Le mani sulla montagna

No, non è un sequel de “Le mani sulla città” di Rosi, il film che nel 1963 denunciava i meccanismi della speculazione edilizia, mai applicati alla perfezione altrove come nel Ponente Ligure. Semmai ne sembra più una sua versione cinepanettonara, con gli stessi protagonisti, i Boldi e i De Sica di turno, impegnati a sfregiare la montagna dopo essere passati, come Attila, prima al mare e poi in città.
Perchè di questo si tratta: dopo aver rosicchiato tutto il possibile sulla costa, prima con i condomini, poi con le seconde case ed infine con i porticciuoloni, i nostri “eroi” si sono spostati sui monti, alla ricerca del loro solito miraggio turistico, (che per il territorio invece è triste presagio) quel circolo vizioso fatto di investimenti, strutture, servizi ed edilizia che continuano a chiamare sviluppo ma che è sempre più tristemente lontano dal progresso.

L’ultimo episodio di questa guerra al territorio è Monesi, dove il binomio neve-turismo-speculazione ha già duramente colpito negli anni ’60 – ’70.
Per lavoro, mi è stato chiesto di scrivere un testo promozionale per il sito del turismo della Regione Liguria: http://www.turismoinliguria.it.
La stagione fredda è agli inizi, tutti scaldano gli sci e progettano settimane bianche. E occorre promuovere anche i magnifici impianti sciistici e i poderosi skilift della Liguria. L’offerta in Italia è ampia, c’è da sgomitare sulla neve. Pensate solo al Piemonte con Limone o Sestriere o Prato Nevoso, alla Lombardia con Aprica e Bormio, fino al Veneto con Cortina D’Ampezzo. L’impresa è quasi biblica, da Davide contro Golia, ma la Regione Liguria, applicando un po’ il modello “federalista” che va per la maggiore un po’ dappertutto (in sanità, per esempio), vuole evitare al massimo l’esodo dei propri abitanti verso altri lidi e lanciare chiaro e forte il messaggio “La neve ce l’abbiamo anche noi”, insomma.
Solo che le altre regioni del nord hanno molte possibilità d’offerta, mentre in Liguria, nel Ponente Ligure, in particolare, tutto è concentrato in un solo luogo: Monesi. Che a Genova ci credano lo dimostra il recente ingente stanziamento per finanziare il secondo tratto della seggiovia in progetto a Monesi: di due milioni di euro.

Ma il problema è sempre il solito: è questa la direzione più giusta?
E’ giusto per 30 – 40 anni di sviluppo convertire irreversibilmente aree la cui destinazione è definita da migliaia di anni, travestendole di una vocazione che ha già fallito negli anni ’70.

Tuttalpiù di 30 – 40 anni si tratta: trasformare un luogo da agro-pastorale a turistico non è poi molto complicato, basta investire sulle strutture adeguate. Ma le strutture necessarie allo sci sono impattanti, non si parla solo della seggiovia, anche dei condotti per la neve artificiale che arriveranno per compensare il poco innevamento. E allora, perchè farlo se per i cambiamenti climatici stanno portando sempre meno stagioni nevose a Monesi?
Per cambiare il territorio ci vogliono pochi anni, per cambiare il clima, ci vogliono decenni, forse secoli. I tempi dell’uomo e quelli della natura non coincidono mai. Per cui, se a Monesi gli ultimi inverni hanno regalato una cospicua coltre di neve mentre il decennio prima la stazione era data definitivamente per perduta, è conveniente investirvi somme ingenti per far ripartire la stagione? Non si può pagare uno sciamano perchè faccia nevicare. Il rischio è investire, in tempi di spending  review e tagli, in qualcosa di effimero e vacuo come un fiocco di neve, che può anche non cadere.

Sul sito di Regione Liguria si può seguire per bene tutta la vicenda:
“Il costo dell’opera è di circa tre milioni di euro, di cui 800 mila euro da parte della stessa Provincia di Imperia. – Sia pure in zona ‘Cesarini’, tenuto conto delle incertezze legate alle possibili ricadute, anche sul territorio ligure, dei tagli e degli accorparmenti delle Province, insieme all’Amministrazione Provinciale di Imperia, la Regione Liguria ha  segnato un punto molto importante per la valorizzazione del comprensorio sciistico del Ponente ligure” ha commentato Cascino.”

