi è venuto quest’anno ha assistito a una cosa che può dirsi straordinaria: nonostante la pioggia battente, la festa s’è fatta, il fuoco s’è acceso lo stesso.
L’attendevamo da un anno. Dodici mesi a pensare, sperare che quel giorno, la sera della festa, il tempo fosse clemente. Invece no: come da due mesi a questa parte, pioveva. E’ il riscaldamento globale, la tropicalizzazione del Mediterraneo, il monsone, non so; ma sabato sera a Taggia veniva giù come non s’era mai vista. Erano i vecchi a dirlo. E’ febbraio e piove. Come tutto dicembre, e tutto gennaio. La terra in Liguria  non ne può più, basta fare un giro nell’entroterra per rendersene conto: i muretti a secco non bastano, nelle fasce terrazzate di ulivi le colline vengono giù portandosi pure le reti. La terra sotto l’acqua si sta sciogliendo come cenere, come farina.

Ma a Taggia non ci siam fatti spaventare. Ad un certo punto s’è deciso: la festa s’è fa, the show must go on, soprattutto ora. Abbiamo vinto i saraceni, vinceremo pure la pioggia. Perché Taggia, quel giorno, deve buttarsi nelle piazze e nei carruggi, la gente deve danzare attorno al falò, incontrarsi, scambiare due parole attorno ad un bicchiere: così è e sarà, tanto più quest’anno che piove.

E così è andata. L’inizio dei falò è, come al solito, fissato per le 21. Ma a quell’ora la pioggia batte fortissima, difficile anche uscire di casa. Tutti si rifugiano in cantin. Lì c’è di che consolarsi: la tavola è apparecchiata di sardenara, torta verde, crustoli e vino rosso. Il benvenuto è dato a chiunque. Ma dentro ognuno di noi, c’era una vocina: “Che fai lì? Non senti la minaccia? I saraceni sono alle porte! La tua terra è in pericolo!”.

Così, timidamente, qualcuno ha cominciato a tirar fuori i furgari ed è uscito a spararli. Ma una volta accesi e rivolti in su non si spegnavano, il fuoco sembrava ignorare la pioggia, l’acqua che cadeva dal cielo. Ecco allora arrivare qualcun altro, e  un altro ancora. Poi c’è la cascata di fuoco di via Soleri. I taggiaschi rispondono alle gocce con le faville, alla pioggia che cade fitta oppongono scintille che salgono al cielo.

E’ una battaglia durissima: molti cadono. I furgari, con l’umidità, esplodono. Ma, per fortuna agli sparatori, non succede nulla:  si sente il soffio, poi il botto, le canne bambù s’aprono in un cono di luce, il fuoco litiga con l’acqua, abbraccia finalmente l’uomo e ne rivela l’anima.
Per un attimo, abbiamo paura. Ma sappiamo che il nostro esplosivo spacca taglia brucia solo tutto ciò che non vogliamo, e invece sputa i nostri sogni al cielo. E chi un secondo prima era avvolto dalle fiamme, va ad abbracciare gli amici con solo un po’ di tachicardia.

Chiuse le cateratte del cielo, verso mezzanotte, parte davvero la festa. Si accendono anche i falò e, assieme a loro, i balli, i canti, i sorrisi. Sentiamo di star facendo il nostro dovere. Forse la pioggia, le frane, le alluvioni, sono i nuovi saraceni di oggi. Scherzando con il fuoco, con un po’ di sacrificio, li abbiamo allontanati. La festa ha funzionato ancora.

L’indomani, domenica mattina, Taggia, come un’araba fenice, rinasce dalle sue ceneri. San Benedetto l’ha salvata un’altra volta.

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Ricetta per un furgaro

Per preparare un furgaro,
spegni i fornelli.
Non servono: un furgaro a fuoco spento viene meglio.

Per cucinare un bel furgaro,
fatti aiutare da Pinocchio, Francois Truffaut e Fabrizio De André.
Loro sanno la ricetta, nessuno sa perchè.

Per un furgaro con i fiocchi,
devi leggere tutti i giorni il giornale.
Perchè solo così lo stupazzo scende meglio.