Viene da chiedersi perchè tanta fretta per questa operazione di rilancio, proprio dopo che un decennio di latitanza della neve avrebbe fatto desistere chiunque. Suona come costruire stabilimenti balneari dove il mare si è ritirato, o nel Sahara. Perchè nessuno ci ha mai pensato? Forse non conviene.
La società gestisce Monesi, la Alpi Liguri Sviluppo e Turismo S.r.l., che doveva essere liquidata in seguito alle pesanti perdite, ha affidato la realizzazione della seggiovia alla Doppelmayr Garaventa S.p.A, un colosso svizzero degli impianti a fune. Ma chi usufuirebbe realmente di questi ultimi finanziamenti elargiti dalla moribonda Provincia di Imperia.

Perchè investire su questa vera e propria TAV alle pendici del Saccarello? Perchè invece non spendere (ops, si dice “investire” ) in progetti sulla cultura brigasca, o attività di turismo verde o eco-compatibile, la cucina bianca?
Le nostre montagne hanno la loro storia, la loro cultura, perchè asfaltarle per creare nuovi scenari da cinepanettone?

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L’oro di Taggia

da http://www.laliguriaracconta.it/2012/11/13/loro-di-taggia/

L’oro della Valle Argentina non si trova setacciando i sassi in riva al fiume, o sottoterra, in profondi pozzi. Pende dagli alberi già a fine ottobre o metà novembre, fino a dicembre, nei casi più tardivi anche a gennaio. Per trovarlo non si devono cercare pepite tra l’arena e nemmeno scavare buie miniere: si passa tra gli ulivi e lo si fa cadere in reti stese a terra anziché in acqua. E’ perfetto il legame tra le colline e  il mare nella raccolta delle olive.
Raccogliere le olive, (“batterle”, in dialetto), è un gesto facile, che s’impara subito, come tutti i gesti antichi che si svolgono puntuali da centinaia di anni. In Valle Argentina, la valle che prende il nome dal fiume che s’infila in un lungo e sinuoso fiordo e arriva fino a Triora e ai monti più alti della Liguria, l’olivo è sacro dai tempi dei monaci benedettini. Proprio loro, con una raffinata serie di incroci, crearono quella che è oggi la “cultivar taggiasca”, un’oliva nera come gli occhi dei bambini di queste parti, modesta, spartana nella forma, ma generosa nella resa come la gente di qui. Da quei tempi le colline attorno a Taggia e in tutta la provincia di Imperia sono ricche di uliveti che tra ottobre e gennaio si colorano di reti, stese per raccogliere fino all’ultima oliva.

Raccogliere le olive è un’esperienza che ha qualcosa di religioso e un richiamo ancestrale, come la vendemmia. Se siete di Taggia, Dolcedo, Isolabona o Badalucco non prendete impegni per l’autunno: c’è da battere le olive. Si sale con tutta la famiglia, si reclutano amici, parenti, cugini fino al sesto grado. Ci si aggira tra gli ulivi con bastoni, rastrelli (alcuni sembrano manine, per quando le olive non sono troppo mature e non vengono giù da sole).
Il silenzio attorno è assordante tanto è lontano dal frastuono della città. Si accarezzano, scuotono, sbattono i rami per far cadere le olive sulle reti. Un tempo, prima dell’invenzione del nylon, arrivavano donne dal basso Piemonte a raccogliere le olive a mano: erano le “sciascieline”.
Il sole balugina tra le foglie, arriva una voce dabbasso, laggiù in fondo, sull’altra collina, una chiesetta con un campanile bianco batte mezzodì. Fermi tutti, si mangia. Le donne, se non si caricano sulle spalle i sacchi pieni d’olive, pensano a sfamare tutta la brigata: da cesti legati con grossi “mandilli” spuntano sardenara, pecorino, salame e una bottiglia di ormeasco. Non troppo, che bisogna lavorare. I muri a secco sono la sala da pranzo.