Per cuocere un furgaro doc,
devi sottrarre un po’ di zolfo alla vigna,
un po’ di carbone alla befana; la potassa la gratti dal muro.

Per un buon furgaro fatto in casa,
devi metterci un po’ di paura: s’impasta lenta, ci vuole tempo.
Come quando da bambino hai imparato che cos’era il fuoco.

Se vuoi la ricetta del furgaro,
a Taggia la sanno tutti ma non te la dirà nessuno.
Chiedi a tuo padre, a tuo nonno, al nonno del tuo nonno.

Per ottimi furgari ripieni,
usa solo ingredienti di prima qualità.
No a lieviti scaduti, zuccheri o tubi per pescar cavedani.

Per fare un furgaro,
usa solo bambù, riempilo d’esperienza e fantasia.
E un po’ ci devi pure credere.

Per preparare un furgaro come si deve,
non contano le porzioni: per uno, per nessuno, per centomila.
Solo per te sparerà la tua anima con le zemìe.

Per consumare un furgaro eccellente,
aspetta che arrivi il Vescovo d’Albenga.
Che prima, non è un furgaro che farai, ma un volgare petardo.

Servi il furgaro solo in piazza Farini.
In Italia ne han già fatti troppi: a Bologna, sull’Italicus, a Milano in Piazza Fontana.
Un furgaro vanta numerosi di tentativi di imitazione.

Se il tuo furgaro vien gramo,
può darsi che non sia ancora ora.
Allora, porta pazienza e assaggia prima quelli degli altri.

Qualcuno non capirà la luce del furgaro.
Pazienza, conosco pompieri ardenti e piromani spenti.
Il furgaro o si ama o si odia.

Ma se ami una ragazza e non sai dirglielo, il furgaro
è il sistema migliore.
Una donna non si prende per la gola, ma per il cuore.

Se il tuo furgaro poi vien moscio,
beh, con il tempo te ne farai una ragione.
Perchè prima t’avrà donato tante fiamme e calore.

Un furgaro,
è da consumarsi preferibilmente entro il 12 febbraio.
La direzione, lassù, poi non risponde di peccati in pensieri, parole, omissioni.

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Nel tempo dei lupi – Recensione di Nicola Farina

Quando Giacomo mi ha proposto di presentare il suo ultimo libro, ho accettato con piacere per quattro ragioni.
La prima, banale e poco interessante, ci conosciamo da 25 anni.
La seconda, per ragioni personali e familiari, entrambi frequentiamo da sempre Realdo e la Valle Argentina.
La terza, il lupo e le sue rappresentazioni sono stati il mio principale soggetto di studio quando ero ricercatore a tempo pieno.
La quarta, l’ultimo film che ho girato si svolge a Realdo ed in Valle Argentina, e verte sulla frontiera, più in generale sulle frontiere esterne – amministrative, politiche – ed interne – psicologiche, culturali – che dividono le persone.

Accettando con preoccupazione questo arduo compito che per la prima volta nella vita mi accingo a svolgere, mi son chiesto in nome di cosa io abbia la legittimità di presentare un libro. Il mio lavoro, autore di documentari, ricercatore o giardiniere, è innanzi tutto quello di osservare il mondo nella maniera più semplice e diretta possibile, almeno rispetto ai miei mezzi di comprendonio, allo scopo di scoprine i contrasti e le prospettive, per metterne in rilievo le vedute che più mi toccano.
Cerchero’ pertanto di esprimere in parole cio’ che ho visto leggendo il libro di Giacomo.

Nel tempo dei lupi ci parla della prima frontiera che l’essere umano ha oltrepassato all’inizio dei tempi, dei nostri tempi. Diventando animale raziocinante, egli, l’umanità, noi, ci siamo definiti in quanto persone.
Se oggi la divisione appare netta, la distinzione tra il mondo del selvatico ed il mondo della civilizzazione, fu assai più sfumata. Umanità e natura non sono sempre stati elementi separati del pianeta.
Dopo 4 secoli di modernità, oggi l’imperialismo dei consumi e dell’edonismo globale ha spazzato via religioni e miti. Ed esso sta ormai togliendo di mezzo anche gli ultimi residui della relazione di scambio che l’umanità intratteneva con la natura e le sue forze.
Nel tempo dei lupi apre una finestra sulla paradossale conseguenza della demarcazione sempre più netta della linea che divide la cosiddetta civiltà e la matrice animale che è principio della nostra esistenza.

Andiamo tutti verso qualcosa, e pur nella nostra contemporanea frammentazione individualistica, probabilmente noi tutti, come massa, procediamo nella stessa direzione senza nemmeno saperlo. L’uso che si fa delle parole è molto importante per spiegare i meccanismi psicologici che funzionano a livello collettivo.
Oza Okup è un collettivo internazionale che inscena performances di strada sui temi delle origini del neo-liberalismo e del senso di parole ed espressioni che descrivono il funzionamento della società e che fanno parte del vocabolario di tutti i giorni.  Nelle vie di Bruxelles, Belgrado, Brazzaville è stata sollevata ai passanti la seguente domanda: il profitto è al servizio dell’umanità o l’umanità è al servizio del profitto ?
La perplessità degli uni si è alternata alla risposta tendenzialmente tragicomica degli altri. Meglio ridersela, dicono gli artisti. Ormai poco altro ci resta da fare per tentare di esorcizzare il cannibalismo culturale e psicologico del “progresso”.
Lascio sospesa la questione sul soggetto che definisce realmente gli attori di tale “progresso”.
Continuo sulle sue principali conseguenze, e sul perché il lupo – la visione che ne abbiamo, la funzione che gli si attribuisce nei diversi momenti storici – sia un eccellente indicatore di quanto sta avvenendo all’umanità.

Incapaci di reagire, presi dall’edonismo di massa, procediamo a grandi passi in direzione di cio’ che la tecnica ci indica senza discussioni. Da una parte economisti e politici ci convincono che calcoli esattissimi ed incomprensibili dovrebbero regolare le nostre esistenze. Dall’altra, compagnie internazionali con sigle e nomi conosciuti ovunque sul Pianeta, definiscono i nostri “life-syles”, sventolandoci davanti al naso esche appetitose quali tablettes, iphones ed altri accattivanti marchingegni stimolanti i nostri nuovi ed insospettati bisogni.
Il segnale binario domina il mondo e l’economia del consumo edonista è la nuova religione.  Con la globalizzazione della comunicazione, la separazione tra uomo e natura – in senso lato, ma anche nel senso di natura umana – sembra ormai disperata.
Saremmo già condannati alla comunicazione istantanea dipendente da supporti sempre più piccoli che già promettono di invadere il nostro corpo ? Siamo definitivamente privati della speranza di sentirci parte di un tutto che esista al di fuori della nostra bolla d’informazioni e di dati, di tutto cio’ che non “esca” dai nostri supporti ? Diventeremo infine noi stessi il supporto fisico-biologico del microchip che definirà la nostra identità tramite la registrazione “intelligente” dei nostri consumi?
Se la nostra intelligenza è già al servizio dei sistemi che essa ha creato, allora abbiamo già dimenticato cosa siamo.
Ecco cosa ci dice Giacomo, descrivendoci lo stupore incomprensibile che Guido prova di fronte alla lupa.
Credendo di semplificarci la vita grazie al progresso, ci siamo creati una prigione sempre più claustrofobica e rumorosa. La nostra unica reazione è quella voluta (da chi ? Dalle società di telefonia mobile ?): una frenesia comunicazionale senza senso, che ormai definisce ogni individuo – moltitudini d’individui, miliardi di protesi comunicanti sempre più connesse, ognuno di noi sempre più ansioso di affermare la propria esistenza tramite immagini, frasette, messaggini, slogans.
Il riduttivo cogito ergo sum, si è trasformato nel terribile comunico ergo sum. Senza più pensare, dovremmo semplicemente reagire per impulsi diretti, comunicare nel tempo istantaneo di un presente dilatato che non segue più né i cicli della natura, né le linee della Storia.
Ed eccolo dunque il rumore di fondo che appiattisce la profondità del mondo, e che Guido riesce a distinguere solo dopo aver oltrepassato la frontiera tra la sua realtà di uomo del XXI secolo, ed il mondo primigenio, potente e misterioso dei lupi.