Assieme alle olive, dai rami, è inevitabile, cadono foglie, bruchi e quant’altro, ma per tutti è come se cadessero diamanti. Nessuno va perduto. Le olive che scappano via le rincorrono i bambini: serviranno per la salamoia.  C’è chi canta: qualcuno intona “Bella ciao”, “La prima cosa bella”.  I più dotati azzardano “Nessun dorma”. Dalle reti le olive passano in sacchi di iuta, come quelli del caffè. Pesano 30-35 kg l’uno, qualcuno dovrà portarli giù.
L’indomani c’è l’appuntamento con il “defiziu”: è il frantoio Secondo, a Montalto Ligure. Si contratta sulla resa che cambia ogni anno in base alle olive. Le olive vengono tritate da due grandi ruote, poi messe negli “spurtin”, speciali ciambelle di canapa, che poi verranno messi sotto la pressa.
L’olio appena franto, l’olio ultravergine, è verde di clorofilla, ancora selvatico ma già pronto per essere gustato su una fetta di pane di Triora.
Fate un salto in uno dei molti frantoi, a Taggia, a Dolcedo, a Montalto, a Badalucco. Nessuno ve la negherà.

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U Bama reloaded

U Bama ce l’ha fatta. Ancora una volta mio padre porterà mia madre fuori a cena per festeggiare.
In quattro anni è già successo due volte. Il mondo sta cambiando. Ma troppo lentamente. Ci sono ancora tanti problemi da risolvere. Perchè occuparsi di Medio Oriente, Africa, Iran? Partiamo dal piccolo, dal Ponente Ligure.

Ecco qualche suggerimento, cose facili da fare:

Dare un nome giusto alla nuova provincia: Saveria, Impona, Savona Tauro o Vibo Imperia?

Legalizzare le cosche e le ‘ndrine, combattere lo stato.

Favorire in tutti i modi le energie pulite, come l’autocombustione. Specie in bar nei cantieri e nei boschi

Aprire un centro commerciale marziano a Taggia per fermare l’invasione della Cina

Aprire una sede di Equitalia nel Casinò di Sanremo e una sede del Casinò in Equitalia

Porticcioli turistici: ripristinare le repubbliche marinare. Genova, Venezia, Pisa, Amalfi. E Imperia.

Mercato dei fiori: lancio di una nuova coltura che rivoluzionerà il mercato, il Ruscus Marijuanae.

Politica: Beppe Grillo ha attraversato lo stretto; il prossimo sindaco della Città dei Fiori dovrà correre la Milano – Sanremo

Al lavoro U Bama, devi meritarti il Nobel.

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Un mare di colori

Per chi lo conosceva, non era un mistero: Claudio dipingeva benissimo. Il pennello era per lui ferro del mestiere sui cantieri di Villefranche e Montecarlo ma anche una parte della sua anima, una delle tante protesi con cui affrontava il mondo. Claudio Mingherlino, scomparso la notte di Capodanno in un incidente stradale, per vivere faceva l’imbianchino, ma in realtà era un ottimo pittore. I suoi dipinti saranno in mostra venerdi 20, sabato 21 e domenica 22 luglio 2012 a Ventimiglia Alta, nel Chiostro del Convento delle Suore dell’Orto (vicino Piazza della Cattedrale).

Non è stato facile raccogliere tutte le sue tavole. Claudio le regalava un po’ a tutti. C’è voluta la caparbietà di suo fratello Luigi e il contributo di tanti per fare una mostra. Eppure non bastano per raccontare tutto ciò che era, tutti i suoi eteronimi, le sue contraddizioni: perchè oltre che imbianchino- pittore, era anche un frontaliere senza confini. Il suo soggetto preferito era il mare. Ritratti del mare della Liguria, gozzi eoliani tirati in secca, borghi liguri crepuscolari e vedute delle Calandre e degli Scoglietti, di prima che iniziassero i lavori per il Porticciuolo. Claudio aveva capito quello scempio e gli era fieramente avverso. Fece parte del comitato che vi si oppose e conservare quell’ambiente con la pittura era il suo modo di combatterlo: civile e intelligente.

Amava la musica, progettava una trasmissione notturna alla radio, di quelle che deve proprio piacerti per ascoltarla, sottraendo un po’ di tempo al sonno. Era alla continua ricerca del riff, dell’assolo giusto per il momento. Sapeva farlo in modo critico e creativo. Per mentelocale aveva scritto questo bellissimo pezzo sul 40° anniversario di Sgt Peppers Lonely Hearts Club Band, dei Beatles, situando le canzoni nel Ponente Ligure.

Era uno sportivo straordinario. Conservava nella memoria i triathlon a cui partecipava come poemi epici in cui ognuno era un eroe. C’era sempre un Ettore, un Odisseo, una salita ciclopica da affrontare. Conosceva il tallone di ogni Achille e sapeva come affrontarlo.