Perché dunque la lupa che Guido incontra in montagna sembra cosi’ diversa dal lupo dei documentari del National Geographic che lo stesso guarda alla tv con il giovane figlio ?
Abbreviando grossolanamente un processo storico durato quasi due millenni, cito giusto tre tappe fondamentali nella storia dell’umanità, che hanno profondamente e progressivamente modificato il nostro modo di vederci sul Pianeta.
Dapprima la visione antropocentrica dei tre monoteismi ha fornito gli strumenti “intellettuali” per sancire la separazione tra umanità e natura.
In seguito, durante l’epoca moderna, il progresso ha fornito gli strumenti tecnologici per assoggettare in maniera globale la natura.
Infine, nell’Italia contemporanea, in tutta l’Europa occidentale, il boom economico italiano o le trente glorieuses francesi – ogni nazione ha il suo modo per definire il proprio glorioso quanto effimero e distruttivo trionfo della modernità – ha dissolto la civiltà contadina che presentava ancora una certa comunione con le forze naturali del mondo.
Per diletto e per meglio comprendere i nostri tempi, è interessante rileggersi l’articolo sulla scomparsa delle lucciole di Pasolini, vero necrologio della fine di un’epoca iniziata all’alba dei tempi.

Entrando nel tempo dei lupi Guido compie un vero e proprio rito di passaggio. Un rito che è paragonabile alla serie complessa di rituali che avevano come protagonista la figura simbolica del lupo: per es., presso i Kwakiutl, tribù dell’isola di Vancouver, o più in generale presso tanti altri popoli del mondo, ove il lupo è metafora delle forze primigenie che l’essere umano deve riconoscere e sperimentare per trovare il proprio posto nel mondo.
Tra le varie civilizzazioni non si contano i riti che sancivano l’entrata del giovane nella fase dell’età adulta, grazie all’utilizzo della metafora del lupo – tramite tra i due mondi, quello della società e quello delle forze naturali.
Alle radici della nostra civiltà occidentale, si pensi ai lupercalia della Roma classica. Questa complessa cerimonia di morte e rinascita rituale celebrava la fertilità delle donne ed il rinnovarsi del ciclo annuale. Essa fu proibita nel 495 dc dal papa Gelasio, il quale rimproverava al senato la partecipazione di cristiani a tale festa.
Sempre nella cultura europea, le versioni moderne delle favole non sono altro che racconti e miti di antica origine, epurati dei loro elementi precristiani. Tali versioni moderne non lasciano alcun dubbio sulla presunta superiorità dell’umanità sul resto del creato.
All’origine di Cappuccetto rosso, il lupo era tutt’altro che l’incarnazione del male descritta dall’antropocentrismo religioso affermatosi in epoca medievale ed adottato dalla modernità. La sua versione attuale è quella trascritta e reinterpretata da François Perrault in Francia nel XVII secolo e più tardi dai fratelli Grimm in Germania. Il racconto, di cui si hanno testimonianze nella Francia dell’XI secolo, ha quasi certamente un’origine precristiana. Nella sua versione più antica oggi conosciuta, il lupo uccide la nonna ed offre i resti del cadavere alla nipotina, la quale, finito il festino di carne umana, è contenta di raggiungere il lupo a letto, per godere dei suoi primi piaceri, sconosciuti e proibiti. Appare evidente come qui il lupo sia metafora delle forze ineluttabili della natura a cui il genere umano appartiene: forze che definiscono l’inesorabile ciclo della vita ed il passaggio della fertilità da una generazione all’altra di donne.

Ed ora ? Cosa resta del tempo dei lupi ?
Cio’ che è avvenuto in pochi decenni in Europa sta ripetendosi ancor più velocemente altrove nel mondo.
La fine della guerra fredda e l’esplosione d’internet e del mercato globale, hanno “liberato” anche le popolazioni più “arretrate” che oggi chiedono benessere e democrazia. Anch’esse stanno cosi’ imparando a conoscere il “progresso”, dimenticando di far parte di un mondo la cui conoscenza si tramandava da centinaia di generazioni.
E’ una vera e propria ecatombe di memorie di cui siamo protagonisti e testimoni. E non parlo di memorie intellettuali, ma di memorie fisiche, psichiche, di un’alterità che ormai riusciamo a pensare solo in termini di banalizzazione (o di imprigionamento entro gli schemi coi quali siamo abituati ad interpretare).
Quale altro significato hanno i “parchi a lupi” come il Parc Alpha di Saint-Martin-Vésubie citato da Giacomo, dove degli esemplari di lupi dell’Alaska son ben nutriti, ingabbiati in recinti e messi in mostra ai visitatori ? Il lupo, da forza misteriosa e potente della natura da cui l’umanità si è separata, è diventato attrazione turistica. Esso è cosi’ ridotto a due funzioni: risorsa economica e lupo “orsacchiotto”.
Il nostro mondo autoreferenziale ed antropocentrico non solo ci impedisce di vivere e di pensarci altrimenti che degli esseri dediti al consumo ed alla comunicazione. Esso inoltre riduce la natura ormai doma a variabile economica, trasformando tutto cio’ che è “altro” in elemento ludico.
Per tornare ad esempi più banali e vicini alla nostra esperienza, si pensi alla popolarità del volto di Che Guevara, onnipresente su t-shirts e tatuaggi sfoggiati fin negli angoli più impensabili del Pianeta. Il volto del medico argentino rivoluzionario non sembra la versione “cool” dei volti dei terrificanti licantropi raffigurati nelle incisioni dei trattati di fisionomica del XIX secolo ?

Nel tempo dei lupi ci dice che il rumore di fondo della nostra società ci stordisce e ci rende incapaci di sentire quel mondo a cui la specie umana sapeva appartenere e sapeva ritrovarsi. Un mondo che l’essere umano, nel corso di millenni di storia, aveva saputo interpretare senza dividersene. Un mondo che le innumerevoli civiltà susseguitesi sulla Terra hanno strutturato, appreso, rimesso in scena tramite miti e riti che coinvolgevano “anima e corpo” le persone.
Un mondo ed una dimensione che il consumo, la comunicazione, il profitto e l’edonismo stanno riducendo a spese dell’umanità stessa, persa negli inganni delle parole e delle immagini che la comunicazione di massa svuota del proprio senso.
La gerarchia genera potere, ed il potere altre nuove e bizzarre gerarchie, per mezzo di sempre nuovi sofisticati strumenti adatti alla propria epoca.
Il prezzo, ovvio, é l’abituarsi a credere di essere cio’ che questo “progresso” vuol che noi siamo.

E allora, le lucciole sono definitivamente scomparse ?

La finzione di Guido ci dice che ritornare ad una dimensione più umana e profonda della vita è forse ancora possibile: una dimensione più silenziosa e vicina a cio’ che non sappiamo più essere, per riconoscere il lupo che è in noi stessi e trovare nell’altro l’essere umano che noi siamo.
Tuttavia la storia parallela di Giusé Burrasca ci dice anche che gli ultimi esseri umani che ancora portavano qualche traccia dei mondi delle nostre origini, stanno per scomparire, definitivamente.
Probabilmente à già troppo tardi per cambiare rotta, lo era già 40 anni fa, diceva Pasolini.

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Due giorni sulla frontiera

Venerdì 20 dicembre, ore 21

Palazzo Spinola-Gentile, Piazza dei dolori, Sanremo

proiezione documentario

E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina

Sabato 21 dicembre, ore 17

Villa Boselli, via Boselli 1, Arma di Taggia

presentazione libro Nel tempo dei lupi di Giacomo Revelli

 

Venerdì 20 e, sabato 21 dicembre 2013, due appuntamenti dedicati ai nostri confini: reali o figurati, storici, geografici o culturali, ma anche quelli tra uomo e natura, tra istinto e ragione.
Due giorni sulla frontiera, così si è voluto chiamarli per parlare di due opere, un film e un libro, che, in modi diversi ma riconducibili, trattano lo stesso argomento.

Venerdì 20 dicembre, a Sanremo, a Palazzo Spinola-Gentile, nel ciclo Sanremo ricorda Italo Calvino a 90 anni dalla nascita, si terrà la proiezione del documentario E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina, prodotto da Airelles Vidéo.

Il giorno seguente Giacomo Revelli presenterà ad Arma di Taggia, a Villa Boselli, il suo ultimo libro Nel tempo dei lupi, edito da Pentagora.