Era un passeur metafisico. Taciturno come Biamonti e psichedelico come De Chirico. E, da vero passeur, conosceva tutti i sentieri che oltrepassavano la frontiera.
A volte gli telefonavi: Dove sei Kla, ce ne andiamo un po’ al mare?, No, mah, sono a Gouta, sul sentiero per Testa d’Alpe, Ma da solo? E’ un posto da lupi!, Sì, rispondeva, Ma giù in spiaggia è pieno di sciacalli. Oppure era da qualche parte tra Bevera e il Roja; gli piaceva in particolare il Rio Bendola, perchè quell’acqua nasce in Italia, sul Grai, poi passa la frontiera e diventa francese. Come lui.

Fuggiva da qualcosa. Come tutti. Si allenava, aveva imparato dove scattare e lasciare indietro quell’avversario maledetto. A volte la distanza tra loro era pochissima; ma proprio quando l’uomo nero stava per prenderlo, ogni volta Kla trovava come scappare. Con la pittura, la musica, lo sport. O alle Calandre: l’arrivo della sabbia era un’appuntamento irrinunciabile. Verso le 17 si guardava intorno, faceva le squadre con un talento da player manager. Sfide quattro contro quattro che finivano ai supplementari, ai rigori, anche se il giorno dopo c’era il triathlon a Beaulieu.

Era il Bardamu del Viaggio al termine della notte, il compagno più fedele di Odisseo, il Murinho de noantri, il Chisciotte di Roverino. L’emigrante du rie cun i cioi in ‘nt’i euggi di Creuza de ma.

Oggi, sono in tanti a chiedersi dove sia adesso. Di più, forse, crediamo che non se ne sia mai andato. With a little help from my friends. Wish you were here Claudio.

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Sostiene Tabucchi (1943 – 2012)

Sostiene Tabucchi che Monteiro Rossi, giovane antifascista, fu assunto da Pereira, direttore della rubrica letteraria del Lisboa, un piccolo quotidiano della Lisbona salazarista, (un tipo grasso, che mangiava sempre omelettes alle erbe aromatiche e non credeva nella risurrezione della carne) per scrivere coccodrilli di scrittori famosi, in modo che fossero pronti in caso di morte improvvisa del personaggio.

Sostiene Antonio Tabucchi, scomparso ieri a Lisbona a 68 anni dopo una breve malattia, che la scrittura e la libertà a volte camminano così vicine che qualche volta i personaggi escono dai libri e si reincarnano nel lettore.
Sostiene Tabucchi che forse nessuno in Italia aveva pronto per lui un coccodrillo. Non perchè non lo meritasse. Anzi, Tabucchi era puntualmente tra i pochi italiani a comparire ogni volta nei listoni per il Nobel.
Ma in un’Italia in cui lo spread tra la cultura e realtà è sempre più alto, Tabucchi appartiene già al secolo scorso, un periodo in cui le storie e i personaggi della letteratura, della scrittura, hanno ancora un valore, una forza. Un’epoca in cui ad un bravo scrittore bastava una locuzione giuridica “Sostiene Pereira”, ripetuta ogni inizio di capitolo come un mantra, per affermare le libertà individuali contro la dittatura, il conformismo, le nostalgie e i fantasmi del passato.

Praticamente autoesiliatosi a Lisbona, sua patria d’elezione, Antonio Tabucchi visse anche a Genova, dove insegnò in via Cairoli. La “squallida stanzetta di Rua Rodrigo da Fonseca” in cui aveva sede la redazione culturale del Lisboa, dove c’era sempre “puzzo di fritto a causa della portiera, una megera che guardava tutti con aria sospettosa e che non faceva altro che friggere”, sa molto della disponibilità degli uscieri degli atenei genovesi.
Chissà se Antonio Tabucchi si riconobbe un pochino in quel giovane giornalista con idee rivoluzionarie che, scrivendo di D’Annunzio ne condanna l’adesione al fascismo e di Marinetti stigmatizza l’esaltazione della guerra, mettendo nei guai il povero Pereira il quale, però, lo aiutava, non si sa perchè. Forse lo credeva il figlio che non aveva mai avuto o forse rappresentava il sogno di democrazia che invece era costretto a reprimere.
Di certo quegli articoli, scritti con il senno di poi ma la ragione, la consapevolezza di oggi, sono diventati eterni.
Si può dire che Tabucchi lo abbia scritto lui stesso il suo coccodrillo, con la sua ironia, la sua scrittura arguta.
Sostiene Pereira, sostiene Tabucchi

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La guerra Eternit

L’amianto

Da Repubblica 14 febbraio 2012
di Antonio Cianciullo

Quanti sono gli italiani a rischio amianto?
Perché intere zone del Paese sono minacciate da un minerale classificato come cancerogeno da mezzo secolo? Per rispondere a queste domande conviene partire dalle date. 1962: risulta provato il rapporto causa effetto tra l’amianto e una malattia incurabile, il mesotelioma pleurico.
1986: chiude la fabbrica Eternit di Casale Monferrato. 1992: l’amianto viene bandito. 2020: è atteso il picco dei tumori provocati da questa fibra letale.

«Tra il verdetto scientifico di estrema pericolosità e la reazione legislativa è passato un tempo troppo lungo», commenta Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente. «Perciò oggi milioni di italiani, probabilmente un terzo della popolazione, si trovano esposti a un rischio che poteva essere evitato con un intervento tempestivo».
A questo numero si arriva mettendo assieme le 7 aree con attività produttive basate sull’amianto (75 mila ettari, quasi quanto la provincia di Lodi), alcune discariche e gli altri 50 siti da bonificare, dove con buona probabilità ci sono materiali in Eternit. Infine va considerato a rischio chi ha vissuto vicino a un tetto o a un serbatoio in Eternit danneggiato dal vento e dalla pioggia. Dunque la vicenda giudiziaria non chiude il caso.
Restano le bonifiche da fare e — come ha documentato un lungometraggio appena uscito, Polvere — una contraddizione globale eclatante: solo in 53 paesi l’uso dell’amianto viene proibito. Il 70 per cento della popolazione mondiale è esposta a questa fibra mortale: 100 mila persone muoiono ogni anno per averla respirata.

I siti

L’Italia è stato il secondo produttore europeo di asbesto, o amianto: solo tra il 1946 e il 1992 ne sono state estratte e lavorate 3,7 milioni di tonnellate. Ma il brevetto del cemento-amianto, conosciuto con il marchio di fabbrica Eternit, risale al 1901 e da allora la produzione è andata crescendo. Un trend che continua anche oggi visto che nella maggior parte dei Paesi il divieto di uso per questa fibra killer non è ancora scattato.
La regione italiana più esposta è il Piemonte. Qui c’è il grande stabilimento di Casale Monferrato, dove negli anni di maggior produzione nella fabbrica Eternit lavoravano 2 mila persone. E qui troviamo la più grande miniera europea, quella di Balangero. Altri due punti critici sono non troppo lontani: la miniera Emarese, in Val d’Aosta, e la Fibronit di Broni, in provincia di Pavia. A completare il quadro infine gli impianti di Bari, Bagnoli e Siracusa.

Gli usi

Siamo abituati ad associare l’Eternit al profilo delle tettoie ondulate che sono entrate a far parte del paesaggio urbano un po’ trasandato, o ai vecchi cassoni dell’acqua che fino a qualche anno fa nei condomini venivano smantellati da squadre di operai attrezzati con tute protettive modello astronauta per evitare il rischio di respirare le fibre di asbesto. È l’aspetto più visibile di un’invasione che ha tenuto banco per tutto il ventesimo secolo.
Ma, purtroppo, la presenza dell’amianto non si è limitata a questo. È stata più invadente e mascherata. L’asbesto si trova in edilizia anche nei pannelli isolanti, nelle vernici, negli intonaci, nei rivestimenti delle condutture. E in città è stato a lungo nascosto nei freni e nelle frizioni, nella coibentazione delle metropolitane e degli autobus.
E ancora: nelle fioriere, nei tubi dell’acqua, negli oggetti d’arredo disegnati quando l’amianto era considerato innovativo.