Perché presentare congiuntamente questi due eventi culturali?

Innanzitutto, il documentario di Farina e il romanzo di Revelli  hanno come sfondo la Valle Argentina. in particolar modo Realdo.  Entrambi, poi, documentario e film, raccontano storie di confine.

 E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina, s’ispira ad una citazione tratta da Il sentiero dei nidi di ragno dell’Italo Calvino partigiano sulle Alpi Liguri: “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dellanima e ci si trova dall’altra parte …”.

Il film rivolge lo sguardo dal presente alle frontiere della Storia, del passato: Resistenza o fascismo, Italia o Francia per il piccolo comune di Briga. Due sorelle divise dalla Guerra alle prese con la difficile scelta dei loro genitori.

In Nel tempo dei lupi di Giacomo Revelli, il confine invece è meno tangibile, ma altrettanto sensibile: la modernità delle tecnologie più avanzate e l’apparente immobilità del mondo pastorale, un giovane del nostro tempo che deve montare un’antenna e un vecchio pastore di un altro tempo che difende il suo gregge da un lupo, la deriva della ragione e la sapienza dell’istinto. Il romanzo guarda il presente nel tempo attuale, ed apre domande le cui risposte si trovano, in ogni caso, già dietro di noi.

Documentario e romanzo partono da una stessa geografia per parlarci di ciò che l’umanità affronta dall’alba dei tempi: la Storia, “uno scandalo che dura da più di diecimila anni”, scriveva Elsa Morante e il rumore di fondo delle onde elettromagnetiche dei nostri smartphones o il silenzio della montagna dove i lupi ritrovano lo spazio che gli esseri umani hanno ormai quasi abbandonato.

E ci si trova dall’altra parte e Nel tempo dei lupi ci invitano ad ascoltare e ad ascoltarci. Ci parlano dell’importanza di oltrepassare la frontiera, per ritrovarci nello sguardo dell’altro, perché la Storia, ovunque essa vada e ci porti, non ci trovi impreparati.

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Nel tempo dei lupi

Il mio nuovo libro si chiama “Nel tempo dei lupi” e racconta una storia che non è ancora accaduta in alta Valle Argentina, a Realdo, tra la provincia di Imperia e quella di Cuneo, tra i comuni di Triora e quello francese di Briga, tra l’Italia e la Francia; i confini da varcare in questo romanzo sono molti.

Questa la trama:

Guido, un tecnico installatore di antenne per cellulari, viene spedito a montare un’antenna a Realdo, in una zona che tuttora non è coperta dal segnale.

Uomo di oggi, sposato, un figlio, torinese, Guido si troverà ad affrontare le difficoltà di un luogo in cui i ritmi di vita invece sono ancora quelli di molti anni fa, dove si vive ancora senza tecnologia, dove si è sempre vissuto così.

Per trovare il luogo giusto dovrà abbandonare il navigatore satellitare e chiedere aiuto ad uno degli ultimi pastori brigaschi, una categoria la cui esistenza si perde nei tempi, gravemente condizionata dalla spartizione dei confini nell’ultima guerra.

Verrà a contatto con una lingua nuova, il brigasco, con un ambiente, un clima, spesso ostili e una cultura per lui aliena.
Il pastore lo aiuterà finchè non verrà distratto da un problema per lui ben più grande: la presenza di un lupo. I lupi sono infatti tornati ad abitare quelle zone.

“Nel tempo dei lupi” è stato tra i finalisti del premio “La Giara” della Rai.

L’editore, Pentagora, è un’esperienza giovane, nata da poco ma con un catalogo di saggi e romanzi attenti al territorio e all’antropologia dei luoghi.

Per ora, queste le presentazioni:

- Mercoledì 20 novembre ore 18 a Genova, libreria Feltrinelli, assieme a Laura Guglielmi di Mentelocale

- Venerdì 29 novembre ore 17 a Sanremo, Museo Palazzo Borea D’Olmo

- Sabato 21 dicembre ore 17 ad Arma di Taggia, Villa Boselli, con Nicola Farina, autore del documentario “E ci si ritrova dall’altra parte”

Ecco la scheda dell’editore: http://www.pentagora.it/?p=717

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