Le bonifiche
Cinquantamila edifici da ripulire ma le Regioni sono in ritardo

In Italia, secondo le stime del Cnr, ci sono in giro 32 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto, un censimento parziale perché prende in considerazione solo le lamiere ondulate in cemento-amianto. Le Regioni hanno invece elencato 50 mila edifici da ripulire dell’asbesto.
Anche in questo caso i numeri sono sotto stimati (solo 11 Regioni hanno fatto il calcolo) ma rivelano una dimensione del problema inquietante: 100 milioni di metri quadrati di strutture in Eternit.
Tra le Regioni più avanti con le bonifiche troviamo la Lombardia che è comunque ferma al 18,5 per cento del totale, la Puglia (15 per cento), il Molise (7 per cento). Il Lazio dichiara di aver compiuto 3 mila interventi rimuovendo 10 mila tonnellate di amianto. In Italia abbiamo pensato a scavare le miniere per tirar fuori l’amianto, a creare le fabbriche per lavorarlo, a costruire le infrastrutture per assorbirlo.
Ma ci siamo dimenticati di pensare a un luogo in cui collocarlo a fine carriera.

Cinquantamila edifici da ripulire ma le Regioni sono in ritardo

In Italia, secondo le stime del Cnr, ci sono in giro 32 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto, un censimento parziale perché prende in considerazione solo le lamiere ondulate in cemento-amianto. Le Regioni hanno invece elencato 50 mila edifici da ripulire dell’asbesto.
Anche in questo caso i numeri sono sotto stimati (solo 11 Regioni hanno fatto il calcolo) ma rivelano una dimensione del problema inquietante: 100 milioni di metri quadrati di strutture in Eternit.
Tra le Regioni più avanti con le bonifiche troviamo la Lombardia che è comunque ferma al 18,5 per cento del totale, la Puglia
(15 per cento), il Molise (7 per cento). Il Lazio dichiara di aver compiuto 3 mila interventi rimuovendo 10 mila tonnellate di amianto. In Italia abbiamo pensato a scavare le miniere per tirar fuori l’amianto, a creare le fabbriche per lavorarlo, a costruire le infrastrutture per assorbirlo. Ma ci siamo dimenticati di pensare a un luogo in cui collocarlo a fine carriera.

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Ricetta per un furgaro

Per preparare un furgaro,
spegni i fornelli.
Non servono: un furgaro a fuoco spento viene meglio.

Per cucinare un bel furgaro,
fatti aiutare da Pinocchio, Francois Truffaut e Fabrizio De André.
Loro sanno la ricetta, nessuno sa perchè.

Per un furgaro con i fiocchi,
devi leggere tutti i giorni il giornale.
Perchè solo così lo stupazzo scende meglio.

Per cuocere un furgaro doc,
devi sottrarre un po’ di zolfo alla vigna,
un po’ di carbone alla befana; la potassa la gratti dal muro.

Per un buon furgaro fatto in casa,
devi metterci un po’ di paura: s’impasta lenta, ci vuole tempo.
Come quando da bambino hai imparato che cos’era il fuoco.

Se vuoi la ricetta del furgaro,
a Taggia la sanno tutti ma non te la dirà nessuno.
Chiedi a tuo padre, a tuo nonno, al nonno del tuo nonno.

Per ottimi furgari ripieni,
usa solo ingredienti di prima qualità.
No a lieviti scaduti, zuccheri o tubi per pescar cavedani.

Per fare un furgaro,
usa solo bambù, riempilo d’esperienza e fantasia.
E un po’ ci devi pure credere.

Per preparare un furgaro come si deve,
non contano le porzioni: per uno, per nessuno, per centomila.
Solo per te sparerà la tua anima con le zemìe.

Per consumare un furgaro eccellente,
aspetta che arrivi il Vescovo d’Albenga.
Che prima, non è un furgaro che farai, ma un volgare petardo.

Servi il furgaro solo in piazza Farini.
In Italia ne han già fatti troppi: a Bologna, sull’Italicus, a Milano in Piazza Fontana.
Un furgaro vanta numerosi di tentativi di imitazione.

Se il tuo furgaro vien gramo,
può darsi che non sia ancora ora.
Allora, porta pazienza e assaggia prima quelli degli altri.

Qualcuno non capirà la luce del furgaro.
Pazienza, conosco pompieri ardenti e piromani spenti.
Il furgaro o si ama o si odia.

Ma se ami una ragazza e non sai dirglielo, il furgaro
è il sistema migliore.
Una donna non si prende per la gola, ma per il cuore.

Se il tuo furgaro poi vien moscio,
beh, con il tempo te ne farai una ragione.
Perchè prima t’avrà donato tante fiamme e calore.

Un furgaro,
è da consumarsi preferibilmente entro il 12 febbraio.
La direzione, lassù, poi non risponde di peccati in pensieri, parole, omissioni.

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